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LA FIRMA DEL “NEW YORK TIMES”

Eric Asimov: “gli americani hanno “sposato” il vino italiano”. Finché morte non li separi …

Una relazione duratura, dai vini nel mass market alle produzioni artigianali. L’utopia? “Liberare i consumatori dalla dipendenza dai critici di vino”
AMERICANI, COMITATO GRANDI CRU D'ITALIA, ERIC ASIMOV, THE NEW YORK TIMES, USA, Mondo
Eric Asimov

“Gli americani hanno “sposato” il cibo italiano, vino compreso, e questo è vero sia sul lato del “mass market” con bottiglie di Pinot Grigio che vendono molto, per esempio, ma è anche vero dal lato delle produzioni artigianali, che è quello che mi interessa di più. Ci sono così tanti vini italiani diversi e così tanti produttori seri che hanno deciso di produrre coscienziosamente i loro vini che esprimono in purezza le culture locali di tutta Italia, che i consumatori americani lo trovano tremendamente eccitante”. Lo ha detto, in collegamento da New York a “Vinitaly 2022” a Verona, il celebre wine critic del “The New York Times” Eric Asimov, commentando, dal suo autorevole osservatorio, l’attuale scenario in Usa, primo e più importante mercato per l’Italia del vino, grazie all’intramontabile passione dei consumatori a stelle strisce per il vino italiano che è alla base di una relazione duratura, della serie “finché morte non li separi”.
Proprio la grande diversità di vini a cui i consumatori oggi hanno accesso, “è l’aspetto che è cambiato di più del mondo del vino negli ultimi 30 anni”, ha detto il celebre giornalista a “WineMusic”, serata-evento del Comitato Grandi Cru al Teatro Filarmonico di Verona, con la consegna del “Premio Comitato Grandi Cru d’Italia” a Monica Larner, italian reviewer per “Robert Parker - The Wine Advocate”, per la sua prestiosa carriera, e a Gabriele Gorelli, primo italiano a conseguire il titolo di Master of Wine (un premio quello delle migliori cantine italiane, oggi guidate dalla presidente Valentina Argiolas, che, in passato, è stato dato anche a Winenews, ndr) . “Una diversità molto più vasta di quanto non fosse 30 o anche 20 anni fa, grazie a più vini e più stili fatti con più varietà di vitigni da più luoghi diversi. E questa è una cosa meravigliosa, e la considero una testimonianza della maggiore fiducia da parte degli agricoltori e dei produttori di vino di tutto il mondo nella loro cultura e nei loro metodi produttivi, ma anche della maggiore curiosità che hanno i consumatori nel voler provare tanti vini diversi”.
Di pari passo, negli ultimi decenni, dal suo punto di vista controcorrente, anche i sistemi di valutazione e di punteggio dei vini si sono dovuti adeguare, modificando i parametri di valutazione, e andando oltre quelli sensoriali per poter giudicare un’etichetta. Per Asimov “il compito del wine writer è quello di incuriosire i lettori e spingerli ad esplorare questo meraviglioso mondo. Non sono uno scrittore che vuole semplicemente valutare centinaia di bottiglie. Penso che sia inutile, e penso che ciò significhi rendere i lettori dipendenti dal critico. Il mio obiettivo, forse utopistico, è quello di liberare i consumatori dalla dipendenza dai wine writer e dai critici di vino. Voglio che si sentano sicuri di esplorare da soli, di essere in grado di determinare se un vino è buono o meno secondo il loro gusto, senza l'assistenza dei critici, di punteggi e delle note di degustazione”.
Perché il vino è, prima di tutto, un piacere e condivisione, e tra le tante Denominazioni dell’Italia del vino, guardando alla nuova stagione in arrivo, per il wine critic americano, “potrebbe essere il Chianti Classico il vino da consigliare, ma guardando ai vini italiani, ci sono anche tanti bianchi che amo. E siccome non è ancora estate, ho ancora tempo per assaggiare altri vini, che siano un Etna Bianco o un Verdicchio di Matelica, Soave e Vermentino, e forse anche qualche altro rosso, come il Cesanese, il Gavi o il Dolcetto, che mi è piaciuto molto negli ultimi anni. Ho ancora un po’ di tempo per decidere, e l’Italia non ha che l’imbarazzo della scelta”.

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