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MISURE ANTI COVID

Green Pass in bar e ristoranti, no ai controlli dei documenti da parte degli esercenti

Ma la circolare del Viminale non spegne le polemiche. Fipe: “lo che sosteniamo da settimane”. Filiera Italia: “un pasticcio, -30% di clienti”
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Green Pass in bar e ristoranti, no ai controlli dei documenti da parte degli esercenti

Tra chiarimenti e circolari, nei giorni caldi, letteralmente e metaforicamente, del turismo estivo italiano, non si placano le polemiche legate all’utilizzo del Green Pass in bar e ristoranti al chiuso in Italia (mentre in Francia, da oggi, il certificato vaccinale sarà obbligatorio anche per mangiare all’aperto, ndr). Come era evidente, la circolare del Ministero dell’Interno della tarda serata di ieri, ha esplicitato il fatto che i baristi e ristoratori, tenuti a richiedere il Green Pass ai clienti, ma non il documento di identità, prerogativa dei pubblici ufficiali. Salvo alcuni casi, però. Ovvero quelli in cui sia palese “l’abuso o l’elusione delle norme. Come, ad esempio, quando appaia manifesta l’incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione”, per esempio relativamente all’età. E in caso si accertino violazioni, la circolare chiarisce che le eventuali sanzioni si applicano solo nei confronti “dell’avventore, laddove non siano riscontrabili palesi responsabilità anche a carico dell’esercente”.
Un piccolo passo in avanti, che di fatto è andato incontro al pensiero di molti. “Apprezziamo le parole del Ministro Lamorgese sul fatto che, come la Federazione sostiene da settimane - ha commentato Roberto Calugi, dg Fipe-Confcommercio - non spetti ai gestori dei locali controllare i documenti di identità dei clienti, perché questo andrebbe oltre i loro doveri, ma è necessario fare un passo in più. Se una persona esibisce un Green pass non suo e viene scoperto dalle forze dell’ordine nel corso di uno dei controlli a campione che sono sempre più frequenti, la responsabilità deve restare in capo al cliente e non venire condivisa con il titolare del locale. In sostanza, chi gestisce un pubblico esercizio non può essere multato a causa di un abuso commesso da un avventore incauto”.
Eppure, non si attenuano le polemiche. “Siamo tutti consapevoli dell’importanza della vaccinazione come unico mezzo per la continuità della vita quotidiana e dell’attività economica. Adesso però basta con questo accanimento sui ristoranti’’. Così, in una nota, Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, interviene nel dibattito sul green pass. “Un settore, quello della ristorazione dove l’obbligo della certificazione verde è stata introdotta senza nessuna gradualità, un’assenza di pianificazione che non è stata riservata alle altre sfere della nostra vita, dai viaggi agli uffici pubblici a cui è stato dato invece il tempo necessario di adattarsi. Tra indicazioni e smentite - sottolinea Scordamaglia - stiamo assistendo a crolli del 30% delle prenotazioni e delle presenze”. “Ci sono 3 milioni di minorenni (molti in vacanza con i genitori) non ancora vaccinati non per responsabilità loro, ma di una macchina organizzativa che li ha messi, anche giustamente dal punto di vista dell’urgenza, in secondo piano, ed ora si vorrebbe sanzionare con multe da 1.000 euro ogni famiglia che si trova nella situazione di portare il figlio non vaccinato a cena in vacanza, e magari chiedere la chiusura locale?”, continua Scordamaglia che aggiunte: “questo mentre magari si tollerano assembramenti di persone che bevono in piedi in un pub”. Si tratta, si legge ancora nella nota, di “un pasticcio anche interpretativo come dimostra la circolare del Viminale di ieri, che continua a prevedere controlli di identità a carico dell’esercente per “manifesta incongruenza” e prevedere anche sanzioni “per manifesta responsabilità”. Siamo abituati ad un Governo che finora ha dato risposte razionali - concludono da Filiera Italia - si chiuda quindi in tutta fretta questo pasticcio ai danni di una categoria che lo scorso anno ha perso 30 miliardi di euro e 144.000 posti di lavoro ed ora stava riprendendo vigore, con beneficio di tutta la filiera agroalimentare a monte, e si indirizzino meglio i controlli delle forze dell’ordine”.

Tra gli chef più in vista, chi non risparmia critiche, senza peli sulla lingua, è Gianfranco Vissani, alla guida dello stellato Casa Vissani di Baschi: “la Lamorgese adesso ha deciso che non dobbiamo chiedere i documenti, si sveglia a metà agosto, quando già da tempo avevano detto che era anticostituzionale farlo”, ha detto lo chef all’Adnkronos. “Ognuno parla e ha il diritto di farlo, ma un giorno dicono una cosa e quello dopo un’altra. Perfino la comunità scientifica non sa cosa dire, non ci si capisce più nulla. Non può esistere un obbligo, c’è una fetta di italiani che il vaccino non vuole farlo e non perché sia no-vax, ma semplicemente perché ha paura di iniettare nel corpo una sostanza che non sa che effetti produrrà nel tempo. È un ricatto - rincara Vissani - nelle scuole hanno messo al muro il personale, devono fare il vaccino altrimenti non prendono lo stipendio. La stessa cosa sta accadendo nella ristorazione: non entri nei locali se non hai il green pass, mentre negli alberghi e sui mezzi pubblici c’è ancora un minimo di elasticità. Tutte queste regole sono eccessive - conclude lo chef - non possiamo fare i controllori come sull’autobus e, per farlo come si deve, al ristorante serve un dipendente in più al computer che si metta a verificare se i clienti sono in regola. Non posso certo farlo io, che mi occupo della cucina. È una perdita di tempo gratuita: l’altra sera non so quanto tempo abbiamo impiegato prima che riuscissimo a leggere il codice Qr del certificato verde dal telefono di una nostra cliente”.

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