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Il Mondo

La superclassifica delle migliori etichette. “Il Mondo” ha incrociato i punteggi delle cinque maggiori guide enologiche italiane. Scoprendo le 264 bottiglie al top …
Il Serpico 2001: un rosso potente e intrigante figlio di uve
Aglianico di Taurasi, discendenti nientepopodimenoché dalle Viti
Hellaniche di origine greca: è lui il vino al vertice del mercato
enologico italiano. E porta la firma dei Feudi di San Gregorio: la
sorprendente cantina campana delle famiglie Capaldo e Ercolino che,
dopo essersi piazzata in testa lo scorso anno con un'etichetta dal
gusto più internazionale (il Patrimo da uve merlot), conquista ora la
prima posizione con un vitigno che più autoctono di così non si può,
espressione fedele della sua Irpinia.
Secondi, a pari merito, due vini del nord: il Granato prodotto dalla
trentina Elisabetta Foradori e il Langhe Nebbiolo Sorì San Lorenzo
del piemontese Angelo Gaja, una delle più importanti griffe del vino
italiano nel mondo. Due super etichette toscane, di due aziende
maremmane, si dividono invece il terzo posto: il Masseto della Tenuta
dell'Ornellaia a Bolgheri, joint venture dei Marchesi de' Frescobaldi
con l'americana Moldavi e il Saffredi di Le Pupille, la tenuta
nell'area del Morellino di Elisabetta Geppetti e Stefano Rizzi.
Sono questi i cinque vini alla testa della superclassifica 2004 dei
migliori vini d'Italia. Una graduatoria di vini fuoriclasse
realizzata dal Mondo incrociando i punteggi delle cinque principali
guide enologiche che ogni anno assaggiano e giudicano la produzione
delle migliaia di cantine della penisola. Anche quest'anno la guida
delle guide del Mondo ha dovuto confrontarsi con centinaia di vini
ben quotati e con differenti sistemi di valutazione. La guida
dell'Espresso curata da Ernesto Gentili e Fabio Rizzari (con la
collaborazione di Massimo Zanichelli e Giampaolo Gravina), quella di
Veronelli (redatta da Luigi Brozzoni e Daniel Thomases) e quella di
Luca Maroni, esprimono un voto vero e proprio ( anche se l'Espresso
ha ora aggiunto anche un punteggio attraverso il simbolo delle
bottiglie); mentre quelle realizzate da Gambero rosso-Slow food
(curatori Daniele Cernilli e Gigi Piumatti) e Associazione italiana
sommelier (direttore Franco Ricci) usano una simbologia. Per questo
motivo, per arrivare al punteggio finale è stato necessario rendere omogenee le votazioni.
Va da sè che un percorso con tante insidie può determinare
imperfezioni o lacune.
Ma su un punto c'è l'assoluta certezza: le valutazioni 2004
confermano la grande qualità complessiva del vino italiano. La prova
del nove è il grande numero di etichette, ben 264, che si concentrano
in una graduatoria di soli 30 posti, con un punteggio finale che va
dai 469 punti ottenuti dal numero uno Serpico ai 439 punti che
totalizzano i 14 vini che chiudono la classifica in trentesima
posizione. In pratica tra un gradino e l'altro della graduatoria ci
sono differenze davvero minime che, in non pochi casi, sono dovute
alla mancata valutazione di una delle cinque guide che, giocoforza,
ha abbassato il punteggio finale perché, in questi casi, è stato
utilizzato un punteggio medio (non sono invece entrati in graduatoria
vini cui mancava il voto di più di una guida).
Un esempio? Valga per tutti quello del produttore piemontese Domenico
Clerico con i suoi magnifici baroli: ce ne sono ben tre in
graduatoria, a quota 12, 14 e 27 e tutti e tre mancano del voto di
Maroni. Se si stilasse la classifica escludendo questa guida, il
primo dei tre, il Ciabot Mentin Ginestra si piazzerebbe al secondo
posto assoluto, dopo l'Amarone della Valpolicella Monte Lodoletta di
Romano Dal Forno, anche lui privo del voto di Maroni e presente in
undicesima posizione.
Continuando con il gioco dei numeri, una classifica dei vini divisi
per regione vede al comando la Toscana con 75 etichette, seguita da
Piemonte con 61, Friuli Venezia Giulia con 19, Veneto con 18, Alto
Adige con 17 e Sicilia con 15. La Campania deve accontentarsi di 9
etichette (ma ne piazza cinque nei primi otto posti) al pari delle
Marche. Scende a 7 l'Umbria, a 6 la Lombardia e la Puglia, a 5
l'Abruzzo e Molise, a 4 il Trentino.
Basilicata, Lazio e Sardegna hanno solo tre nomination ciascuna ed
Emilia Romagna appena 2. Mentre Val d'Aosta e Calabria ottengono il
goal della bandiera grazie, rispettivamente, allo Chardonnay Cuvée
Bois 2001 di Les Cretes, la cantina più importante della regione,
undicesima in graduatoria. E al Cirò classico Ronco dei quattro venti
2001 della Fattoria San Francesco, in quel di Crotone, guidata dal
giovane Francesco Siciliani che ha preso in mano le redini
dell'azienda di famiglia.
Ma quali sono vini e cantine che hanno ottenuto il maggior punteggio
nelle varie regioni? A tirare la volata al Veneto è Fausto Maculan
con il suo Fratta 2001, piazzatosi in quinta posizione. Mentre tra la
schiera degli Amaroni, punta di diamante dell'enologia regionale,
il voto più alto di tutti lo ha conquistato Claudio Viviani con il
Casa dei Bepi 1998 (sesto posto). Unico bianco tra i veneti il Soave
classico Vigneto du Lot di Stefano Inama, al trentesimo posto.
Formidabile il poker di etichette del Trentino. Oltre Foradori, a
tenere alte le quotazioni della regione ci pensano il magnifico rosso
San Leonardo della tenuta dei marchesi Carlo e Anselmo Guerrieri
Gonzaga; il re delle bollicine Ferrari, in classifica con la sua
Riserva Giulio Ferrari; e una cantina cooperativa, come La Vis, che
produce vini eccellenti (Ritratto rosso 2000 è al sedicesimo posto),
con in più un ottimo rapporto prezzo-qualità.
Ancora ad est, nel Friuli Venezia Giulia, si allarga la schiera dei
bianchi. Tra gli ottimi vignaioli in classifica, il punteggio più
alto tocca alla giovane azienda Borgo San Daniele dei fratelli Mauri
con il Friuli Isonzo Arbis Blanc, a pari merito con il Sauvignon
blanc di Rosa Bosco.
Molti celebri bianchi anche tra la folta rappresentanza dell'Alto
Adige. Vince il Gewurztraminer Brental 2002 di Cortaccia che è anche
il primo bianco nella graduatoria generale, con 459 punti al nono
posto. Altro cavallo di razza della regione è la cantina produttori
di Terlano, una delle più antiche della zona, famosa per la longevità
dei suoi bianchi, grazie a una vinificazione unica al mondo che
produce risultati come il Sauvignon 1992. Solo un punto divide
Terlano dalla Cantina produttori di Termeno superpremiata con ben tre
vini.
Si cambia completamente zona e tipi di vino arrivando in Lombardia,
dove il maggior punteggio tocca alle splendide bollicine di Cà del
Bosco con la sua Franciacorta cuvéè Anna Maria Clementi ricca di
medaglie. Pochi punti in meno per il gran Cuvée brut di Bellavista
che è stata l'unica azienda nel panorama italiano delle bollicine
prescelta per l'esclusiva manifestazione Wine experience, organizzata
ogni due anni a New York dalla rivista Wine Spectator che raccoglie
solo 240 aziende di tutto il mondo. Tra i vini fermi lombardi
spiccano due Valtellina Sfurzat a parimerito: il Ca' Rezzieri di
Aldo Rainoldi e il 5 stelle di Nino Negri.
E siamo a ovest tra la folla dei vignaioli piemontesi. Dopo Gaja, che
piazza in graduatoria ben cinque vini, le migliori performance sono
di Bruno Rocca con il Barbaresco Rabajà (460 punti,ottavo posto),
Roberto Voerzio con quattro vini, Armando Parusso e Domenico Clerico
con tre ciascuno, La Spinetta, Massolino Vigna Rionda e Paolo
Scavino con due.
Se è vero che per fare un grande vino serve anche un bravo enologo, i
risultati si potenziano quando questo è anche proprietario
dell'azienda. E' così a Castelluccio, la cantina di proprietà
dell'enologo Vittorio Fiore che ha ricevuto 456 punti per il suo
sangiovese Ronco delle ginestre, primo vino in classifica
dell'Emilia. E c'è sempre un enologo di valore, anzi due, alle spalle
della Falesco, l'azienda di Riccardo e Renzo Cotarella (quest'ultimo
anche direttore generale della Marchesi Antinori) che firma sia il
Montiano che il Marciliano, due delle tre etichette laziali in
classifica.
E veniamo alla folta schiera dei vini toscani. In ordine di
apparizione, dopo Ornellaia e Pupille, ecco al quinto posto il
Chianti Rufina Montesodi dei Marchesi de' Frescobaldi e l'Orcia
Guardavigna di Podere Forte, seguiti con un solo punto di distacco,
al sesto posto, da Sassicaia della tenuta San Guido e Siepi del
Castello di Fonterutoli, due aziende che rappresentano altrettanti
punti fermi nel firmamento enologico della regione. Ancora Toscana
al settimo posto con il Nobile di Moltepulciano Vigneto Antica
Chiusina della Fattoria del Cerro, una delle aziende della
Saiagricola (gruppo Ligresti), guidata da Guido Sodano che ha
conquistato anche la quinta posizione con Montefalco Sagrantino di
Colpetrone, prima azienda umbra in classifica.
Tra i 31 vini che si dividono i primi dieci posti in classifica, ben
11 sono toscani. In ottava posizione c'è infatti il Solaia dei
Marchesi Antinori, la prestigiosa casa vinicola toscana che è anche
proprietara del Castello della Sala in Umbria (con due vini al 16° e
18° posto) e di Tormaresca in Puglia, cantina ancora giovane che
vanta già due etichette nell'olimpo dei migliori vini: il Torcicoda e
il Masseria Maime. Altri tre bicchieri toscani in decima posizione:
l'Avvoltore di Moris Farms in Maremma, il Nambrot della Tenuta di
Ghizzano di Ginevra Venerosi Pesciolini sulle colline pisane, il
Nobile Montepulciano Asinone del Poliziano di Federico Carletti.
I produttori toscani più premiati sono, dopo i Frescobaldi (cinque
etichette nei trenta posti, considerando anche Luce della Vite con
Moldavi), Avignonesi, Barone Ricasoli, Ca Marcanda, Casanova di
neri, Castellare di Castellina, Castello di Fonterutoli, Fattoria di
felsina, Marchesi Antinori, Piaggia, Poggerino, Tenuta dell'Ornellaia
tutti con due vini ciascuno.
La Campania apre la classifica con i Feudi di San Gregorio (che si
concedono anche un bis in ottava posizione con il Patrimo), e si
toglie anche lo sfizio di piazzarsi al quarto posto assoluto con
Galardi, l'azienda di S.Carlo di Sessa Aurunca, nel casertano, che fa
capo alle famiglie Murena, Catello e Celentano: L'unico, fortunato
vino della casa è il Terra di Lavoro: 9500 bottiglie in tutto,
prodotte con uve Aglianico e Piedirosso 20%, allevate nei 10 ettari
di vigne. Altra bandiera della regione è il Montevetrano di
Montevetrano, l'azienda di San Cipriano Picentino (Salerno) di Silvia
Imparato, al quinto posto con 463 punti. All'ottavo posto, a pari
merito con i Feudi, anche i Viticoltori de Conciliis con il Naima
2001.
Ercole Velenosi, con il suo Ludi 2001, vanta il maggior punteggio tra
i marchigiani: 460 punti, ottavo posto. Mentre è Gianni Masciarelli,
con il Montepulciano e il Trebbiano, a rappresentare l'Abruzzo al
massimo livello.
Il primo della Basilicata è al 13° posto con 455 punti: una bella
performance per la famiglia Paternoster, alla testa dell'omonima
aziende di Barile (Potenza), una delle più antiche della zona,
produttrice di Aglianico del Vulture come il Rotondo 2001. Rispetto
al secondo posto della graduatoria 2003, ha perduto posizioni La
firma delle Cantine del Notaio, quest'anno a quota 14.
Tra i pugliesi vince il Torre Testa (da uve Susamaniello, un vitigno
della regione) delle Tenute della famiglia Rubino, seguito dal Nero
(negroamaro al 70%) dei Conti Zecca, nel Salento.
E' sempre Argiolas, con il Turriga, a rappresentare il massimo
punteggio della Sardegna e in Sicilia il piazzamento migliore è, a
parimerito, di due etichette di Nero d'Avola: il Don Antonio di
Morgante e l' Harmonium di Firriato, azienda quest'ultima che è
stata anche premiata per il suo Harmonium. Gli altri produttori
dell'isola che vantano due vini in graduatoria sono Cusumano e
Donnafugata dei Rallo.
Ma oltre a produrre ottimi vini, le case vinicole siciliane hanno
anche un altro importante merito: sono quelle che presentano i prezzi
generalmente più contenuti. Basta guardare l'indicazione del costo di
ciascuna etichetta (costo che può variare anche molto da zona a
zona) per scoprire che su 264 vini la maggioranza viaggia dai 20-40
euro in sù, nessuna scende sotto i 13 euro e solo 28 etichette hanno
un prezzo compreso tra 13 e 20 euro. Tra queste 7 sono vini siciliani
e 11 sono etichette dell'Alto Adige e del Friuli. Due etichette
ciascuno per Piemonte (la Barbera di Cascina Chicco e il Roero Bric
Valdiana di Giovanni Almondo) e Puglia (Torcicoda e Masseria Maine
di Tormaresca), E una ciascuno per Veneto (il Recioto della Cantina
sociale di Valpolicella), Marche (Barricadiero di Aurora), Sardegna
(Latinia della Cantina sociale di Santadi), Lazio (Vigna del Vassallo
di Di Mauro-Picchioni) e Toscana (il Sasso di Piaggia).

I buonissimi che non temono i grandi numeri …

Un solo punto divide i vini che chiudono la graduatoria dei primi
trenta, a quota 439, con quelli che si piazzano al 31° posto, con 438
punti: come il Barbaresco Rabajà di Giuseppe Cortese, il Brunello
Poggio all'Oro del Castello di Banfi, il Besler Biank di Pojer &
Sandri o ancora il Nobile di Montepulciano di Dei, tanto per fare
qualche esempio di etichette che per un soffio non sono presenti
nella super classifica.
D'altra parte, un altro soffio separa questi ultimi da quelli un
gradino più sotto, con 437 punti, come il Chianti classico Riserva
Ducale Oro 2000 firmato dalla Ruffino, una delle maggiori aziende del
mercato italiano (9 tenute principali e 7 poderi per oltre 1500
ettari di proprietà), che è anche presente nei primi trenta posti con
il suo pluripremiato Romitorio di Santedame 2001, a quota 19.
Ma forse, la maggiore soddisfazione di Adolfo e Luigi Folonari, a
capo dei Tenimenti Ruffino, non sta tanto nella conferma del successo
dell'etichetta di punta della casa vinicola, ma nel generale
riconoscimento assegnato appunto dalle guide alla Riserva ducale oro.
Un chianti classico che proviene da uve Sangiovese (85%) in combinata
con Colorino e Merlot (15%), allevate nelle tenute di Santedame,
Montemasso e Gretole, nelle zone più vocate del Chianti Classico
fiorentino e senese; che ha una sua lunga storia alle spalle, che non
è frutto di mode, e di cui si producono non meno di mezzo milione di
bottiglie. Combinazione magica per un mercato in cui troppo spesso
la fama di un vino (e le sue quotazioni) sono viziate da una
produzione assolutamente insufficiente, se non addirittura ridicola.
Ecco perchè questo vino uscito dalle cantine Ruffino, nipote di quel
Chianti stravecchio già in produzione all'inizio del '90, grazie a un
estimatore del Chianti Ruffino come il duca d'Aosta che, alla fine
dell'800, lo scelse per la sua tavola e ufficializzò la sua
preferenza con un certificato da cui prese origine la Riserva ducale,
può rappresentare un caso emblematico.
Va da sè che pur fieri dei suoi trascorsi, i Folonari hanno
lavorato per mettere in bottiglia quanto era giusto dell'antica
sapienza vinicola e tutto il meglio delle nuove tecniche enologiche,
per fare vino da produrre solo nelle annate meritevoli, capace di
invecchiare bene e, soprattutto, strettamente legato al suo
territorio.
Ed è proprio questa attenzione al terroir, per dirla con i francesi,
che rappresenta il comune denominatore di tante aziende, già famose
o ancora adolescenti.
Come pure la cura, nella vigna e nella cantina, che ha determinato la
diffusa crescita delle qualità che emerge anche dal crudele, ma
interessante incrocio delle guide.
Basti pensare che oltre 100 etichette soffiano sul collo di quelle
piazzate al top. D'altra parte non sono due o tre punti in meno a far
diventare meno formidabile il Chianti classico del Castello di Ama o
il piacevolissimo Ronco delle mele di Venica e Venica, o ancora il
Brunello Prime donne di Donatella Cinelli Colombini piuttosto che
l'Etna Bianco di Benanti. Come sempre, poi, sono i consumatori che
hanno l'ultima parola, e che, mai come in questo periodo, fanno anche
molta attenzione al prezzo. L'onda lunga del vino che ha inondato di
successo questo mercato, ha indubbiamente drogato le quotazioni. Ma
tutti, nessuno escluso, stanno ora facendo i conti con una realtà più
severa che sta imponendo alle cantine un approccio più
imprenditoriale e strategie più orientate al consumo. (arretrato de "Il Mondo" del 19 dicembre 2003)

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