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Il Mondo

Ecco le prime 49 aziende del vino. La classifica fatturati 2004 guidata dal Giv (cooperative) e Antinori (privati). A Cavit e Caviro il primato della crescita tra le grandi. Sartori, Sella & Mosca, Valdo, Bersano, Donnafugata e Calatrasi tre le cantine più dinamiche. Il record dei profitti a Santa Margherita  ... Nessuno scommette ancora su un'inversione di tendenza, ma dopo un 2004 mediamente fiacco, i primi mesi del 2005 stanno segnando un risveglio sul mercato del vino: più 10-20% è l'incremento di fatturato registrato da molte aziende, grandi e piccole, del settore. La ripresa riguarda meno l'Italia e più i mercati esteri, anche se, a fronte dei maggiori volumi, si colgono cedimenti di prezzo che coinvolgono anche le etichette di fascia più alta, specie di produttori meno affermati. «Scontata la qualità che è ormai un prerequisito essenziale, bisogna fare i conti con una gran quantità di prodotto proveniente da tutte le parti del mondo», dice Emilio Pedron, ad del Giv, il maggiore gruppo vitivinicolo italiano, al vertice della graduatoria realizzata dal Mondo sulla base del fatturato 2004. «E, mentre fino a ieri la competizione riguardava solo i prodotti a basso prezzo, il 2005 sarà caratterizzato da una grande concorrenzialità anche sui vini di alta gamma». «L'importante in questo contesto è competere con nuove armi», aggiunge Pedron. «A fare la differenza oggi è il controllo della distribuzione».
Ribaltando il decremento del 2003 (-6%), il Giv ha chiuso l'ultimo esercizio con un fatturato consolidato di 236 milioni, pari a una crescita del 2,8% che è il risultato dell'andamento differenziato delle realtà operative lungo la Penisola: sono andate per esempio molto bene le Tenute Rapitalà in Sicilia e il Castello Monaci in Puglia; molto meno le aziende Machiavelli, Conti Serristori e Melini in Toscana. Per la verità la Toscana del vino non ha fatto soffrire solo il Giv. Lo dimostrano i fatturati in flessione delle principali aziende della regione presenti in graduatoria, senza eccezione per la blasonata Marchesi Antinori che è anche la maggiore azienda privata del mercato italiano. La casa vinicola che fa capo all'omonima famiglia fiorentina ha realizzato a livello di gruppo un giro d'affari di 108 milioni, con una flessione dell'1,6% sul 2003 che sarebbe stata più pesante, senza il buon contributo delle aziende controllate in Piemonte, Franciacorta, Umbria e Puglia, dove, per esempio, la giovane tenuta salentina Tormaresca è cresciuta del 50%. «Il 2004 è stato difficile e anche il 2005 non sarà facile, nonostante sia iniziato meglio dell'anno scorso: il problema del cambio euro-dollaro in Usa crea per esempio problemi su un mercato di riferimento per i vini di alto prezzo italiani», afferma Renzo Cotarella, dg del gruppo Antinori. Cotarella comunque è ottimista. «Ci sono spazi per fare sempre meglio in un mercato fascinoso, con consumatori sempre più competenti. Al di là del fatturato, inoltre, quel che conta sono i margini: grazie a una attenta politica di prezzi, quelli del gruppo Antinori non sono diminuiti, e ci aspettiamo un utile lordo, prima delle imposte, in linea con il 2003 (22,795 milioni ndr)». La distanza tra il Giv e il gruppo Antinori, quinto in graduatoria, è coperta da grandi cooperative. La prima è Cavit: dopo un brillante 2003, la cooperativa trentina che raccoglie 12 cantine sociali per un totale di 5.400 soci proprietari di 7 mila ettari di vigneti, ha fatto il bis nel 2004, registrando un tasso di sviluppo del 14,4% che l'ha portata ormai a un passo dal Giv di cui minaccia la leadership. Alle sue spalle c'è Caviro. Il gruppo cooperativo romagnolo che riunisce 45 tra cantine sociali, consorzi e associazioni di produttori per un totale di oltre 46 mila ettari di vigneti, è terzo in classifica per valore di fatturato. Ma è il primo in assoluto per volumi, con oltre 170 milioni di litri venduti, tra bottiglie e prodotti brick (segmento nel quale opera con i marchi Tavernello, Castellino e Poggese). Tra i primi dieci in classifica, sono la metà i marchi che hanno registrano un decremento del fatturato: tra questi c'è anche la Santa Margherita, controllata dal gruppo Zignago quotato in Borsa, che registra però anche l'utile più consistente: 10,9 milioni su un giro d'affari di 68. Che cosa ha penalizzato i ricavi? «La flessione delle vendite in Italia si deve essenzialmente al rallentamento del segmento ristorazione che influisce molto sul lavoro di tante aziende e a ciò si è aggiunto anche il minor lavoro dei supermercati che prosegue in questi primi mesi del 2005», dice Ettore Nicoletto, direttore commerciale del gruppo veneto. «All'estero, invece, dopo un 2003 deludente nel 2004 ci sono stati segni di ripresa che non hanno riguardato però il mercato statunitense che rappresenta da solo il 30% dell'export del sistema Paese. Di ciò hanno risentito le aziende come la Santa Margherita (o la Ruffino, ndr) che più sono impegnate negli Usa». Si deve sottolineare inoltre che i vini della Santa Margherita, come quelli di molte altre aziende, si posizionano in una fascia medio-alta di mercato che è quella che ha sofferto e continua a soffrire di più. Tanto è vero che non ha avuto particolari contraccolpi negli Usa una azienda come la Cavit, numero uno nel canale della ristorazione statunitense. La cantina trentina guidata da Giacinto Giacomini vende infatti le sue bottiglie a un prezzo medio compreso tra i 2,7 e i 3,7 euro, contro i 5,5-6 euro della Santa Margherita. Il problema cambio dollaro-euro ha fatto il resto. «La svalutazione del dollaro rispetto all'euro è stata del 10% nel 2004 rispetto al 2003 e addirittura del 32% rispetto al 2002», sottolinea Giovanni Gaddes da Filicaia, amministratore delegato della Marchesi de' Frescobaldi, che ha visto flettere del 6% il fatturato. «In realtà è andata bene in Italia dove abbiamo venduto 2,8 milioni di bottiglie contro i 2,3 milioni del 2003; mentre abbiamo lavorato meno con gli importatori: in pratica abbiamo fatto meno magazzino nei mercati esteri anche se, su quegli stessi mercati, sono aumentate le vendite». In particolare, l'andamento del gruppo sul mercato Usa è stato condizionato dal divorzio da Mondavi, ex socio della famiglia fiorentina nelle aziende Luce della vite a Montalcino e Tenuta Ornellaia a Bolgheri. La classifica 2004 comprende 49 aziende: sette in più rispetto al 2003. Considerando le stesse imprese nei due anni, emerge un mercato sostanzialmente stabile, nonostante le difficoltà degli ultimi due esercizi. Naturalmente si tratta di medie in un settore molto variegato, nel quale sono numerose le realtà a controllo familiare e di piccola dimensione. Molte di queste stanno andando benissimo. Altre segnano il passo e potrebbero non reggere in un mercato ancora a lungo difficile, favorendo un processo di aggregazione nel comparto. Restando nella graduatoria dei più grandi, oltre ai risultati di segno meno, si fanno notare alcune crescite sopra la media. È il caso, per esempio, del gruppo Masi, che ha archiviato il 2004 con un più 10% (dopo il decremento del 3% nel 2003), o della Cantina La Vis e Valle di Cembra, guidata da Fausto Peratoner, cresciuta dell'8%. Da notare a Montalcino il Castello Banfi, unico fatturato in crescita (+5,9%) in Toscana. Qual è il segreto della casa produttrice del Brunello? «Una politica di prezzi che ha riguardato tutta la produzione assieme a un forte investimento sulla qualità, in modo che il rapporto qualità-prezzo potesse essere un valore effettivamente percepito dal consumatore finale», spiega Enrico Viglierchio, dg della maison. Un altro volano è stata la politica di allargamento di mercati anche marginali: «Comporta investimenti inizialmente non remunerativi, ma che rappresentano un ottimo potenziale di sviluppo negli anni futuri, oltre ad avere già contribuito ai risultati», spiega Viglierchio elencando tra le nuove mete Brasile e Colombia, Perù e Costarica, Corea. Incrementi consistenti riguardano al Nord il gruppo Terra Moretti, la Cantina di Soave guidata da Bruno Trentini, le Cantine Ferrari dei Lunelli, Sartori, la Valdo spumanti di Valdobbiadene presieduta da Pierluigi Bolla, la piemontese Bersano.
Scendendo più a Sud ecco la grande cantina abruzzese Tollo e l'azienda campana Feudi di San Gregorio delle famiglie Ercolino e Capaldo: «È un momento favorevole per il Sud, che ha finito di essere il serbatoio di vino del Nord ed è sempre più impegnato a valorizzare la viticoltura locale», commenta Mirella Capaldo, ad dell'azienda che cresce allargandosi anche in Lucania e Puglia. Va benissimo per le maison siciliane e in Sardegna per la Sella e Mosca del gruppo Campari quotato a Piazza Affari, cresciuta del 10%. Quasi simbolico, ma positivo, lo sviluppo nell'area vino registrato da Genagricola, braccio delle Generali nell'agricoltura entrato quest'anno in classifica.
A Masi il primato dell'utile
Fatturato sì, utile o perdita no: molte case vinicole sono restie a fornire tutti i dati economici. Nella classifica del Mondo, infatti, solo 24 aziende su 49 hanno comunicato l'utile del 2004. Tra queste l'alloro del miglior risultato è della Santa Margherita (10,9 milioni su 68 di ricavi), seguita a ruota dal gruppo Masi. La casa veneta di Sandro Boscaini ha conseguito un utile di 6,8 milioni su un fatturato di 43 milioni. Significativo anche il dato della trentina La Vis e Valle di Cembra che espone 5,3 milioni di utile su un fatturato di 34,8 milioni. Al terzo posto la cantina veneta Bolla, che totalizza 6 milioni su un giro d'affari di 44,9; al quarto i toscani Cecchi con 3,4 milioni su 28,2; al quinto Pellegrino con 1,8 milioni su un fatturato di 19,4.
Cambio e consumi pesano sui conti
Rallentamento dei consumi e grossi problemi di cambio: sono tra le principali cause delle numerose flessioni dei fatturati 2004. Come è accaduto per Ruffino (-10,4%), Settesoli (-9,3), Rocca delle Macie (8,3%) e Zonin (-5%). Ma non solo. A volte, anche nuove strategie commerciali possono penalizzare il giro d'affari. Come quelle adottate dalla Barone Ricasoli. La casa toscana ha infatti deciso di eliminare dal portafoglio i prodotti ritenuti poco coerenti con il suo posizionamento sul mercato (dal vinsanto liquoroso all'Orvieto al Chianti generico) per concentrarsi sulle sue etichette più famose (come Chianti classico Castello di Brolio o Casalferro). In più ha anche cambiato l'importatore negli Usa, dalla Willian Grant alla Paterno wines, operazione che ha fermato per alcuni mesi il lavoro su uno dei suoi mercati più importanti, incidendo sul fatturato sceso del 27% (9% a parità di portafoglio).
Chi si prepara ad entrare in classifica
L'abruzzese Gianni Masciarelli, i veneti Paladin e Bisol, il siciliano Cusumano, i toscani Biondi Santi a Montalcino e Mazzei nel Chianti classico: con un giro d'affari compreso tra i 7 e gli 8,5 milioni a fine 2004, queste aziende si collocano a ridosso della classifica. E non sono le sole. In barba al rallentamento dei consumi, sono molte le case vinicole che si stanno muovendo a buoni ritmi, anche in questi primi mesi dell'anno. Così come non si fermano gli investimenti. L'ultimo? Quello dei Mazzei in Sicilia. Dopo il Chianti classico nel Castello di Fonterutoli e il Morellino nella Tenuta Belguardo in Maremma, i marchesi Filippo e Francesco Mazzei faranno anche il Nero d'Avola. Dove? Alla Zisola, una nuova azienda di 20 ettari, a un passo da Noto.
Planeta guida la corsa dei siciliani
È il fenomeno della classifica 2004: con un incremento del fatturato del 18,4%, la giovane casa vinicola siciliana Planeta entra nella classifica delle maggiori aziende italiane, con il più alto tasso di crescita. Tra i fattori di successo dell'azienda guidata dai tre cugini Santi, Alessio e Francesca Planeta c'è l'indovinato rapporto qualità prezzo dei prodottii. Il resto lo fa la Sicilia: terra di vino sulla cresta dell'onda in questi ultimi anni, come dimostra anche il positivo risultato ottenuto da molte altre cantine dell'isola, anche più piccole. In graduatoria, Calatrasi ha registrato un incremento del 13%, Donnafugata +10%,Tasca d'Almerita +8,6%, Pellegrino +2,1%. Stabili le Case vinicole di Sicilia (gruppo Ilva). In flessione Settesoli.
Ecco i conque campioni dell'export
Più di 180 milioni su un fatturato totale di 226,2 milioni: è la Cavit la cantina che esporta di più in cifra assoluta. Europa, Usa e Canada sono le principali direttrici della cooperativa presieduta da Francesco Sartori. Germania, Usa, Gran Bretagna sono invece i principali sbocchi del Giv presieduto da Rolando Chiossi (160,2 milioni) e della Cooperativa Mezzacorona presieduta da Guido Conci e diretta da Fabio Rizzoli che fattura all'estero più di 76 milioni. Il quarto e il quinto posto nella graduatoria dell'export sono della Marchesi Antinori (oltre 59 milioni) e di Bolla. In particolare la casa veneta guidata da Maurizio Ferri incassa all'estero più di 41 milioni che corrispondono al 92% del suo fatturato.
Ma le bollicine restano in Italia
Dei 19 milioni di fatturato realizzati dalla cantina La Versa nel 2004 solo il 2% è arrivato da esportazioni. Si rivolge quindi essenzialmente al mercato italiano la produzione della casa vinicola lombarda presieduta da Giancarlo Vitali e guidata da Francesco Cervetti. Scorrendo la classifica si nota che lavorano più in Italia che all'estero altre case produttrici di bollicine. L'export delle Cantine Ferrari è del 12%, quello della Berlucchi scende al 5%, Terra Moretti vino, che significa soprattutto Bellavista e Contadi Castaldi, non manda oltre frontiera più del 10%, Gancia va poco oltre il 20%. Tra le case non spumantistiche le quote più basse di export riguardano le Cantine Cavicchioli (12,5%), Caviro (12,6%) e Mastroberardino (15%).
Frescobaldi punta su Ornellaia
Il primo accordo è stato raggiunto: la Marchesi de' Frescobaldi sta per assumere il controllo di Luce della vite, la casa vinicola di Montalcino che era finita per il 50% nella pancia dell'americana Constellation brand, dopo che quest'ultima (2,3 miliardi di ricavi) ha acquisito la Robert Mondavi corporation, ex socio del gruppo italiano. La famiglia fiorentina ha infatti ritirato la quota degli americani girandola successivamente alla Mondavi investment partner: la nuova società personale di Michel Mondavi che, da febbraio, è anche diventato distributore dei Frescobaldi negli Usa con la sua azienda di distribuzione Folio wine company. Grazie a una call option fino al 15%, i Frescobaldi si apprestano ora ad acquisire la maggioranza di Luce della vite. Ma non solo. Sul loro tavolo c'è ancora il dossier Ornellaia, la tenuta che produce tra i vini più famosi del mondo. I Frescobaldi vorrebbero rilevare dalla Constellation anche il 50% di Ornellaia. Ma, a quanto pare, gli americani avrebbero altri progetti. La partita è all'inizio e il mercato italiano tifa per Firenze.


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