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ANALISI

In Italia, 180.000 lavoratori agricoli vittima di sfruttamento e caporalato

Nel “Rapporto Agromafie e Caporalato” dell’Osservatorio Placido Rizzotto, il peso delle mafie, l’immigrazione femminile, la catena del valore

Lo sfruttamento del lavoro nel settore agro-alimentare e le criticità dei rapporti di lavoro, tra contratti ingannevoli e raggiri perpetuati a danno dei lavoratori, distribuiti diversamente in tutti gli ambiti produttivi che nel loro insieme costituiscono la filiera di valore dell’intero settore, è una piaga che colpisce lavoratori, imprese oneste e consumatori. A fotografare la situazione degli ultimi due anni - da ottobre 2018 ad ottobre 2020 - è il “Rapporto Agromafie e Caporalato” n. 5, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto/Flai-Cgil, presentato oggi a Roma. È diviso in quattro parti, e ciascuna è focalizzata ad esplorare specifici ambiti, che, nell’insieme contribuiscono ad illuminare il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato, che, ad oggi, riguarda, a diversi livelli, ben 180.000 lavoratori, i più vulnerabili, e “ruba” un giro d’affari di 24,5 miliardi di euro, secondo le stime Coldiretti.
Una situazione che urge arginare, anche attraverso interventi di controllo che garantiscano la tutela della legalità e l’applicazione delle leggi in materia, come ricordato dal Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova:“dobbiamo applicare la norma in tutti i suoi aspetti e c’è bisogno di fare ancora azioni, togliere alibi, non basta l’aspetto repressivo che è importante, e di questo ringrazio le forze dell’ordine, i prefetti, ma dobbiamo fare di più. Ci sono misure che devono rendere sostenibile nel nostro Paese la produzione di buon cibo e il rispetto della dignità delle persone e bisogna tenere insieme la sostenibilità economica, ambientale e sociale altrimenti ci sarà l’abbandono delle terre. È una battaglia che portiamo anche in Europa. L’applicazione della legge contro il caporalato ha bisogno di rafforzare queste misure, abbiamo cercato di farlo e credo sia utile avviare un confronto. Il caporalato è criminalità organizzata, è mafia. Esiste al sud così come al Nord, esiste in parte delle aziende agricole come in parte di quelle dell’edilizia, della ristorazione e della logistica e non riguarda solo alcune realtà del Mezzogiorno, c’è anche nel ricco Veneto”.
Un’espansione verso il Nord confermata anche da Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia: “il caporalato è un fenomeno che si sta diffondendo, perchè in alcune parti d’Italia si preferisce abbattere un costo di produzione, il costo del lavoro, piuttosto che investire su tante altre voci. La vera forza delle mafie, come hanno sottolineato in molti, è nella debolezza del tessuto sociale che non riesce a comprendere la loro tossicità. Certi fenomeni, quale appunto il caporalato, che investivano in particolar modo le Puglie, la zona di Gioia Tauro, Rosarno e così via, con la purtroppo famosa baraccopoli e tendopoli. Ma non sono pià realtà concentrate, perimetrate a Sud. Lo sfruttamento del lavoro attraverso l’impiego di caporali è diventata una realtà in Emilia Romagna, in Trentino, in Veneto, lì dove vi sono campagna e attività agricole importanti che prevedono il ricorso a manodopera stagionale. Purtroppo si tratta di un fenomeno che si sta diffondendo, perchè in alcune parti d’Italia si preferisce abbattere un costo di produzione, il costo del lavoro, piuttosto che investire su tante altre voci. Lo stesso Sergio Marchionne, non un uomo a me vicino politicamente e ideologicamente parlando, ricordava che nell’economia capitalistica, quantomeno per l’industria dell’auto, il costo del lavoro incideva per il 7% sul costo complessivo del prodotto finale. Forse sarebbe il caso di incidere sul restante 93% anziché ledere diritti fondamentali della persona prima che del lavoratore”.

Focus - I contenuti del Rapporto Agromafie e Caporalato n. 5, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto/Flai-Cgil
Nella Prima Parte il Rapporto mette in evidenza la correlazione esistente tra la conoscenza puntuale del territorio nazionale nelle sue articolazioni geografiche, come fatto preventivo per contrastare le organizzazioni mafiose che, in maniera diretta o indiretta, riescono ad infiltrarsi nel settore agroalimentare, dirottando a loro vantaggio parti della ricchezza prodotta lungo la catena di valore, che parte dalla semina fino al mercato quindi al consumatore.
È anche per questo motivo che alle pratiche di sfruttamento vanno contrapposti i diritti dei lavoratori, diritti che vanno tutelati e garantiti a prescindere dalla nazionalità delle maestranze. La cittadinanza dei lavoratori infatti è motivo di forti criticità: da una parte, secondo il rapporto, pesa l’impianto iniquo della “legge Bossi-Fini”, dall’altra, i “Decreti Salvini” focalizzati ossessivamente sull’accostamento in termini sicuritari tra dell’immigrazione e criminalità (la cosiddetta “crimmigration”).
Non secondaria è l’attenzione posta alla recente regolarizzazione dei lavoratori stranieri in generale e, in particolare, di quelli occupati nel settore agroalimentare. I dati in possesso dell’Osservatorio, alla prima metà di settembre, non hanno permesso una fotografia puntuale, ma le domande, presentate al 15 agosto 2020, ammontavano a 207.542, di cui 30.694 riguardanti il settore primario (comparabile alla cifra rilevata nel 2003 con la “grande sanatoria”). L’Osservatorio ha cercato di valutare i risultati del provvedimento, anche perché - come oramai tradizione del nostro Paese - le regolarizzazioni appaiono ancora come espressione di quello che viene oramai da anni definito il “modello italiano”, ovverosia l’emersione delle componenti irregolari o che - non secondariamente - diventano tali per le considerazioni sopra accennate.
L’attenzione si sposta poi sulle condizioni abitative, in particolare delle componenti straniere, perché una parte rilevante di questi ultimi vive all’interno di insediamenti informali di fortuna (ghetti, baraccopoli). Incrociando tale situazione con le basse retribuzioni, si genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante.
Nella Seconda Parte, il Rapporto si concentra su diversi aspetti, che offrono una visuale sfaccettata del fenomeno dello sfruttamento e su come, da un punto di vista critico, sono state evidenziate luci ed ombre delle disposizioni normative promulgate negli ultimi anni, e come da queste critiche è possibile attivare interventi di aggiustamento delle disposizioni medesime. Interventi che all’Osservatorio ed alla Flai Cgil appaiono necessari per prevenire infortuni sul lavoro, infortuni di diversa gravità ed anche di situazioni (purtroppo) caratterizzate da morti sul lavoro. Vuoi per la mancanza di strumenti antinfortunio e Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), vuoi per i ritmi estenuanti di lavoro (il cottimo è quasi una regola aurea), vuoi, infine, ma non secondariamente, per gli attacchi razzisti che vengono perpetrati contro i lavoratori agricoli, soprattutto di origine straniera.
Tra le maestranze straniere un posto di rilievo è dato dalla componente femminile: sia per la sua crescita quantitativa, che si rileva nei processi migratori (si parla appunto di “femminilizzazione dei flussi”), e dunque di una accentuata presenza nei mercati del lavoro che tendono, perciò, a configurarsi come fortemente segmentati sulla base del genere, della classe e della nazionalità. L’impiego in agricoltura costituisce il terzo settore dove si riversano una parte delle donne migranti, dopo il lavoro domestico e di cura. In questo ambito occupazionale, emerge un maggior isolamento delle lavoratrici agricole che, specularmente, tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro, rendendo i rapporti di lavoro particolarmente permeabili a forme di variegate di abuso (incluse quelle a sfondo sessuale) e sfruttamento: le paghe di fatto sono mediamente minori, mentre gli orari di lavoro sono pressoché assimilabili a quelli dei colleghi maschi. Anche le donne, come gli uomini, sono reclutate da caporali (o dalla “caporala”, come nel brindisino/tarantino) o da datori di lavoro che mirano a sfruttare a loro vantaggio la loro maggior vulnerabilità/ricattabilità (soprattutto in presenza di figli/genitori a carico), ovverosia lo stato di bisogno nella quale versano sovente i lavoratori/lavoratrici.
L’analisi prosegue mettendo a fuoco la problematica della catena del valore, che caratterizza il settore agroalimentare, cercando di capire quale possa essere il salario minimo da erogare per soddisfare il giusto reddito del datore di lavoro e allo stesso tempo non penalizzare né sfruttare il lavoro delle maestranze occupate. Sappiamo che la prima fase della catena di valore (semina e raccolta) è quella che influenza in modo positivo o negativo tutte le fasi successive: dal conferimento del prodotto alla sua trasformazione e confezionamento, al trasporto e alla successiva commercializzazione e vendita al consumatore. Tale salario minimo, risultato da un accurato studio delle proposte esistenti, si aggira intorno ai 12 euro l’ora, che dovrebbero permettere, anche in base a verifiche e monitoraggi successivi, di ridurre progressivamente lo sfruttamento che si concentra nelle prime fasi della filiera, quella dove l’impiego dei caporali (anche in mancanza di servizi del lavoro efficaci) trova la sua massima (e ampiamente distorsiva) funzionalità.
Nella Terza Parte sono riportati i casi di studio territoriali effettuati in cinque regioni: il Veneto (con le province di Verona, Vicenza, Padova e Rovigo), la Toscana con la provincia di Livorno (e in particolare la Val di Cornia), la Campania con la provincia di Salerno (e in particolare la Piana del Sele con i comuni di Battipaglia ed Eboli), la Puglia con le province di Brindisi e Taranto e, infine, la Sicilia con le province di Agrigento e di Trapani.
Lo sfruttamento lavorativo attraversa trasversalmente tutto il Paese, visto che più o meno dappertutto troviamo occupati regolari con contratto rispettato in tutte le sue parti, occupati con contratto ma con parti dello stesso non rispettati (riduzione delle giornate di lavoro, salario minore di quello che compare nel medesimo contratto, risposi e ferie dimezzati o inesistenti), occupati senza contratto con rapporti di lavoro sbilanciati o asimmetrici (dal punto di vista economico e dall’assenza degli strumenti e attrezzatura antinfortunistica) in favore del datore di lavoro, occupati senza contratto fortemente sfruttati e non di rado esercitanti l’attività in condizione pressoché servile.
Ciò che caratterizza queste ultime tre categorie di lavoratori è spesso lo stato di bisogno, e dunque l’alta esposizione al rischio di sfruttamento, dovuto alla ricattabilità qualora non si accettassero le condizioni dell’ingaggio occupazionale. E quasi sempre, sono le tre categorie che risentono dell’intermediazione illegale di manodopera e accrescono pertanto, in ciascun distretto agroalimentare, la sub componente di lavoratori che viene coinvolta con maggior facilità nelle occupazioni caratterizzate dalle pratiche di caporalato. Per ciascuna Provincia analizzata vengono riportati i dati degli occupati ufficiali (suddivisi per nazionalità, genere e temporalità del contratto), i dati della manodopera irregolare stimata dall’Istat e i dati e le informazioni acquisite tramite le interviste a 200 testimoni.
Nella Quarta Parte del Rapporto, infine, vengono riportati degli approfondimenti che nell’insieme sono complementari alla conoscenza del fenomeno del caporalato. Nel Veneto è stato approfondito il rapporto tra impiego di manodopera irregolare e la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose, analizzando la documentazione reperibile delle Direzioni Distrettuali Antimafia degli ultimi anni. Nella Piana del Sele (in provincia di Salerno) e nel brindisino e nel tarantino l’approfondimento ha riguardato il rapporto tra processo di modernizzazione della struttura produttiva agroalimentare e il permanere di rapporti di lavoro basati sull’intermediazione illegale di manodopera, anche correlati ad una visione ancora di tipo patriarcale, soprattutto per la compresenza di fattori configurabili come “tradizionali”, ovvero basati perlopiù su rapporti di natura prettamente paternalistica. Infine, il Rapporto ha focalizzato l’attenzione sull’Agenzia contro il caporalato della Gran Bretagna, descrivendo le norme di riferimento, l’articolazione interna e le funzioni di ciascuna di esse, nonché l’impatto, che è stato possibile ricostruire, sul fenomeno.

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