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WASTE WATCHER

In un mondo di spreconi, l’Italia si scopre virtuosa: è il Paese che getta via meno cibo

“Food&Waste around the World”: nei cestini italiani 529,3 grammi di cibo commestibile a settimana. Primi gli Usa, con 1.403,1 grammi
FOOD & WASTE AROUND THE WORLD, SPRECO ALIMENTARE, WASTE WATCH, Non Solo Vino
Lo spreco alimentare

In un mondo di spreconi, l’Italia si scopre virtuosa. Ad assegnarle lo scettro, è il “Food&Waste around the World”, la prima indagine globale firmata da Waste Watcher, International Observatory on Food & Sustainability, condotta in otto Paesi (Italia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Russia, Cina, Stati Uniti e Canada) e presentata oggi al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, nella seconda Giornata Internazionale di Consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, promossa da Spreco Zero con Ipsos e Università di Bologna. Il dato di sintesi più interessante riguarda lo spreco alimentare settimanale pro capite, che vede i consumatori italiani gettare nel cestino 529,3 grammi di cibo commestibile, che alla fine dell’anno vuol dire un conto che supera i sei miliardi di euro.

Tanti, troppi, ma comunque sensibilmente meno di quanto non finisca nelle pattumiere del resto del mondo. In Russia, infatti, si gettano via 627,6 grammi di cibo a persona ogni settimana, in Spagna 836,2, in Gran Bretagna 949,3, in Germania 1081,4 e in Canada 1144,1. In cima alla classifica, con molto poco onore però, i due colossi economici, Cina (1.153,8 grammi di cibo gettato a persona ogni settimana) e Stati Uniti (1.403,1 grammi di cibo commestibile buttato via ogni settimana), unite da una cultura del consumo, e quindi dello spreco, che i Paesi del bacino del Mediterraneo stanno invece provando a combattere. Non è un caso, in questo senso, che per il 77% degli italiani e degli europei sprecare cibo sia semplicemente immorale, così come per il 71% dei cinesi, uniti nel considerare lo spreco un danno all’ambiente. Diverso l’approccio di britannici (83%), americani (73%) e canadesi (80%), che vedono nel gettare cibo prima di tutto il danno economico.

Interessanti, infine, i motivi che sono alla base degli sprechi, che valgono per tutti gli otto Paesi analizzati. Il 40% dei consumatori ammette di acquistare troppo cibo, senza pensarci su; il 50% (che sale al 70% in Usa) si dimentica il cibo in frigorifero; nel 50% dei casi ci si dimentica di controllare la data di scadenza. Così, in Italia finiscono nella pattumiera 32,4 grammi a settimana di frutta fresca, 22,8 di insalata, 22,3 di pane fresco, 22,2 di verdure e 21,8 di cipolle, aglio e patate. Di certo, e non pare un caso, la Dieta Mediterranea aiuta il contenimento degli sprechi, visto che nei Paesi in cui si spreca più cibo le abitudini alimentari sono anche decisamente meno regolari. Infine, per quanto riguarda la qualità di ciò che si mangia, secondo il “Food&Waste around the World”, sono i consumatori cinesi i più interessati alla qualità, con il 42% che la mette davanti al prezzo, mentre, al contrario, il 63% dei russi e il 58% dei tedeschi guarda prima di tutto al costo di ciò che mette nel carrello. Le soluzioni allo spreco? Educazione alimentare nelle scuole e confezioni più piccole molto meglio di tasse e multe.

“Il “Cross Country Report Waste Watcher International” - commenta il direttore scientifico di Waste Watcher International Andrea Segrè, fondatore della campagna Spreco Zero e ordinario di Politica Agraria Internazionale all’Università di Bologna - offre, con una metodologia di indagine sui comportamenti di consumo mai testata prima a questo livello, una istantanea sulle abitudini alimentari a livello mondiale. Abbiamo promosso questo Rapporto come essenziale punto di partenza per promuovere politiche pubbliche e private e iniziative internazionali di sensibilizzazione finalizzate a concretizzare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in particolare al punto 12.3, che prevede di dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030. Il Rapporto conferma con dati puntali il forte collegamento fra abitudini di consumo, spreco alimentare e diete sane, sostenibili e tradizionali, come la Dieta Mediterranea. Aumentare la consapevolezza dei cittadini e delle istituzioni in tutto il mondo permette di promuovere un’alimentazione sana e sostenibile, com’è in primis la Dieta Mediterranea, e di prevenire e ridurre lo spreco alimentare a livello domestico. Anche il consumo e la cucina domestica aiutano a ridurre lo spreco, come dimostra il caso Italia: chi è abituato a mangiare fuori spreca di più in casa. Sono questioni che i cittadini ma anche e soprattutto le governance del pianeta devono adesso affrontare in modo strutturale”.

Enzo Risso, direttore scientifico Ipsos, sottolinea invece come “forza economica di un Paese e spreco di cibo sembrano andare ancora a braccetto. I primi Paesi nella classifica della fiducia dei consumatori sono anche ai vertici dello spreco. Così la Cina (71.8) e gli Usa (59), che guidano l’indice di fiducia globale dei consumatori, capeggiano anche l’indice di spreco di cibo. Rispetto all’indice di fiducia, in vetta ci sono gli Usa con 1.403 grammi la settimana di alimenti che finiscono in spazzatura, seguita a ruota dalla Cina con 1.153 grammi. Gli altri tre Paesi in vetta alla classifica della fiducia, mantengono anch’essi un alto livello di spreco. In Germania vengono gettati via 1.081 grammi la settimana, in Gran Bretagna 943 grammi la settimana. L’Italia, che ha un indice di fiducia al di sotto dei 50 punti (47,3), ha anche un ridotto tasso di cibo che finisce in spazzatura, pari a 529 grammi la settimana. Le cause principali dello spreco sono diversificate da Paese a Paese. Se per gli americani in testa ai motivi dello spreco c’è il dimenticarsi delle derrate acquistate e di lasciarle di conseguenza deteriorare (68%), per i cinesi c’è il rifiuto di mangiare gli avanzi (72%). Per i tedeschi, come per gli italiani, la causa è da addebitare anche alla cattiva conservazione degli alimenti freschi da parte degli store”.

Il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Stefano Patuanelli ha infine sottolineato come “la lotta agli sprechi alimentari contribuisce alla sostenibilità. La presentazione del Rapporto del Waste Watcher International Observatory on Food and Sustainability è una iniziativa importante, alla vigilia della seconda Giornata Internazionale Onu sulla consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari, per valutare i progressi fatti e il percorso ancora da fare. Un tema discusso anche dai Ministri dell’Agricoltura del G20, riunitosi a Firenze il 17-18 settembre, accanto a quello della transizione ecologica. In occasione del G20 ho avuto modo di sottolineare che la sostenibilità delle produzioni alimentari va implementata non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico e sociale. La lotta allo spreco alimentare rientra in questo ambito perché comporta un migliore equilibrio nello sfruttamento delle risorse del pianeta, una equa distribuzione di cibo ed acqua, nonché minori costi di produzione e di smaltimento degli “scarti”. Accanto ad attività operative, come riuso, riciclo, economia circolare e donazione agli indigenti delle derrate agroalimentari, Tavoli, Osservatori e ricerche sono fondamentali perchè permettono di analizzare dati e riflettere sullo spreco alimentare, verificando politiche ed azioni tese a raggiungere l’obiettivo “Fame Zero”. L’uomo con le sue attività ha causato squilibri di diversa natura. L’agricoltura partecipa e sarà fattore trainante delle soluzioni a questi squilibri, tra Paesi e dentro ogni singolo Paese”.

Presente anche Agrinsieme - il coordinamento che riunisce Cia Agricoltori, Confagricoltura Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari - per cui la performance dei consumatori italiani è “un importante passo avanti, che non deve però fare abbassare la guardia su un fenomeno che resta comunque ancora diffuso e non riguarda solo il consumo domestico, ma l’intera filiera agroalimentare, lungo la quale ci sono ancora troppe dispersioni. Ha ribadito il contributo fondamentale che possono dare le imprese agricole nella lotta allo sperpero e nell’attuazione del Piano nazionale contro gli sprechi alimentari, di cui il nostro Paese si è dotato già da qualche anno. L’agricoltura da sempre applica i principi dell’economia circolare, cercando di riutilizzare gli scarti, con la consapevolezza che ciò avviene sempre attraverso l’uso di risorse naturali ed energetiche, che non vanno sprecate. L’obiettivo dell’agricoltura però, non è solo quella dello “spreco zero”, ma anche della “fame zero” e della sostenibilità. Nel 2050 - ricorda Agrinsieme - gli abitanti sulla Terra saranno circa 10 miliardi; la crescita demografica richiederà una significativa crescita produttiva di alimenti che - nonostante si facciano già sentire gli effetti dei cambiamenti climatici - dovrà essere sempre di più coniugata con il rispetto delle risorse naturali. La sfida sarà di produrre di più, in quantità e qualità, ma con minore impatto sulle risorse naturali e senza aumentare la SAU. Bisogna però garantire un’equa redistribuzione nella filiera della ricchezza che proviene dalla produzione, trasformazione e commercio del cibo - come è chiaramente scritto nel Green Deal e nella Strategia Farm to Fork - avendo uno sguardo non solo europeo ma mondiale. In questo senso l’Europa si è dotata di un regolamento contro le pratiche sleali nel commercio che potrebbe essere la base per leggi internazionali. Allo stesso tempo - conclude Agrinsieme - andrà preservata la dieta mediterranea, che fa bene alla salute, che si poggia sul modello produttivo della grande ricchezza della biodiversità, ma che non può essere messa in discussione da stili nutrizionali dannosi, cibi sintetici ed etichette fuorvianti”.

Focus - Coldiretti: un italiano su due taglia gli sprechi alimentari

Più di un italiano su due (55%) ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari, adottando nell’ultimo anno strategie che vanno dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza. Emerge dai risultati di un sondaggio, condotto sul sito di Coldiretti e diffuso alla presentazione del primo Rapporto globale sullo spreco, “Food&Waste around the World” di Waste Watcher International. Non si tratta solo di un problema etico ma che determina anche - precisa la Coldiretti - effetti sul piano economico ed ambientale per l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti. La pandemia ha impresso una vera e propria svolta green nei comportamenti degli italiani proprio a partire dalla tavola, spinta dal fatto che le misure anti contagio - sostiene la Coldiretti - portano la gente a stare di più a casa con il recupero di riti domestici come il cucinare che diventa oltre che necessità quotidiana anche un momento di aggregazione familiare più sicura di un pasto o di un aperitivo in mezzo a estranei o a persone che vivono fuori dal proprio nucleo domestico.

Il risultato è che quasi due italiani su 3 (64%) si sono improvvisati chef tra le mura domestiche per sperimentare vecchie e nuove ricette con un trend in crescita iniziato nella fase più acuta dell’emergenza, ed alimentato dallo smart working. Una tendenza proseguita anche con la ripresa del lavoro, dove è tornata la gavetta per più di 1 italiano su 2 (53%), magari recuperando gli avanzi della sera prima. Il nuovo rapporto degli italiani con i fornelli ha portato a un più efficiente utilizzo del cibo che si traduce in una maggiore attenzione agli sprechi. Sulle tavole degli italiani - continua la Coldiretti - sono così tornati i piatti del giorno dopo come polpette, frittate, pizze farcite, ratatouille e macedonia. Ricette che non sono solo una ottima soluzione per non gettare nella spazzatura gli avanzi, ma aiutano anche a non far sparire tradizioni culinarie del passato secondo una usanza molto diffusa che ha dato origine a piatti diventati simbolo della cultura enogastronomica del territorio come - prosegue la Coldiretti - la ribollita toscana, i canederli trentini, la pinza veneta o al sud la frittata di pasta. Nonostante ciò il problema resta però rilevante se si considera che nel 2020 - conclude Coldiretti - sono 5,2 milioni le tonnellate di alimenti finiti nella spazzatura tra quello che si getta tra le mura domestiche e ciò che riguarda tutta la filiera, per un valore complessivo di circa 9,7 miliardi di euro.

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