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INTERVISTA A MISTER MICHAEL BROADBENT, IL PIU’ CELEBRE MASTER OF WINE DEL MONDO E PRINCIPE INDISCUSSO DELLE ASTE DEI GRANDI VINI

Italia
Michael Broadbent, il più celebre Master of Wine del mondo

Questo signore alto, dall’aria aristocratica, sempre vestito con un gessato blu, è la figura più carismatica delle aste dei vini, oltre che il più celebre “Master of Wine” del mondo. Nessuno meglio di lui conosce i “grandi vini”, soprattutto delle annate ormai lontane. Nella memoria del suo palato sono archiviate tutte le differenze sensoriali e le caratteristiche che gli permettono di riconoscere la provenienza e l’annata specifica di un grande classico, come lui chiama i grandi vini. Sulla tecnica di degustazione ha scritto diversi libri pubblicati in svariate lingue. E da oltre trent’anni riporta in un’agenda tascabile ogni singolo vino assaggiato: tali annotazioni sono diventate il contenuto del “The Great Vintage Wine Book”, uno dei testi sacri per chiunque voglia studiare o si interessi dei grandi vini del mondo. Le onoreficenze a lui attribuite sono tantissime, due emblematiche: il diploma di “Master of Wine”, firmato dalla Regina Elisabetta nel 1957, ed il titolo di “Chevalier dans l’ordre National du Merite”, attribuitogli dal Governo di Francia. Come tutti i “Masters of Wine”, Broadbent si è formato con i vini francesi, in una cultura (quella anglosassone), dove il vino inteso come grande qualità è solo quello francese. Solo dopo alcune “vertical tasting” di Brunello Biondi Santi o di Sassicaia o di Barbaresco di Gaja, negli anni Novanta, il suo interesse si è rivolto anche all’Italia.
In questi giorni, a Roma, con la moglie, per festeggiare i quaranta anni di matrimonio (“Roma è una città bellissima e molto romantica”), questo “signore del vino” - per 30 anni “palato” e capo del “Wine Departement” di Christie’s (con ufficio nel distretto di Saint James a Londra), principe indiscusso delle aste dei grandi vini e membro del “board of director” (consiglio di amministrazione, ndr) di Vinopolis, il celebre ed unico mega museo multimediale del vino (ubicato nel cuore di Londra, costo di realizzazione 50 miliardi, ndr) - ha accettato l’invito di WineNews di rispondere ad alcune domande:
Lei che è il “Master of Wine” più famoso, lo sa che siete considerati un’oligarchia un po’ snob nel mondo del vino. E’ veramente così ?
Direi l’opposto. I “Master of Wine” sono persone strettamente legate all’industria vinicola. Per diventare tali sono necessari esami difficili che possono essere sostenuti da chiunque abbia superato il venticinquesimo anno di età e che abbia un periodo minimo di dieci anni di attività lavorativa nell’industria del vino. L’esame comprende tre giorni di prove scritte in lingua inglese e due esami di “assaggio”, cui deve seguire un giudizio ed un riconoscimento dei vini, per iscritto. Molte persone hanno fallito e, dal 1953 (anno di fondazione dell’istituto dei Masters of Wine) ad oggi, siamo solamente centocinquanta quelli che hanno superato tutti gli esami.
Siete davvero così esperti in materia di vino ?
La nostra esperienza si limita al prodotto in bottiglia, perché gli esami che dobbiamo sostenere non sono esami tecnici: siamo fondamentalmente degli assaggiatori. I tecnici riescono a decretare la personalità del vino appena questo ha finito la fermentazione; noi siamo in grado di riconoscerla quando è già vestita della sua bottiglia e della sua etichetta. Noi non ci permetteremmo mai di andare da un vignaiolo a spiegargli come avrebbe dovuto fare il suo vino o cosa fare nella cantina. Cosa che invece avviene spesso in Italia … mi domando, se questi neo sacerdoti del vino apportino davvero dei benefici alla conoscenza del vino !”
Lei è anche il più famoso esperto al mondo di aste di vini ed è inoltre un profondo conoscitore dei grandi vini francesi. Può esistere competizione tra una vendita d’asta e i canali di vendita normali (enoteche e wine shop specializzati) ?
Non direi. Le aste non vendono annate giovani, che sono facilmente reperibili nei circuiti distributivi tradizionali. I vini che vendiamo sono precedenti alle ultime tre vendemmie. La motivazione che spinge a comprare attraverso le case d’aste è pertanto diversa: il compratore è un consumatore più esperto, che cerca vini già maturi o che hanno passato la maturità.
Qual è la provenienza dei vini che si vendono nelle aste ?
Il più proviene da cantine private. Io le chiamo “Pristine Cellars”: sono cantine immacolate, costruite nel corso di una intera vita e tenute in condizioni ottime nelle case di campagna. Spesso il valore dei vini è cresciuto talmente che anche persone ricche trovano sprecato consumare a pasto un Chateau Haut Brion del 1949 o del 1961, quando per quel medesimo valore possono consumare un centinaio di bottiglie di vino più giovane, di qualità altrettanto buona.
Quanto tempo occorre per costruirsi una cantina ?
“Due-tre anni ed una considerevole somma di denaro. Vanno comprate le ultime annate reperibili e non aspettare troppo ad acquistare le annate buone. Il vantaggio non è solo economico: un vino rosso buono necessita di 5 anni per entrare nella fase di maturazione e di bevibilità ed in quel momento non sarebbe più reperibile o difficilmente reperibile. Per i vini da tutti i giorni oggi la scelta è vastissima: i vini bianchi devono essere di annata, anche se un bianco di grande qualità può armonizzarsi dopo il primo od il secondo anno. Il Sauternes deve avere almeno 10 anni per poterne comprendere il significato della sua “unicità”.
Chi sono i clienti abituali delle aste dei vini?
Contrariamente a ciò che si pensa non sono i privati nel senso stretto del termine, ma sono soprattutto brokers e wine merchants, che acquistano per rivendere ai loro clienti o comprano per la loro clientela. Sono clienti fissi che le case d’aste conoscono bene.
Esiste lo speculatore?
Non userei questa definizione: c’è la passione del vino, anche se poi si può realizzare un investimento. Il cliente compera per bere e poi quando si rende conto della rivalutazione (solo alcuni vini si rivalutano in modo sorprendente in talune annate), allora rivende attraverso di noi, non tanto per realizzare denaro, quanto per acquistare dell’altro vino più giovane.
E’ conveniente comprare attraverso le case d’asta, come Christie’s o Sotheby’s ?
Certo. I costi sono inferiori a qualsiasi altro sistema distributivo: i diritti d’asta gravano per il 10% su chi vuole vendere attraverso di noi e per il 10% su chi viene ad acquistare. Quale commerciante è in grado di vendere un vino ricaricandolo solamente del 20% rispetto al suo prezzo di acquisto ? Del resto, un po’ in tutto il mondo (ma soprattutto a Londra e New York), le grandi aste del vino stanno andando molto bene. Il mercato, poi, delle “vendemmie” storiche  è molto piccolo, ma molto attivo. Come per i quadri, c’è un mercato di appassionati, soprattutto tedeschi, svizzeri, inglesi e statunitensi.
Parliamo dei progressi enologici, Lei ritiene che la moderna scienza enologica abbia migliorato la qualità dei vini?
Le risponderò in modo molto semplice. Si sono sempre fatti vini ottimi, in Bordeaux o in Borgogna e ritengo anche in Italia, ancora prima che la parola “enologo” o “winemaker” sia mai esistita. Credo che non esisteranno mai più dei vini di Bordeaux come quelli prodotti, fra il 1844 ed il 1875, oppure quelli prodotti, fra il 1920 e il 1929. La qualità di questi vini rimane imbattibile. Anche le annate del 1945, 1947, 1949 sono ancora oggi insuperabili. Direi piuttosto che, sempre riferendoci a queste aree classiche, la qualità è peggiorata nel decennio fra gli anni Sessanta e agli anni Settanta. Credo sia dovuto ad un aumento della produzione e delle rese per ettaro ed a una mancanza di selezione piuttosto che a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Credo che l’enologo debba prevenire il cantiniere dal rischio di fare un vino cattivo, ma il vino eccezionale è un dono di madre natura: i grandi vini che beveva Thomas Jefferson, nel 1784, non erano fatti dall’enologo ma dal contadino e dal cantiniere dello Chateau.
Perché voi inglesi vi riferite sempre alla Francia quando parlate di qualità eccelsa dei vini ?
Conosciamo meglio i vini francesi per ragioni storiche: quando Eleonora di Aquitania, quasi trecento anni fa, sposò il re d’Inghilterra portò in dote alla corona, l’Aquitania, che racchiude l’area di Bordeaux. Sin da allora l’intera corte inglese e successivamente l’Impero cominciarono a bere il “Claret” di Bordeaux. Il vino francese era ricercato sin da allora. Non c’è miglioramento fintanto che il vino non è ricercato. Altri paesi, tra i quali l’Italia, non hanno mai guardato alla qualità perché nessuno era interessato ad essa. Ora l’Italia e la Spagna producono grandi vini perché il mercato li richiede. Ma non era così fino a venti anni fa.
Lei usa spesso il termine “Classic Wine”: è un termine ricorrente dei “Masters of Wine”. Cosa vuole dire esattamente ?
“Classic wine” è un vino prodotto da varietà nobili non mischiate genericamente attraverso innesti con varietà meno nobili. Questi vini provengono da aree vinicole integrate nell’ambiente da molti secoli, tanto da influenzarne anche la storia e la tradizione culturale, e dove non esiste più quello sforzo di sperimentare l’interazione dell’ambiente con il vigneto, come succede in tutti i Paesi del “nuovo mondo” vinicolo. Un “classic wine” è la massima espressione del vino prodotto in una regione, comprovata da tante, tante vendemmie: ad esempio, il Pinot Nero è sempre stata la varietà del rosso della Borgogna ed il vino della Borgogna è un “classic wine”. Tutti i Pinot neri prodotti fuori dalla Borgogna non sono dei “classic wine”.
Sulle note dei suoi assaggi si legge spesso “classic style”, che cosa significa?
Definisco a “classic style” un vino che esprime una qualità costante nel tempo e che siamo ormai abituati a identificarlo e ad apprezzare da sempre.
L’Italia produce vino da più di 2000 anni e sono stati i Romani ad aver insegnato ai Galli a coltivare la vite: abbiamo anche noi dei “classic wine” ?
E’ indubbio che anche in Italia si possono ugualmente definire classiche quelle varietà che da secoli interagiscono nella maniera migliore con il loro ambiente in zone delimitate come il Nebbiolo in Piemonte oppure il Sangiovese di Toscana, che producono vini dalla personalità distinta.
Gli italiani sono spesso accusati di avere voluto imitare lo stile dei francesi……
Penso che alcuni vini di stile bordolese hanno contrassegnato la popolarità dell’Italia in alcuni grandi carte dei vini, ma sono convinto che il futuro dei grandi vini italiani è nel mantenimento della tradizione con criteri più scientifici.
Quindi dovremmo lavorare di più sulle nostre varietà ?
Penso di sì, altrimenti i vini diventeranno troppo uniformi. Insomma, i “classici” saranno sempre più pregiati. Oggi, noi tutti vogliamo un’automobile giapponese e possiamo averla, ma non cesseremo mai di sognare di possedere una Bentley ...
Infine, su quali etichette italiane ed estere consiglia di investire ?Naturalmente, il Sassicaia 1997, la migliore vendemmia da sempre, e l’Ornellaia 1997. Per gli stranieri, i premier cru di Bordeaux vintage 1995 (il 2000 ha prezzi troppo alti), in particolare Chateau Lafite, Chateau Latour, Mouton Rothschild.
Ed i vini italiani e stranieri con più alto trend di crescita di qualità e di valore ?
Direi proprio tante etichette di Chianti Classico, chiaramente delle migliori aziende: Castello di Fonterutoli, Castello di Volpaia, Badia a Coltibuono. Ed ancora il Barolo di Michele Chiarlo, Giovanni e Aldo Conterno, Mascarello, il Barbaresco di Gaja … E tutti i “top wine” di Antinori. Sono decisamente incuriosito anche da questo fenomeno di “neoclassicismo” del vino (ovvero l’accentuazione dei vini classici): ad esempio, in una degustazione, da Corney & Barrow, wine merchant di Londra, ho avuto modo di apprezzare l’italiana Tenuta di Trinoro, lo spagnolo Dominio de Pingus ed il francese Chateau Vallandraud.
Ed il Brunello di Montalcino ?
Di Brunello conosco bene quello dell’amico Franco Biondi Santi, persona che stimo moltissimo. Il suo Brunello ha una qualità molto alta, è di gusto classico, particolare. Ha prezzi molto alti: lo Chateau Lafite ha sicuramente prezzi più bassi.


Irene Chiari e Gelasio Gaetani Lovatelli d’Aragona

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