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Io Donna / Corriere Della Sera

Per Bacco che signore ! Giovani, sensuali, cosmopolite. Producono grandi vini e portano nel mondo un’immagine nuova della Sicilia. Il loro modello? Montalcino ... Alla Masseria del Feudo Grottarossa, dalle parti di Canicattì, c’è una ragazza che potrebbe diventare la bandiera delle donne del vino italiane. Si chiama Carolina Cuccurullo ed è orgogliosa di chiamarsi così. Ha un sorriso largo, due gambe lunghissime, un décolleté generoso. E’ fidanzata ad un carabiniere bello come Raul Bova. Ogni mattina prega la Madonna del Carmelo nella cappella di famiglia, piazzata tra la stalla e la cantina. Presto sarà avvocato ed è così sveglia che potrebbe fare carriera ovunque, invece ha deciso di rimanere lì ad annusare letame che lei chiamav ”oro nero”, ad aiutare il padre con i frutteti di pesche e l’uliveto, soprattutto a fare un grande vino, il suo vino: l’anno scorso ha contato settecento bottiglie, quest’anno saranno mille, tra sei anni 150 mila. Il papà è frastornato, ammette che il mondo è cambiato: una donna che fa vino e perdipiù in Sicilia … “Chissà è fodere” questa è matta, dice. Però la guarda ammirato. Sa che ce la farà, perché il vino è oggi la carta vincente in Sicilia, dove lavorano enologi che vengono dal Nord Italia e dalla Francia. Zonin, Marzotto, Mezzacorona sbarcano a produrre nell’isola, perché il vino è ancora zona franca, la mafia sta alla larga. Le etichette pregiate siciliane presenti al Vinitaly del 1987 erano 24, quest’anno sono duecento. E molte di loro sono gestite da donne. “Sta accadendo quello che è avvenuto a Montalcino negli anni Sessanta e Settanta, quando il mondo ha scoperto il Brunello” dice Veronelli. Nel 1967 il Consorzio del Brunello contava 37 soci, nel 1986 erano 104, oggi sono 208. Ed è su quelle colline che grandi produttrici hanno fatto prima successo poi scuola, le Antinori, le Frescobaldi, le Cinelli Colombini. Ora tra le ottocentomila aziende vitivinicole italiane ci sono tante donne non “mogli di …” che vincono premi mondiali. Per raccontare questo fenomeno abbiamo fatto un viaggio proprio tra Montalcino e Sicilia e proprio in tempo di vendemmia, seguendo un ideale “filare” rosa. Una delle immagini simbolo è quella della vendemmia notturna nei vigneti di Donnafugata a Contessa Entellina, Corleone. C’è l’innovazione della raccolta dei grappoli quando sono più freschi per evitare la refrigerazione artificiale, una tecnica già sperimentata dagli australiani. E c’è la sfida portata nel luogo che per eccellenza rappresenta la cattiva immagine della Sicilia nel mondo. Solo una donna poteva lanciare una simile provocazione. E solo il vino poteva raccoglierla. José Rallo, figlia di Giacomo, è tornata in Sicilia per un uomo, da cui sono nati Gabriella e Ferdinando, e con cui condivide anche una grande passione: la musica brasiliana. Lui suona la chitarra, lei canta. Organizzano concerti in giro per le cantine italiane. Ma José è tornata in Sicilia anche con una laurea in economia alla Normale di Pisa. “Ha portato la rivoluzione” dice papà Giacomo. “Questa si alza al mattino e si chiede: cosa facciamo di nuovo oggi?”. Ha introdotto in azienda il controllo di gestione, ha informatizzato il processo di vinificazione, recuperato centinaia di ettari di vigne terrazzate di zibibbo a Pantelleria, si batte per difendere i vigneti autoctoni, “perché” dice “il destino del vino siciliano non è di raggiungere gli standard, ma l’unicità”. Oggi Donnafugata ha ugiro d’affari di tredici milioni di euro, esporta in quaranta Paesi. José spinge i nuovi produttori a ridurre la produzione dell’uva, portarla a 40-50 quintali per ettaro, mentre in certe zone supera ancora i duecento quintali. Meno uva produce la vite, più il vino sarà buono. In Sicilia il vino di qualità non supera il venti per cento dell’intera produzione. Davvero quest’isola può aspirare a diventare la Montalcino del Sud, oppure la Napa Valley d’Europa. Perché coltivare la vite vuol dire anche tutelare l’ambiente, abbellire il territorio, arginare il degrado. Non è solo il Brunello, la Rolls-Royce dei vini italiani, che conduce a Montalcino un milione di turisti l’anno. Contribuiscono molto anche aziende come quella di Paola Gloder, Poggio Antico, che investono nel paesaggio. Sugli oltre trenta ettari coltivati a Sangiovese, Paola ha piantato duemila cipressi, roseti all’inizio di ogni filare, e poi olmi, querce. “Sono una maniaca del dettaglio” confessa, mentre segue la vendemmia allattando: “Quando si arriva qui bisogna avere la certezza che il vino è perfetto come le nostre colline”. E’ proprio quello che intende Gaetana Jacono della Cntina Valle dell’Acate, nel Ragusano, quando dice che le aziende “femminili” restituiscono sensualità alla terra; è quello che sostiene Chicca Planeta, titolare insieme ai cugini Sante e Alessio dell’oramai celebre marchio nell’Agrigentino, a Sambuca, quando afferma che le donne produttrici di vino in Sicilia stanno facendo l’opposto dei palazzinari che devastano la valle dei Templi: “Noi, che siamo fuori dagli schemi, stiamo restituendo la faccia a un’isola sfregiata, possiamo coniugare, come fanno in Toscana, agricoltura con sviluppo, vino con qualità della vita”. Gaetana faceva la farmacista, poi ha mollato tutto perché più che curare gli uomini le interessava salvare la sua terra e ora è la prima donna dopo sei generazioni a guidare l’azienda vinicola di famiglia. “Le siciliane” dice “hanno sempre comandato in silenzio, ora comandano dicendo ciò che vogliono e usando il oro fascino. Nel mondo del vino ci troviamo a nostro agio, un ambiente che ci sta a pennello come una bella scollatura”. E’ un messaggio forte quello di queste siciliane che vanno in giro per il mondo a vendere il loro grande vino, nessuno le guarda pensando a Totò Riina. Chicca Planeta sta lavorando per presentare alla prossima assemblea di Assovini –il club che raggruppa quaranta case vinicole siciliane - un progetto per lanciare nel mondo il marchio “Sicilia doc”: “Proporrò di aprire una “ambasciata” del vino siciliano a Londra, perché è lì che sono decollati i vini australiani, cileni, sudafricani. Però dobbiamo essere uniti, c’è ancora troppa diffidenza tra noi”. Le siciliane hanno fretta ma dalla Toscana arriva il consiglio di fare il passo secondo la gamba, cioè secondo i tempi naturali: “Con il vino bisogna cambiare orologio” dice Emilia Nardi, nella bellissima tenuta Casale del Bosco a Montalcino. “E poi ho imparato che la competitività tr a donne non paga” spiega “è un inutile favore agli uomini. Molte tra noi si avvicinano al mondo del vino perché è glamour, pensano di lasciare la città e di venire qui a rilassarsi, tra una degustazione e una mostra d’antiquariato”. Invece, racconta Emilia, la natura non ti dà tregua: “Io mi affaccio al balcone e vedo che il paesaggio cambia ogni giorno. Bisogna atare al suo passo. Eppure questo lavoro sembra fatto per noi, ci permette di essere femminili e materne, di seguire la famiglia. Quello tra donna e vite è un connubio che funziona, come noi i vigneti danno il meglio in condizioni estreme. La sofferenza diventa bellezza”. Nessuno lo sa meglio di Stefania Lena, cantiniera nell’azienda del padre, l’Abbazia Sant’Anastasia, sulle colline di Cefalù, perché sta vendemmiando al non mese di gravidanza, praticamente partorirà mentre il vino comincerà a ribollire nei tini. “Le percezioni sono al massimo, sento ogni difetto, in questi mesi ho fatto i migliori tagli” racconta. Ha dovuto lottare per farsi accettare in cantina, ma ora gli operai le portano i loro vini per ottenerne un giudizio. Chiediamo se è diverso un vino fatto da una donna o da un uomo. “Tempo fa” risponde “mi ha telefonato un esperto, Luca Maroni, e mi ha detto che era sicuro che Insolente, uno dei miei ultimi vini, era fatto da una donna. Perché gli piaceva, ma sentiva qualcosa di indecifrabile. Gli ho spiegato che quella cosa indecifrabile era amore”. Fare vino è creazione molto istintiva, dice Stefania che è apprezzata poetessa i cui versi compaiono sulle etichette delle sue bottiglie: “Gli uomini tendono a decidere a priori che vino faranno, io invece mi limito a indirizzare un carattere, non a cambiarlo”. Il Consorzio del Brunello stima che il cinquanta per cento dei consumatori di vino in bottiglia sotto i trent’anni sono donne. Una vittoria per chi, come Donatella Cinelli Colombini, dal 1998 produce Brunello per consumatrici femmine. Lei racconta come è andata e parte da lontano. Da quando nel 1993 ideò la giornata “Cantine Aperte” che divenne locomotore per il turismo del vino in tutta Italia, un business da tre miliardi di euro l’anno. Donatella ebbe in dote dai genitori due proprietà male in arnese (“L’azienda di famiglia preferirono affidarla a mio fratello, non si fidavano” confida), le rimise a posto e oggi i vini della Fattoria del Colle di Trequanda nel Sud del Chianti e quelli del Casato Prime Donne di Montalcino le hanno procurato l’Oscar dell’Associazione Italiana Sommelier come miglior produttore dell’anno. “Nel 1998” racconta “quando iniziai la mia avventura i miei genitori mi assegnarono anche una scorta di vino con cui avviare il mio marchio. Avevo bisogno di un cantiniere e alla scuola di Siena che forma gli enotecnica mi dissero che ci volevano anni di prenotazione. Ribattei che avrei assunto anche una donna e la risposta fu diversa: di quelle ce n’erano tante perché nessuno le richiedeva”. Da allora le collaboratrici di Donatella sono tutte donne. “Decisi di creare un Brunello scelto da assaggiatrici e lo battezzai Casato Prime donne; fare un rosso a lungo invecchiamento per le donne equivaleva a fare una cravatta per signore. Abbiamo dimostrato che la grande enologia non dipende dai muscoli ma dal cervello”. Donatella è la persona giusta cui rivolgere una domanda che spesso gli uomini si fanno. La maggioranza delle signore che si occupa di vino si dedica alla parte commerciale, alla cura dell’immagine, della grafica: non si corre il rischio che il contenitore diventi più importante del contenuto? “Due terzi della percezione del valore di una bottiglia è dato da fattori immateriali” risponde Donatella “ e quindi consiglio alle giovani siciliane, che sono così determinate, di non iscriversi ad agraria, ma di studiare economia aziendale, comunicazione, di viaggiare e non rimanere, è il caso di dire, isolate. Inutile fare un grande vino se non ti fai conoscere”. (arretrato di "Io Donna - Corriere della Sera del 20 settembre 2003)

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