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L'espresso

Cin Cin e lunga vita ... Apre le arterie, protegge il cuore, aiuta il cervello a mantenersi arzillo e il corpo a restare in forma. L’alcol è un piacere, che può persino regalare, un brindisi dopo l’altro, qualche anno di vita in più. Ma basta pochissimo e cambia volto: non risparmia nessuno degli organi che incontra lungo la sua via, dall’apparato digerente al sistema nervoso, al sistema cardiovascolare. E finisce col corrodere come un acido tutti gli organi interni che invece, nelle giuste dosi, avrebbe contribuito a salvaguardare.
“L’alcol è un tossico, non è un nutriente, nonostante apporti calorie”, afferma Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran): “Induce reazioni tossiche che richiedono l’intervento di un sistema enzimatico di smaltimento. Ma al tempo stesso si comporta come un farmaco, per cui può avere effetti positivi, soprattutto per le malattie cardiovascolari”. E queste opposte reazioni, rivelate da un numero crescente di studi scientifici, hanno ormai generato una confusione tra i consumatori che, a questo punto, si chiedono cosa e quanto mettere nel bicchiere.
La faccenda è così seria che è dovuto intervenire l’autorevole “British Medical Journal” con una revisione degli studi fatti fino a oggi. E ha decretato, sulla base delle ultime evidenze cliniche, che effettivamente un moderato consumo di alcol può proteggere il cuore. Buone notizie, quindi, per un paese come l’Italia che si contende con la Francia il primato del consumo nazionale di vino e in cui prevale, fatta eccezione per certe nicchie di abuso, un’assunzione di alcolici attenta e di qualità (6,9 litri pro capite, coerente con i limiti dell’Oms) per l’81 per cento della popolazione. E se 15 anni fa suonava paradossale l’ipotesi di Serge Renaud dell’Università di Bordeaux che chiamava in causa il vino rosso per spiegare come mai i francesi fossero colpiti da infarto a un tasso circa la metà inferiore rispetto agli statunitensi, oggi è ormai sterminata la letteratura scientifica che gli ha dato ragione: un consumo moderato di bevande, meglio se a bassa gradazione alcolica, tipico dei paesi mediterranei, è associato a un rischio più basso di attacchi cardiaci, infarto e ictus.
“A livello farmacologico”, spiega Ghiselli, “l’effetto principale dell’etanolo è diminuire il colesterolo cattivo legato alle Ldl che trasportano il grasso dal fegato alla periferia, e aumentare il colesterolo buono, legato alle Hdl, le lipoproteine che lo rimuovono dai vasi. In più, l’alcol inebria le piastrine e le rende incapaci di aggregarsi, prevenendo occlusioni coronariche. Infine, potenzia la capacità del sangue di sciogliere eventuali coaguli”.
Insomma, con un bicchiere a tavola, il sangue è meno denso, i vasi più sgombri e il pericolo di arterosclerosi, cioè la formazione di placche sulle pareti delle arterie, meno incombente. E non è solo il cuore a beneficiarne. Più di uno studio rivela che rispetto agli astemi i bevitori moderati hanno meno chance di ammalarsi di diabete dì tipo 2, la forma più diffusa della malattia, grazie alla capacità dell’etanolo di migliorare la reazione insulinica e abbassare la glicemia nel sangue. E la stessa molecola tossica può persino aiutare in vecchiaia a non perdere colpi. Almeno così è emerso in una ricerca che ha coinvolto 12 mila donne anziane, tra i 70 e gli 81 anni, seguite dagli anni Ottanta al Brigham and Women’s Hospital di Boston.
I risultati dello studio, apparso sul “New England Journal of Medicine”, rivelano che le pazienti che non rinunciavano a qualche sorso di vino, birra e persino a un cordiale dopo i pasti tutti i giorni avevano il 20 per cento di probabilità in più di arginare il declino cognitivo con il passare degli anni, godere di una memoria migliore e prevenire l’Alzheimer. Ma è l’aspettativa stessa di vita che può allungarsi grazie all’alcol. “Dosi moderate di alcolici sono protettive per tutte le patologie e per ogni causa di morte”, dice il ricercatore dell’Inran. Le statistiche dimostrano che, bevendo moderatamente, si hanno meno probabilità di morire di problemi cardiaci, ma anche di tumore, di suicidio, o in un incidente stradale. Eppure proprio l’alcol è l’imputato numero uno dei morti sulle strade, fatale quattro volte su dieci.
“La curva di mortalità è fatta a ‘U’: gli astemi hanno un rischio di morte pari a uno. Rispetto a questi, le persone abituate a un moderato consumo di bevande a bassa gradazione alcolica tendono a vivere di più. Ma non appena si superano i confini della moderazione, l’incidenza della mortalità sale di nuovo”, aggiunge Ghiselli. Ma quanto si può o si dovrebbe bere? Secondo Carlo Cannella, nutrizionista dell’Università di Roma La Sapienza: “Non ci sono quantità di alcol consigliate, bensì quantità che l’organismo riesce a tollerare senza danni evidenti: non più di 30- 40 grammi di alcol al giorno per gli uomini, pari a due, massimo tre, bicchieri di vino o latine di birra, e 20-30 grammi per le donne, che avendo un peso minore hanno una massa epatica più contenuta, e quindi minori capacità metabolizzanti del fegato”.
Superate queste soglie limite, arrivano i guai. “Nella sua metabolizzazione”, spiega Andrea Ghiselli, “l’etanolo produce radicali liberi. Fino a due bicchieri al giorno l’organismo è in grado di sopportare la quota di radicali sprigionata, e anzi di giovarsi di vino e birra. Dopodiché prevalgono gli effetti tossici dei radicali liberi. Che possono indurre arterosclerosi, quella stessa malattia che le piccole dosi di alcol aiutano a prevenire, e tumori, specie nelle sedi direttamente interessate all’insulto dell’alcol, quali bocca, faringe, stomaco, intestino e fegato, ma anche seno e polmoni”. I tecnici spiegano che appena ingerito, l’etanolo entra in circolo dappertutto, perché si diffonde nei liquidi biologici. Così dallo stomaco arriva al cervello, e finisce inalterato nei diversi organi. “Se beviamo a pasto, però, l’etanolo viene trattenuto un po’ più a lungo nello stomaco, la diffusione è più lenta e gli effetti tossici, non solo a livello epatico, sono meno severi che a digiuno”, aggiunge Cannella. Con l’alcol l’aritmetica non funziona: sette bicchieri per un giorno hanno un effetto completamente diverso di un bicchiere per sette giorni.
“I meccanismi di smalti mento dell’alcol sono lenti, è di estrema importanza la quantità che assumiamo nell’unità di tempo”, raccomanda Marcello Ticca, libero docente di Scienze dell’alimentazione alla Sapienza. I conti sono questi: l’organismo sopporta circa 100 milligrammi di etanolo all’ora per ogni chilo corporeo; per esempio, un uomo di 70 chili impiega circa 60 minuti per metabolizzare 7 grammi di alcol, e un bicchiere di vino, una birra media o un bicchierino di superalcolico, corrispondono a 12 grammi. Per questo gli esperti guardano allarmati alla moda di buttarsi sull’alcol nel weekend o nelle serate speciali: lo chiamano “binge drinkink”, che letteralmente significa abbuffata di alcol, ovvero l’abitudine diffusa tra i più giovani di astenersi completamente dal bere nei giorni feriali e ubriacarsi poi, consumando in una sola sera la quantità consentita per l’intera settimana.
Aperitivi lunghi e serate in discoteca annaffiate da drink che provocano solo danni e zero benefici. “Generalmente birra o superalcolici sono bevuti rapidamente e a stomaco vuoto, lontano dai pasti e in quantità eccessiva. Il tutto ha un impatto molto severo sull’organismo”, dice Ticca: “E a differenza di del vino e della, birra, i superalcolici non contengono neppure quei componenti antiossidanti e polifenolici che possono avere un qualche effetto positivo”.
Se infatti è vero che l’azione devastante degli eccessi alcolici sia da imputare direttamente alla molecola tossica di etanolo, è ancora controverso a chi assegnare i meriti di un consumo ragionato durante i pasti. Infatti queste bevande sono ricche di polifenoli, sostanze note per la loro azione antiossidante sull’organismo che frena la produzione di radicali liberi. Il vino rosso detiene il primato assoluto dì sostanze fenoliche come tannini e flavonoidi, in quantità circa dieci volte superiore al vino bianco e alla birra. In particolare, il rosso spicca sugli altri per l’alta concentrazione di resveratrolo, molecola presente nell’uva che ha un’azione anti-invecchiamento sulle cellule. Questo non significa che vino bianco e birra siano meno efficaci: una ricerca del Dipartimento di Morfologia umana dell’Università di Milano ha dimostrato che anche un consumo moderato di vino bianco protettivo per il cuore.
Idem per la birra che a differenza delle altre sostanze alcoliche contiene una certa quota di fibra solubile, data dalle maltodestrine, secondo alcuni un blando rimedio contro stitichezza. Inoltre vi sono sali minerali, soprattutto potassio, e calcio, magnesio, zinco e selenio, e vitamine del gruppo li, assenti invece nel succo fermentato d’uva. I polifenoli, le difese antiossidanti dell’organismo, non sono un’esclusiva del vino e della birra. Sono presenti, a volte in maggiore concentrazione, in tutti gli alimenti vegetali. E poi, concludono gli esperti all’unisono: il vero scudo protettivo non è un composto in sé, ma la dieta mediterranea nella sua globalità.
“Il vino, più che l’attore della protezione, è il simbolo di uno stile di vita responsabile. Viene dai paesi mediterranei, dove per cultura e tradizione le bevande sono considerate alimenti, non droghe”, commenta Andrea Ghiselli. Tanto che uno studio danese ha esaminato per sei mesi le buste della spesa dei compratori di 98 supermercati, raccogliendo più 3,5 milioni di scontrini, e scoperto che nel carrello degli amanti del vino è più frequente trovare i prodotti tipici della dieta mediterranea, mentre l’acquisto di birra è abbinato soprattutto a cibi precotti, burro, dolciumi, patatine, carni grasse e bibite.
Autore: Daniela Cipolloni

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