Dati e informazioni aggiornate su produzioni, scambi commerciali, andamento dei consumi, trend nei prezzi ed altre indicazioni strategiche sul mercato del vino, oltre a servizi specifici derivanti dal monitoraggio mensile delle importazioni di vino sui diversi mercati esteri, dal confronto periodico con un panel permanente di intermediari commerciali internazionali (buyer, importatori, opinion leader), dall’implementazione di survey specifiche su consumatori ed imprese, dalla formulazione di previsioni a medio termine sui consumi di vino nei principali mercati mondiali. Ecco quanto promette il nuovo “Wine Monitor”, il nuovo osservatorio sul vino italiano di Nomisma, che sarà lanciato il 3 aprile a Bologna, i cui dati saranno consultabili via web sul sito www.winemonitor.it. Un altro strumento che arriva “sul mercato”, dopo “L’Osservatorio del Vino Italiano” lanciato nei giorni scorsi da Italia del Vino Consorzio (di cui fanno parte 12 delle principali aziende italiane: Castello Banfi, Ferrari, Sartori, Zonin, Gancia, Gruppo Italiano Vini, Marchesi di Barolo, Medici Ermete, Santa Margherita, Drei Donà, Terredora e Cantina Lunae, che rappresentano oltre il 10% dell’ export nazionale, pari a 400 milioni di euro, www.consorzioitaliadelvino.it), Symphony Iri e Unione Italiana Vini, che testimonia quanto sia sempre più importante per le imprese del Belpaese enoico poter monitorare in maniera più puntuale e tempestiva che mai i mercati mondiali, ormai imprescindibili per la vita e la crescita dei bilanci, anche per pianificare, per quanto possibile, strategie di mercato e investimenti.
“Anche perché il 2012 - spiega Nomisma - ha consegnato alla storia un ulteriore record dell’export, con il raggiungimento dei 4,66 miliardi di euro di vini venduti oltre confine (+6,6% rispetto al 2011) per un quantitativo pari a 21 milioni di ettolitri, in calo di quasi il 9%, ma che se comparati alla produzione media dell’ultimo biennio indicano sostanzialmente come ormai metà del vino prodotto in Italia venga consumato all’estero. Sono ormai un lontano ricordo gli anni in cui gli italiani - eravamo nel 1995 - bevevano 35 milioni di ettolitri di vino, più del 60% dell’intera produzione nazionale. Anche i Paesi di destinazione segnalano un’ulteriore bipartizione: sempre nel 1995, l’Unione Europea pesava per il 70% sul valore delle nostre esportazioni vinicole. Oggi, dopo diciassette anni tale ruolo si è ridimensionato al 52%. Insomma, il futuro del vino italiano sembra essere legato a mercati geograficamente sempre più distanti. E qui si gioca la vera sfida per le nostre aziende. In Italia, i produttori di vino che possono vantare un fatturato superiore ai 50 milioni sono meno di 30. A questo “ridotto” aggregato di medie e grandi imprese si deve quasi il 40% dell’export complessivo. Questo significa che il rimanente 60% del vino italiano esportato avviene ad opera di piccole e medie imprese, operatori cioè che nella maggior parte dei casi non possiedono un export manager o più semplicemente mancano di quella forza commerciale e organizzativa in grado di rispondere in modo efficace alle sollecitazioni che derivano da questi mercati “lontani”.
D’altronde, neanche le imprese più strutturate riescono sempre a tenere la posizione in questi contesti: basti pensare alla Cina, dove a fronte di una crescita delle importazioni di vini imbottigliati che nel giro di dieci anni sono passate da 9 a 1.376 milioni di dollari, la quota dell’Italia è scesa dall’8% al 5,7%. Chi ci ha guadagnato sono stati soprattutto i vini francesi, cresciuti dal 43% al 53%. Eppure i consumi di vino nel mondo si muovono dai mercati tradizionali a quelli emergenti in tempi relativamente rapidi: se nel 2002 i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) pesavano per appena il 2,2% nelle importazioni mondiali di vino, oggi questa incidenza è arrivata a superare il 9%. E le previsioni per i prossimi anni dicono che questa dinamica si rafforzerà ulteriormente, con nuovi paesi - in particolare del Sud Est asiatico - che entreranno a far parte di questi mercati di vino “in formazione” il cui peso a livello complessivo tenderà sempre di più a crescere”. Ed è per seguire con attenzione tali dinamiche che nasce Wine Monitor, per aiutare i produttori italiani a capire in maniera approfondita e in tempo reale i cambiamenti nel mercato del vino, sia a livello nazionale che mondiale.
“Grazie a competenze e professionalità acquisite sul settore nel corso di oltre un decennio - aggiunge Nomisma - Wine Monitor concentra l’apporto scientifico di analisti economici e di mercato, di esperti di comunicazione, promozione ed internazionalizzazione del vino, oltre che alla collaborazione con enti ed istituti in grado di fornire informazioni di mercato utili alla comprensione delle tendenze in atto, come Symphony Iri, Demetra e Borsa Merci Telematica Italiana”.
Focus - “Quale futuro per il vino italiano?”: se ne parla, il 3 aprile, a Bologna
Uno strumento che guarda al domani, il “Wine Monitor” di Nomisma, e che sarà lanciato il 3 aprile a Bologna nel convegno “Quale futuro per il vino italiano?”. Dove a portare i loro contributi saranno imprese vinicole, ricercatori ed esperti di mercati internazionali. Da Gianni Zonin, alla guida del Gruppo Zonin, a Rolando Chiossi, vicepresidente di Cantine Riunite & Civ, da Emilio Pedron, ad Tenimenti Angelini, a Donatella Cinelli Colombini, guida di Fattorie Cinelli Colombini, fino ad Antonio Rallo, direttore tecnico di Donnafugata. E ancora Pietro Modiano e Denis Pantini, presidente e responsabile Area Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, Fabio Piccoli, esperto di promozione ed internazionalizzazione del vino, e Paolo de Castro, Presidente Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo, che parlerà del contributo della nuova Pac per la competitività del vino italiano. A moderare Giorgio Dell’Orefice, storica firma dell’agricoltura de “Il Sole 24 Ore”.
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