C’è un lato oscuro della crisi che sta colpendo il settore del vino, di cui si parla poco, ma che potrebbe avere sul futuro del settore un effetto ancor più devastante delle difficoltà di mercato: l’abbandono dei vigneti (a prescindere dal dibattito che inizia a farsi largo, tra filiera ed istituzioni, sul tema di eventuali piani di estirpazione o meno, ndr), principalmente da parte delle generazioni più anziane, ma non solo, e il conseguente indebolimento della tenuta sociale delle campagne, fenomeno che sta colpendo, oggi, aree viticole, anche importanti, del Paese. Difficile avere dati precisi, ma le voci che rimbalzano dai territori parlano di una realtà che in alcune zone raggiunge dimensioni serie, se non preoccupanti. In gioco c’è il futuro del settore perché senza vigneti non c’è vino: il calo di redditività spinge all’abbandono e blocca il ricambio generazionale con una ricaduta sociale ed economica (senza parlare di quella ambientale) difficilmente recuperabile in tempi brevi. Infatti, se per rendere produttivo un vigneto - dal progetto alla prima vendemmia - ci vogliono almeno 4 anni, per invertire l’esodo dalle campagne è necessario molto tempo; non si tratta di piantare un vigneto, ma di far ripartire un’economia viticola nei territori dove si è estirpato, ricreando le condizioni economico-produttive per un nuovo innesto sociale. La sfida quindi, oggi, è frenare la fuga disordinata dai vigneti, in quanto un esodo non governato rischia di colpire proprio le aree più difficili (come quelle della “viticoltura eroica”) e ad alta vocazione, i vigneti più vecchi, dove non si perde solo generico potenziale produttivo, ma potenziale di eccellenza. Oltre al collegato pericolo della desertificazione che porta con sé la disgregazione delle comunità rurali che si sono create e rafforzate attorno al vino. E il primo baluardo in questa battaglia è la cooperazione, un segmento del vino italiano che pesa per oltre il 55% della produzione totale (dato Ismea) per un giro d’affari di oltre 5 miliardi di euro (dati Confcooperative) che, dopo aver dato per decenni voce a migliaia di viticoltori italiani portandoli sul mercato, oggi si trova ad essere un fondamentale presidio socio-produttivo di salvaguardia della viticoltura, soprattutto quella storica - fragile, nascosta e affidata a mani esperte, ma ormai anziane - che rischia di essere spazzata via dalla crisi. Una responsabilità sociale, produttiva e ambientale di cui il sistema cooperativo virtuoso, in buona parte si sta facendo carico, consapevole che in gioco non ci sono solo lo spopolamento dei territori e l’incuria paesaggistica, ma anche il futuro di un settore produttivo che nasce dal vigneto.
“Il fenomeno dell’abbandono dei vigneti e dello spopolamento delle campagne rappresenta una delle sfide più delicate per il futuro del settore vitivinicolo - ha dichiarato, a WineNews, Luca Rigotti, presidente Settore Vitivinicolo di Confcooperative e del Gruppo Vino del Copa-Cogeca (l’associazione europea delle organizzazioni professionali e della cooperazione agricola) - se si interrompe la catena intergenerazionale che per decenni ha garantito la continuità della viticoltura, il rischio non è soltanto una riduzione della produzione, ma la perdita di un patrimonio economico, ambientale e culturale difficilmente recuperabile. In questo senso la cooperazione vitivinicola guarda con grande preoccupazione a questa dinamica, perché il vigneto non rappresenta solo una fonte di reddito, ma un vero presidio territoriale. In molte aree collinari e interne la viticoltura è ciò che tiene ancora in vita le comunità locali, garantendo reddito, manutenzione del paesaggio e stabilità sociale”.
E al di là della necessità di “lavorare in sinergia con le istituzioni, organizzazioni, associazioni e imprese per raggiungere l’obiettivo di dare una adeguata sostenibilità economica a chi coltiva la vite così da garantire continuità alle attività economiche”, la cooperazione può rappresentare un argine all’erosione sociale dei vigneti e una rete di salvataggio per i piccoli viticoltori perché, sottolinea ancora Rigotti, “ha svolto storicamente proprio questa funzione. Le cantine cooperative nascono per fare sistema - continua - aggregando tanti piccoli e medi viticoltori e consentendo loro di rimanere sul mercato, ottenendo una remunerazione più stabile per le uve. Questo modello ha permesso in molte aree di garantire una viticoltura diffusa, anche nelle zone interne, e mantenere viva una rete di aziende agricole di piccole e medie dimensioni che rappresentano la base delle nostre comunità, evitando che superfici importanti venissero progressivamente abbandonate. In questo senso la cooperazione non è solo un modello economico che crea valore, ma anche uno strumento di coesione territoriale e sociale”.
Secondo una legge non scritta della cooperazione, dato che il vigneto è un patrimonio collettivo, si deve far di tutto per non perdere anche una sola parcella di vigna e la cantina cooperativa se ne deve far carico quando il privato abbandona. Nasce da questo diktat, etico prima che economico, l’impegno che diverse realtà cooperative hanno messo nell’avviare progetti a salvaguardia del potenziale vitato dei propri territori. “In molte regioni italiane - spiega ancora Luca Rigotti - le cooperative hanno da tempo sviluppato iniziative concrete per sostenere la continuità della viticoltura: programmi di supporto ai soci che hanno in conduzione superfici vitate più piccole o con maggiori difficoltà operative, servizi tecnici condivisi per ridurre i costi di gestione, progetti di valorizzazione delle denominazioni capaci di riconoscere maggiore valore alle uve. Esperienze significative si trovano in diversi territori viticoli e portate avanti da molte cooperative. Tutto questo è nel Dna stesso delle cooperative vitivinicole, perché la cooperativa è parte integrante del territorio viticolo in cui è nata. La storia del settore vitivinicolo italiano dimostra come una cooperazione solida e radicata nel territorio ha contribuito a preservare i territori ed i paesaggi viticoli e a garantire una maggiore competitività del sistema produttivo altrimenti frammentato”.
Le strade per gestire il problema messe in campo dalle cantine cooperative sono principalmente due: garantire reddito ai viticoltori per evitare abbandoni a causa dell’impoverimento; trovare soluzioni alternative di gestione del vigneto a rischio.
La prima testimonianza diretta di quanto sostenuto da Rigotti arriva da Cantina Rauscedo in Friuli, realtà cooperativa fondata nel 1951 e che oggi gestisce 2.000 ettari di superficie vitata. “Nella nostra Cantina c’è un grande senso di appartenenza dei soci e un forte legame con il territorio - ha dichiarato il neo-direttore generale Flavio Geretto - abbiamo predisposto un piano di intensa attività di assistenza tecnica e consulenza agronomica attraverso sistemi di monitoraggio climatico e fitosanitario diffusi nei vigneti, stazioni meteo e controlli costanti, oltre a programmi di selezione dei cloni e di valorizzazione dei vigneti che oggi è uno degli elementi determinanti in grado di supportare i viticoltori e garantire la continuità della coltivazione e il ricambio generazionale”.
Più mirato all’aspetto biologico e di sostenibilità, e con un intervento specifico per le situazioni di abbandono, è la strategia messa in atto dalla Cantina Valpolicella Negrar. “Evitare l’abbandono dei vigneti significa prima di tutto renderli sostenibili dal punto di vista economico e gestionale - racconta il presidente Giampaolo Brunelli - per questo abbiamo scelto un approccio concreto: mantenere il biologico dove le condizioni lo permettono e adottare la certificazione Sqnpi nei contesti più complessi, così da garantire ai soci strumenti efficaci soprattutto nelle annate climaticamente difficili”. Con un piano di intervento anche per gestire le situazioni più critiche di abbandono: “molti vigneti - continua il presidente - ci vengono affidati da soci anziani e il nostro compito è prendercene cura con professionalità e monitoraggio costante, privilegiando anche in questi casi pratiche a basso impatto e intervenendo con soluzioni mirate solo quando necessario. Un vigneto che resta produttivo è un vigneto che non viene abbandonato: tuteliamo così il reddito delle famiglie e il paesaggio della Valpolicella”.
Per la Cantina Produttori di Valdobbiadene (oltre 1.000 ettari di vigneto gestiti da circa 600 soci), invece, il nuovo servizio di gestione agricola diretta dei vigneti, rivolto ai viticoltori storici che per ragioni anagrafiche, mancanza di ricambio generazionale o altre difficoltà operative vogliono affidare la cura dei propri filari a terzi, diventa un progetto specifico di sviluppo imprenditoriale. L’obiettivo è garantire che le vigne d’eccellenza, situate in un territorio unico e fragile, rimangano all’interno della filiera aziendale, garantendo continuità agronomica, sostenibilità e alti standard qualitativi delle uve. “Vogliamo dare una risposta concreta ai nostri soci che hanno dedicato una vita alla viticoltura eroica su queste colline salvaguardando i loro vigneti, il tesoro più prezioso che abbiamo - ha spiegato il presidente Stefano De Rui - l’obiettivo è mantenere il patrimonio agricolo all’interno della cooperativa, evitando frammentazioni o gestioni da parte di soggetti esterni alla nostra visione, così che il viticoltore conservi la proprietà e il legame affettivo con le proprie vigne che verranno coltivate dagli agronomi e dal personale specializzato coordinato dalla Cantina. Attualmente hanno aderito una decina di viticoltori, per un totale di circa 10 ettari situati nelle Rive. Il piano di sviluppo evolverà nel tempo in base alle esigenze dei soci”.
Un’altra testimonianza arriva dall’Umbria, che negli ultimi tre anni ha perso il 20% di potenziale viticolo, e tutto tra i vigneti ad alta vocazione. “Non sono solo i problemi di ricambio generazionale a spingere verso l’abbandono della viticoltura - ci racconta Mario Ciani, presidente Cantina Sociale Tudernum a Todi - ma anche il timore di non riuscire a sostenere gli investimenti per il reimpianto dei vigneti. Per frenare questa perdita preziosa di potenziale, abbiamo messo in campo un progetto di conduzione diretta della Cantina attraverso l’uso di contoterzisti: in questi ultimi tempi abbiamo recuperato oltre 20 ettari di vigneto dei soci (circa il 20% dei 110 ettari totali della Cantina, per 80 soci). Siamo consapevoli di aver tamponato un problema che potrà considerarsi risolto solo quando la viticoltura tornerà ad essere redditizia e attrattiva per le giovani generazioni”.
E chiudiamo il percorso in Maremma con la Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano, una delle prime esperienze nazionali di gestione diretta del vigneto che fin dagli Anni Duemila acquisisce i primi tre ettari, coltivati a Sangiovese nel Comune di Magliano, cui se ne sono aggiunti di recente altri 12 recuperati dai soci, mentre si sta lavorando per impiantarne altri 5 in alta quota, a 550-600 metri di altitudine. Un progetto di recupero del potenziale viticolo che nel 2022 porta alla costituzione di Poderi di Toscana, una società agricola nata con l’obiettivo di supportare i soci trovatisi in difficoltà a causa del ricambio generazionale o che, per motivi familiari, non sono più in grado di seguire i propri vigneti, acquistando o conducendo direttamente le proprietà. “Come azienda cooperativa - ha sottolineato il presidente della Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano, Benedetto Grechi - abbiamo sempre avuto un ruolo di salvaguardia e tutela del territorio e delle famiglie che vi abitano, rappresentate dai nostri soci. Permettere di dare continuità a questi vigneti, evitando che vengano abbandonati o che la loro gestione, passando di mano, non abbia più l’obiettivo di qualità che perseguiamo internamente, è un passo importante e necessario”. Etica e solidarietà che diventano marketing: “la costituzione di questa società che fa capo direttamente alla Cantina - spiega il dg Sergio Bucci - è il primo passo verso la creazione di un nuovo marchio di eccellenza dove convoglieremo in futuro alcuni progetti innovativi, sempre legati al territorio e ai vitigni tipici della zona”.
Per la viticoltura eroica, dove le rese sono già naturalmente esigue, l’abbandono può mettere a rischio la sopravvivenza stessa delle cantine e della viticoltura di interi areali. Due vicende esemplari seppur diverse per territori, storie e tipologie di vino, come la cantina di Vinchio Vaglio, nata nel 1959 e La Crotta di Vegneron dal 1980, narrano percorsi paralleli per arginare il fenomeno dell’abbandono di vigneti che avrebbe portato a una perdita di patrimonio genetico e biodiversità irreparabile. Vinchio Vaglio nasce proprio per sostenere i viticoltori dei due omonimi comuni del Monferrato in un momento in cui le cui uve Barbera venivano sottopagate rendendo antieconomica la coltivazione dei vigneti, ed evitando così il rischio dell’espianto che avrebbe rovinato per sempre un ecosistema tra i più belli del mondo (diventato nel 2014 patrimonio Unesco). “Una sfida continua - racconta il presidente Lorenzo Giordano - che nel 1985, quando arrivò l’onda dei reimpianti per sostituire i vigneti vecchi con impianti nuovi, cloni diversi e densità più strette, ci portò ad individuare i migliori vigneti dei soci con età superiore ai 50 anni iniziando a produrre un vino che fin da allora si è chiamato “Vigne vecchie”. Oggi, quegli stessi vigneti hanno più di 80 anni (altri ne hanno raggiunti circa 50) e, richiedendo un lavoro accurato con produzioni molto basse, gli garantiamo la massima remunerazione possibile, molto sopra la media di mercato, così da consentire un reddito sufficiente ed evitare l’espianto. Una politica vincente che negli ultimi anni sta favorendo il ricambio generazionale con molti giovani che si riavvicinano alla viticoltura anche come occupazione primaria, verso cui stiamo dirottando anche quei vigneti storici dove l’abbandono è inevitabile”.
In Valle d’Aosta “l’abbandono di una vigna - racconta Alessandro Neyroz, presidente de La Crotta di Vegneron (oggi con 50 soci per 200.000 bottiglie prodotte) - oltre che ridurre ancora il già esiguo potenziale viticolo di queste zone, conduce all’avanzare dell’incolto, di erbacce e cespugli e alla caduta dei muretti a secco che per centinaia di anni hanno lottato contro frane ed erosione. Un dramma ambientale oltre che produttivo, determinato dall’invecchiamento dei viticoltori non più sostituiti da giovani, che la Crotta prende di petto nel 2025 iniziando a gestire direttamente i vigneti. Vengono rilevati dai soci quelli che sarebbero stati abbandonati nel corso dell’anno cui se ne sono aggiunti di nuovi arrivando, oggi, a circa 2,5 ha di superficie gestita coinvolgendo un paio di giovani del territorio, al loro primo impiego, formati da un team di “vecchi” vignerons del Cda”. E nel 2025 è arrivata la prima vendemmia di uve targate Crotta per l’inizio di un nuovo corso.
Storie, tra le tante possibili, che arrivano da un mondo della cooperazione virtuosa del vino, che cerca di riprogettare il suo futuro.
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