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DATI ISTAT

La pandemia non fa tremare gli agriturismi italiani, che crescono in numero. Giù i fatturati

Report “Le aziende agrituristiche in Italia”: nel 2020 bilanci in calo del 48,9% sul 2019, persi il 41,3% dei turisti, soprattutto stranieri
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Gli agriturismi italiani nei numeri Istat

Nel 2020 le aziende agrituristiche attive sono 25.060 (+2% sul 2019), e la crescita maggiore è nel Nord-est (+3,5%) e nel Sud (+3,4%). Il 63% dei comuni italiani ospita almeno un agriturismo ma si arriva al 97% in Toscana e Umbria. Sul 2019 gli agrituristi di nazionalità italiana si riducono del 21,8%, quelli stranieri del 62,7%. Oltre due terzi degli agriturismi multifunzionali (con almeno tre tipologie di attività) offrono alloggio e/o ristorazione. Ecco, in estrema sintesi, gli atout del settore agrituristico italiano, rivelati dal report “Le aziende agrituristiche in Italia”, firmato dall’Istat. La pandemia, quindi, non ha prodotto effetti negativi sul numero degli agriturismi italiani che, nel 2020, erano 484 in più del 2019, confermando così la crescita che dal 2007 caratterizza il settore, negli ultimi 13 anni del +41,4%, con un saldo attivo di 7.340 strutture (+61,3% nel Nord-Ovest, +45,6% al Centro, +41,9% nelle Isole, +36,2% al Sud e +30,2% nel Nord-Est). Il tasso medio annuo di crescita tra il 2007 e il 2020 è del 2,5%, e sale al 3,5% nel Nord-ovest, del 2,2% al Sud e del 2,7% al Centro, con il Nord-Est attestato a +1,9%. Sembra, quindi, che la crescita media sia maggiore nelle aree dove nel 2007 il numero di agriturismi era più basso, a testimonianza di un processo di convergenza territoriale tra le diverse aree del Paese.

La dinamica positiva caratterizza il settore degli agriturismi anche sotto l’aspetto della diffusione: nel 2020 i comuni con almeno un agriturismo sono 4.979 (+21 rispetto allo scorso anno) e rappresentano il 63% del totale dei comuni italiani (58% nel 2011). Nel Centro oltre l’84% dei comuni ospita almeno un agriturismo, seguono i comuni del Nord-Est (78,6%), delle Isole (62,6%), del Sud (56,9%) e quelli del Nord-Ovest (52,5%). Le regioni a maggior diffusione di comuni con almeno un agriturismo sono la Toscana (97,8%), l’Umbria (96,7%), le Marche (88,2%), il Trentino-Alto Adige (83,7%) e l’Emilia-Romagna (83,5%). Rispetto al 2011 diminuisce la percentuale di Comuni con un solo agriturismo (dal 37,2% al 35,9%) e di quelli che ne contano tra 6 e 10 (da 12,3% a 10,1%). Al contrario, aumentano quelli con 2-5 agriturismi (dal 41,7% al 44,5%) e, in modo più contenuto, quelli con 11-50 agriturismi.

Infine, sono sostanzialmente stabili (intorno all’1%) i Comuni con oltre 50 agriturismi. Il 56% dei Comuni conta fino a nove agriturismi per 100 chilometri quadrati. In questi comuni, complessivamente si localizza oltre il 26% di queste strutture. I comuni con almeno 100 agriturismi sono nove (Grosseto, Cortona, Castelrotto, Manciano, Appiano sulla Strada del Vino, San Gimignano, Montepulciano, Montalcino, Caldaro sulla Strada del Vino), localizzati in Toscana e nel Trentino-Alto Adige. Sono 45 i comuni che ospitano da 50 a 99 agriturismi e 438 quelli nei quali è presente un numero di agriturismi compreso tra 10 e 50. La densità degli agriturismi sull’intera superficie italiana è di 8,3 strutture per 100 km2 (6,7 nel 2011).

A fronte di una crescita in numero, c’è però da registrare un crollo del valore economico. Nel 2020, la produzione agrituristica è di poco superiore a 802 milioni di euro (-48,9% rispetto al 2019 e -27% rispetto al 2007), con la crisi sanitaria che ha quindi fortemente ridimensionato il valore economico di questo comparto, il cui valore aggiunto incide per il 2,3% su quello dell’intero settore agricolo. Va tuttavia sottolineato che, in conseguenza del lockdown e delle limitazioni per il contenimento della pandemia, molti agriturismi sono rimasti chiusi e quelli autorizzati alla ristorazione hanno potuto solo offrire servizio di asporto. Il 76% del valore economico è stato generato dagli agriturismi del Centro e del Nord-Est, e rispetto al 2019, si registrano riduzioni che vanno dal -47,4% del Centro al -50,5% del Nord-Est, che è quindi l’area più penalizzata anche per la forte riduzione di agrituristi provenienti dal centro Europa.

Il valore medio della produzione per azienda (valore economico del settore diviso numero agriturismi) è di poco superiore a 32.000 euro (63.000 euro nel 2019) e sale a poco più di 41.000 euro nel Nord-Est e a oltre 34.000 euro nel Centro. Rispetto al 2019, la contrazione più forte, in valore assoluto, è ancora una volta sopportata dalle strutture del Nord-Est: -45.000 euro. Fino al 2019 l’andamento degli agriturismi segue, anche se con fluttuazioni più contenute, l’andamento del ciclo economico, ma nel 2020, in seguito all’emergenza sanitaria, si registra una differenziazione tra valore economico, presenze e numero di agriturismi. In sostanza, il Covid-19 ha prodotto effetti pesantissimi sulle presenze e quindi sul valore economico degli agriturismi, ma, al contempo, non ha inciso sulla struttura della rete di queste aziende che ha mantenuto una propria solidità.

Nel 2020 gli arrivi nelle strutture agrituristiche sono stati in tutto 2,2 milioni (-41,3% sul 2019), il numero più basso dal 2010. Prevalgono gli italiani, con 1,5 milioni di presenze (erano poco meno di 2 milioni nel 2019) mentre gli stranieri sono poco più di 669.000 (meno di 1,8 milioni nel 2019). Si va dal -49,3% delle Isole al -29,3% del Sud. Anche nel 2020, benché con volumi molto più bassi, il 72% degli agrituristi ha scelto le strutture del Centro e del Nord-Est e, in particolare, della Toscana (27%) e della provincia autonoma di Bolzano (15%). Rispetto al 2019, anche qui gli ospiti diminuiscono di poco meno del 50%, valore superiore alla media nazionale. Il rapporto tra italiani e stranieri, che nel 2019 era di 11 a 10, è 23 a 10 nel 2020. In Basilicata, Molise, Abruzzo e Lazio è maggiore di 10 a 1. Le presenze sono state 9,2 milioni (-34,4% rispetto al 2019), valore simile a quello del 2010. Il 61% delle presenze è dato da agrituristi italiani, che superano quindi gli stranieri. La durata della permanenza media è di 3,7 notti per gli italiani e a 5,3 notti per gli stranieri.

L’aumento, pur contenuto, del numero di agriturismi è un indicatore della solidità socio-economica e culturale del settore anche in un anno drammatico. Tra il 2011 e il 2020, le attivazioni sono state 17.424, contro 12.452 cessazioni. Complessivamente, nei 10 anni considerati il tasso di attivazione è al 7,7% e quello di cessazione al 5,5%. Nel 2020 il tasso di attivazione è pari al 7,4% (8,2% lo scorso anno) e raggiunge l’8,3% nelle regioni del Sud (10% nel 2019). Il tasso di cessazione aumenta invece di un punto percentuale a livello nazionale (5,5%), e i valori più alti si registrano nelle Isole (8,3%) e al Centro (7,3%). Tra i 1.385 agriturismi cessati nel 2020, oltre il 30% non offriva servizi di alloggio né di ristorazione, ma prevalentemente servizi di degustazione, trekking, attività sportive, quindi penalizzati dalle limitazioni imposte dalla pandemia. Questa percentuale scende all’1,9% per gli agriturismi che offrono alloggio, all’1,5% per quelli che offrono solo ristorazione e addirittura allo 0,8% per le strutture con alloggio e ristorazione.

La vita media degli agriturismi è di 13,6 anni e oscilla tra i 12 anni delle Isole e i 15 anni del Nord-Est. In relazione all’offerta, le strutture più longeve (14 anni) sono quelle che abbinano alla ristorazione almeno un’altra attività diversa dall’alloggio. D’altra parte, per le strutture con solo alloggio o con sola ristorazione la permanenza sul mercato è rispettivamente di 13 e 12 anni. La probabilità di sopravvivenza a un 1 anno dall’inizio dell’attività agrituristica si aggira intorno al 97%, a 5 anni all’86%, a 10 anni è del 64% e, infine, a 20 anni è di poco superiore al 16%. In relazione all’articolazione dell’offerta di servizio, la probabilità di sopravvivere cinque anni è maggiore per le strutture con alloggio o ristorazione (85%). A lungo termine (dopo venti anni) la probabilità di sopravvivenza è maggiore per gli agriturismi con alloggio (17%) e per quelli con alloggio e ristorazione (13%).

Focus - La quota di imprenditrici donne

Sono 8.652 gli agriturismi condotti da donne (8.566 nel 2019, +1%): la quota di imprenditrici donne rimane praticamente invariata rispetto allo scorso anno (35%). Il numero di imprenditrici aumenta nel Nord-est, in particolare in Veneto (+18,4%), e nel Sud (+2,2%); all’aumento del numero di conduttrici della Campania (+11,4%), si contrappone un calo in Molise (-10,3%) e in Calabria (-7,6%). Il Sud si conferma l’area geografica con la maggiore presenza di imprenditrici: la quota di agriturismi condotta da donne rappresenta complessivamente il 46,2% nel Sud, con punte del 50,2% in Basilicata, del 47,6% in Campania e del 47,1% in Abruzzo. Questa percentuale si attesta, invece, al 37,2% nel Centro e al 28,7% al Nord. In particolare, il Nord evidenzia una situazione molto disomogenea, con quote femminili rilevanti in Valle d’Aosta (45,8%) e Liguria (48,7%) e quote piuttosto basse in Trentino-Alto Adige (+14,8%).
La presenza femminile è rilevante nella conduzione degli agriturismi con fattorie didattiche, che rappresentano un fenomeno innovativo e in costante crescita negli ultimi anni: dal 2011 il loro numero è aumentato del 70,3%. Nel 2020 le fattorie didattiche mostrano una crescita sull’anno precedente dell’11,4%, e rappresentano una quota sempre crescente sul totale degli agriturismi: 7,6% nel 2020, 7% nel 2019 e 6,4% nel 2018. In questo contesto la quota di imprenditrici donne è superiore alla media e rappresenta il 39,5% del totale dei conduttori, quota sostanzialmente invariata rispetto al 2019 (40,2%).

Focus - La diversificazione dei servizi nella crescita degli agriturismi

Negli anni si è assistito a un costante ampliamento dei servizi offerti dagli agriturismi, che hanno affiancato a quelli tradizionali di alloggio e ristorazione una vasta gamma di altre attività. Rispetto al 2019 gli agriturismi con attività di alloggio crescono dell’1,6% e quelli con ristorazione del 2%, ma sono le attività più innovative a segnare la crescita maggiore: la degustazione aumenta del 7,6% rispetto allo scorso anno, mostrando una tendenza positiva che si protrae ormai da anni: dai 3.224 agriturismi che offrivano degustazione nel 2007 si è passati ai 6.414 del 2020, con una crescita del 98,9%.

L’ampia gamma di “altre attività”, comprendenti equitazione, escursionismo, osservazioni naturalistiche, trekking, mountain bike, corsi, sport e varie, segna un incremento contenuto sul 2019 a livello complessivo (+1,5%) ma con punte di +16,3% per i corsi, +12,3% per le osservazioni naturalistiche, +11,4% per le fattorie didattiche. La diversificazione si conferma lo strumento principe con cui si realizza in agricoltura la multifunzionalità. L’affiancamento all’attività tradizionale agricola di produzione di beni alimentari di una serie di servizi secondari non solo consente all’imprenditore agricolo di ampliare le proprie fonti di reddito ma nello stesso tempo gli conferisce una funzione sociale, che si esplica nell’offerta di servizi alla collettività, nella valorizzazione dell’ambiente rurale, nella promozione dei prodotti locali e nella diffusione di valori rilevanti tra i quali il rispetto per l’ambiente. Gli agriturismi con una sola attività (monofunzionali) sono il 18%, quelli con due attività (bifunzionali) il 42% e quelli con almeno tre attività (multifunzionali) sono il 36%.
La distribuzione regionale delle attività conferma la situazione del 2019, con Bolzano al primo posto per l’offerta di attività escursionistica, l’Umbria per le attività di trekking, mountain bike e gli sport in generale, la Sicilia per il maneggio. Piemonte e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di fattorie didattiche (ne contano entrambe 255), seguite dal Veneto (che ne conta 200). Alcune attività si concentrano in particolare in alcune province: a Napoli il 74% degli agriturismi offre osservazioni naturalistiche, a Palermo il 97% degli agriturismi offre escursioni e il 62% equitazione e mountain bike, a Catania il 97% degli agriturismi propone attività sportive.


Focus - Il ruolo della degustazione

Nel 2020 la degustazione continua a rappresentare un servizio su cui investire. Nell’ultimo biennio, infatti, gli agriturismi con degustazione segnano una crescita del 7,6% attestandosi a 6.414 unità ovvero il 25,6% del complesso degli agriturismi presenti a livello nazionale (24,2% nel 2019).
Questa attività si conferma maggiormente diffusa tra gli agriturismi del Centro Italia (40,1% del totale), in particolare in Toscana dove è presente quasi un quarto della quota nazionale (24,6%). Nel Nordovest la regione con il maggior numero di agriturismi con degustazione è il Piemonte (11,6% del totale nazionale) e nel Nord-est il Veneto (10,5%). Nel Mezzogiorno è localizzato il 26,5% degli agriturismi nazionali con degustazione, in particolare in Sicilia (7,3%) e in Puglia (7%). Quasi la metà delle aziende agrituristiche (49,7%) svolge attività di ristorazione, con un incremento del 2% rispetto al 2019. Nel 2020 la Toscana detiene il primato nazionale anche per gli agriturismi con ristorazione (15,7%).
Gli agriturismi con ristorazione sono presenti soprattutto nel Nord (42,2%), quote più basse si rilevano nel Centro (28,7%) e nel Mezzogiorno (29,1%). L’attività di ristorazione si associa spesso a una più ampia gamma di servizi offerti. Solo il 12,1% degli agriturismi con ristorazione non diversifica la propria offerta: una peculiarità, questa, che contraddistingue maggiormente le aziende del Nord (21,2%), in particolare quelle del Nord-est (24,9%) con un picco del 39,2% nel Friuli-Venezia Giulia e del 37% nella Provincia autonoma di Bolzano. Il 73,2% delle aziende unisce la ristorazione all’alloggio, in particolare nel Centro (85,3%) e nelle Isole 85,9%. Nel Centro, sono soprattutto la Toscana (88,1% delle corrispondenti aziende) e l’Umbria per la totalità delle proprie aziende, ad adottare questa strategia operativa, mentre nelle Isole primeggia la Sicilia (95,2%).
Assieme alla ristorazione possono essere offerte altre attività (equitazione, escursionismo, sport, corsi ecc.), questa articolazione dell’offerta riguarda il 56,8% delle aziende. Scendendo nel dettaglio territoriale, tale combinazione di servizi trova una maggiore diffusione tra le strutture del Centro (64,1%) e del Sud (68,2%) mentre nella sola Sicilia rappresenta il 93,7% delle aziende con ristorazione della regione.

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