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La Repubblica

Carole Bouquette ... Prima un antico dammuso, poi la terra comprata poco a poco da quaranta proprietari diversi, finalmente due anni fa la sua prima bottiglia di passito “Sangue d’oro”. Così questa icona di bellezza per le platee di tutto il mondo ha messo radici nella lava assolata di Pantelleria. E nel giorno dei suoi cinquant’anni racconta i progetti di lavoro, che devono essere tutti brevi “perché l’isola ha bisogno di me e io ho bisogno dell’isola”. Trovo che una donna con le rughe, dopo i cinquanta, sia bellissima. Quando vedo un viso in cui si legge il segno del botulino, capisco la disperazione che c’è dietro... Ha sempre avuto uno sguardo magnetico Carole Bouquet. Quando però arriva a Pantelleria gli occhi le brillano di più. Splendono come la pietra nera che la circonda, lava che scalda anche lei. Smentisce, una volta per tutte, la leggenda che la vuole di ghiaccio e sorride di se stessa: “Qui ho scoperto di avere l’audacia dei timidi”. In quest’agosto di fuoco, che sembra rendere liquide persone e cose, lei è sempre perfetta. L’isola le fa da sfondo. Selvaggia e un po’ schiva, se la conosci ti accoglie con inaspettata dolcezza, proprio come Carole. “Questo mese compio cinquant’anni e potevo fuggire da qualsiasi parte del mondo ma ho deciso di festeggiarli a Pantelleria, come capita ormai da tanto tempo, con i miei figli e gli amici più cari”.
E proprio la mattina del suo compleanno, la femme fatale che ha fatto sognare la Francia, sembra ancora giovanissima. Una ragazza dolce con appena qualche ombra sulla fronte. Si muove armonica tra le sue terre. Le tocca con passione. Ne ricava energia e serenità. “Due anni fa ho prodotto la mia prima bottiglia di passito”, spiega, “e quando l’ho avuta tra le mani ho pianto”. In realtà la sua storia d’amore con questo scoglio incandescente, a metà strada tra Tunisia e Sicilia, è iniziata molto tempo prima. “Ero a una cena a Parigi e la mia amica Isabella Rossellini, che ha sempre avuto grande fantasia nel raccontare le situazioni, mi ha parlato di un’isola sperduta nel Mediterraneo dove la gente viveva nelle grotte e in cui, a causa del violento e improvviso scirocco, potevi impiegare giorni per arrivare e molti di più per andare via. Mi sono detta che doveva essere un sogno e ho affittato la mia prima casa qui”.
Mentre si racconta il divano arancione le illumina l’abbronzatura. Non peserà più di cinquanta chili, nel camicione africano celeste polvere. Ma è anche solida. Uno strano connubio di astrazione e realtà. Non indossa gioielli eppure brilla. Ha un fisico scattante, dono degli dei e delle nuotate che ogni giorno, incurante delle correnti e delle meduse, affronta con bracciate sicure. Si tuffa dal Tricheco, il peschereccio che ha ristrutturato e dipinto con colori squillanti, e nuota felice. Una donna divertita e divertente che ricava luce dal suo giardino segreto. “La mia prima estate qui sono arrivata con un figlio e parecchi amici e il vento è stato galante con me e non mi ha respinto, anche se credo sia stata proprio l’imprevedibilità di Pantelleria a conquistarmi. Amo il fatto di essere prigioniera di qualcosa che non dipende da me, questa apparente costrizione mi ha restituito la libertà e liberato dal senso di colpa che avevo sin da bambina, trovo sia meraviglioso non riuscire a partire, essere ferma per qualcosa di cui non sono responsabile”.
Carole smette di parlare all’improvviso. Dall’ombra della casa esce un ragazzo di rara bellezza.
Occhi blu e capelli neri arruffati, si avvicina, la bacia e le fa gli auguri. È Luigi, il figlio ventenne che in settembre volerà a New York per iniziare la sua vita da adulto. Farà il regista. “Mi impressiona il fatto che vada a New York perché ha la stessa età che avevo io quando mi sono trasferita in America”. Dopo pochi minuti arriva anche Dimitri, il più grande. Più nordico, con un lungo ciuffo di capelli castano chiaro che brilla sotto il sole. Abbraccia la mamma e si allontana. Poi ci ripensa, torna indietro e le dà un altro bacio. Cinquant’anni portati così meritano un doppio festeggiamento. “I miei ragazzi hanno un rapporto bellissimo con Pantelleria, da bambini invitavo per loro tanti amici perché qui non esisteva mondanità e temevo che si sentissero troppo soli. Ora la vivono con grande libertà e qualche giorno fa Dimitri mi ha fatto promettere che non venderò mai la casa e la terra”.
E gli uomini di Carole, anche loro hanno tanto amato l’isola? “Non facciamo nomi naturalmente”, sorride ironica, “ma posso dire che non apprezzavano l’aspetto selvaggio, più io cercavo l’anima estrema e più loro rincorrevano qualche comodità. Inoltre capivano che il vino era una cosa solo mia e troppo personale, che non potevamo condividere in alcun modo”. Basta, l’argomento è chiuso. Riprende il racconto su Pantelleria con Carole che si accende e quasi ti culla con quell’accento francese che rende musicali anche le parole più banali. Beve un bicchier d’acqua e si lega i capelli. Ci saranno quaranta gradi ma sembra non accorgersene. “Quando ho visto questa casa la prima volta, l’avrei voluta comprare subito ma chiunque mi sconsigliava perché era una riserva naturale. Così non ho detto niente a nessuno e l’ho comprata lo stesso”.
Tanta caparbietà ha una ragione. “Sono sempre stata una ragazza di città senza radici, a Parigi non ho mai desiderato di possedere un appartamento o un giardino, e solo arrivata qui ho capito che potevo crearmi un’identità. In questa pietra nera mi sento me stessa e ho bisogno di questa luce perché è il mio Prozac naturale, il mio antidepressivo e la cultura che non ho mai avuto”.
E con calma, ma senza mai arretrare di un passo, questa donna volitiva ha ingrandito negli anni la proprietà attorno al dammuso. Ettaro dopo ettaro. Ha comprato la terra da quaranta persone diverse, parlando con tutti personalmente, bussando ad ogni porta e convincendoli con grazia. Ora i panteschi la considerano una di loro. “Riesco a guardare Pantelleria con l’occhio dell’amore proprio perché non sono di qui, quando arrivo all’aeroporto di Trapani che è veramente brutto già sono contenta”. Non sembra sentirne le durezze. Gli ostacoli. “Il fatto di essere donna mi ha aiutato, io non sono stata aggressiva con gli isolani e loro lo hanno capito, mi hanno protetto sempre e poi sono convinta che la diversità aiuta, io senza persone come Nunzio e Gigi che mi aiutano con le terre e con il mare qui non sarei nessuno”. In questa strana favola però c’è dell’altro. Della fatica e del lavoro vero. “Venire qui in vacanza era bellissimo però sentivo che volevo di più. Ho sempre desiderato un’identità italiana e ho capito che non potevo conquistarla con un passaporto nuovo ma esclusivamente lavorando in Italia e ho comprato anche una cantina per produrre da sola il passito”. La “second life” di Carole Bouquet coincide con la sua prima vendemmia. Che non è una cosa facile. “La vendemmia è come girare un film. Ciascuno deve avere un ruolo e il regista dirige i vari passaggi”.
Bisogna fare tutto a mano, stendere l’uva ad essiccare perché il sole è il vero pesticida biologico. La prima bottiglia l’ha disegnata l’art director di Coppola perché la signora seduta con semplicità sotto il pergolato, anche se cerca di camuffarsi da isolana, rimane pur sempre un mito. “Da due anni sono perfettamente autonoma perché quando facevamo il vino nelle cantine degli altri mi sembrava d’indossare un vestito non mio. Ho cercato un enologo bravissimo e sono andata a trovarlo in Piemonte, per convincerlo ad aiutarmi, e con lui siamo andati in Russia e in Georgia per studiare i metodi migliori. Solo allora ho creato un passito che assomiglia alla mia idea di Pantelleria, alla luce dell’isola”. Sette anni di lavoro per la prima bottiglia, solo trenta secondi per dargli un nome. “Ero in aereo seduta accanto a un tipo che mi ha chiesto come lo avrei chiamato e gli ho risposto “Sangue d’oro” senza pensarci su”.
Sarà che lei, così apparentemente eterea, è abituata alle risposte istintive. Di pancia. Spiega che sono il solo modo per non essere delusa dalla vita. Se si pensa troppo a una cosa e poi non si realizza allora la sofferenza è insopportabile. Mentre non avere sogni e lasciare che le cose accadano naturalmente preserva dalle delusioni.
“Avevo diciassette anni quando una persona m’interrogò su cosa avrei voluto fare da grande, e ho risposto “l’attrice” senza averlo mai immaginato prima. Dopo un mese ero iscritta a una scuola di teatro e nel giro di un anno Luis Buñuel mi chiamava ad interpretare Quell’oscuro oggetto del desiderio”. Un film che ha acceso le fantasie degli uomini di tutto il mondo. Il carattere naturalmente timido della Bouquet, poi, ha fatto il resto. Un mix che ha contribuito a creare di lei un’immagine altera e inarrivabile. L’ha resa un’icona. “In realtà ho accettato la bellezza, e soprattutto la femminilità, abbastanza tardi. Durante il film di Buñuel non volevo che mi vedessero con gli occhiali, di cui mi vergognavo come una colpa, e ho girato i ciac senza vedere nulla, visto che ero già allora piuttosto miope. Dopo qualche anno, da Chanel mi chiesero di prestare l’immagine e ho detto di no perché non mi sentivo all’altezza. Poi, quando ho compiuto ventotto anni e stavo girando Troppo bella per te di Bertrand Blier, ho capito quanto la natura era stata generosa con me e ho deciso di accettare la proposta della maison”. La sua non è una bellezza che la imprigiona, anzi. Non ha paura d’invecchiare e non sembra conoscere l’ossessione della seduzione. “Se trovassi un chirurgo estetico che riesce a mantenere un viso giovane in modo naturale probabilmente ci andrei immediatamente, ma le operazioni mal riuscite mi fanno paura perché mostrano il terrore del tempo che passa.
Quando vedo un viso in cui si legge chiaramente il segno del botulino capisco la disperazione che c’è dietro, mentre una donna oltre i cinquanta con le rughe è bellissima”.
Mentre parliamo una giovane coppia di inglesi bussa alla porta. Hanno saputo che nelle vicinanze un piccolo dammuso è in vendita. Vorrebbero sapere il prezzo. Carole ride, spiega che la cifra è da capogiro ma li consiglia di provare ugualmente a chiedere informazioni giù in paese. Magari è anche per loro l’opportunità di un’altra vita. “Io sono stata fortunata perché ho vissuto mille vite, anche adesso continuo a fare la professione di attrice perché la terra ne ha bisogno, visto che i guadagni con il vino sono ancora pochi e le attrezzature costano molto care. Ma soprattutto perché mi piace recitare da donna libera, finalmente conosco il mio mestiere e lo affronto senza avere paura di sbagliare mentre, per anni, ho avuto il terrore dei miei errori e giudicavo tutti migliori di me”. Da gennaio sarà di nuovo a teatro a Parigi e reciterà in tre film di cui uno prodotto dal figlio Dimitri. “Ma posso accettare solo lavori che m’impegnino per poco tempo perché Pantelleria ha bisogno di me e io ho bisogno dell’isola”.
Si alza, si guarda attorno e si perde ancora nei racconti lontani: “Da bambina ero angosciata dal rischio di annoiarmi, quando pensavo al futuro dicevo “vorrei tanto una vita che somigli a una vita” e, forse, sentivo già allora che non ero adatta per fare una cosa sola”.


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