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ALLARME

La sostenibilità sociale non è un guscio vuoto, e il vino italiano è indietro: la denuncia di Oxfam

Nel report “The workers behind Sweden’s Italian wine”, commissionato dal monopolio svedese, le ombre sul lavoro in vigna e in cantina
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Le ombre sul lavoro in vigna

La sostenibilità, al centro di ogni analisi, incontro, forum internazionale (per ultimo il G20 Agricoltura di scena oggi e domani a Firenze) in cui si parli di agricoltura, futuro e politiche internazionali, è tutt’altro che un concetto astratto. Al contrario, deve e dovrà guidare ogni aspetto della viticoltura, comprendendo in maniera sinergica la sostenibilità ambientale, economica e sociale. È una questione di buonsenso, di civiltà, di rispetto e di responsabilità di fronte alle sfide che tutti noi ci troviamo ad affrontare, ma anche di opportunità, perché è solo giocando un ruolo costruttivo che il mondo potrà continuare a riconoscere al mondo del vino il valore positivo che ha. Un valore ribadito e testimoniato dai tanti esempi di aziende di primissimo piano che hanno messo la sostenibilità, in ogni sua forma, al centro della propria policy, affidandosi a standard condivisi e certificati (ad esempio Equalitas, tra i soci fondatori della “Sustainable Wine Roundtable”).

Se molto è stato fatto, tanto altro è ancora da fare, perché dietro a tante belle case history si nascondono realtà tutt’altro che specchiate, specie dal punto di vista del rispetto dei lavoratori e dei loro diritti. Un cono d’ombra su cui fa luce il rapporto “The workers behind Sweden’s Italian wine” di Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non profit dedite alla lotta alla povertà, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo), commissionato da Systembolaget, il monopolio svedese che gestisce 436 negozi in Svezia, per cui passa buona parte dei consumi di vino e alcolici. Un lavoro nato dalla volontà ben precisa del Systembolaget, che ha tra i suoi obiettivi quello di sostenere una cultura del bere responsabile, di mettere al centro il rispetto dei diritti umani, letteralmente dal campo alla tavola, applicando i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani lungo tutta la filiera del valore. Partendo, appunto, dal vino italiano, il più bevuto e importato in Svezia (con una quota del 27% e un valore, nei primi sei mesi del 2021, di ben 100,5 milioni di euro), nella cui filiera, però, si nasconde più di qualche problema.

Il campanello d’allarme che arriva dal rapporto Oxfam, nato dalle interviste a un centinaio di lavoratori della filiera del vino di Piemonte, Puglia, Toscana e Sicilia, le Regioni più rappresentative, sia in termini quantitativi che di varietà, non è assolutamente da sottovalutare. Specie perché, dal 2022, il Systembolaget ha previsto una stretta sui bandi dedicati al vino proprio per garantire la sostenibilità sociale dei prodotti importati, un aspetto diventato ormai fondamentale per i consumatori svedesi, e per questo una responsabilità diretta dello Stato. Stando alle conclusioni del “The workers behind Sweden’s Italian wine” (qui il report completo), però, i prossimi “tender” rischiano di diventare una chimera per molte realtà del vino del Belpaese. Dove a molti lavoratori non vengono riconosciuti gli straordinari (come denuncia il 57% dei lavoratori in Piemonte), e ricevono salari così bassi da non potersi permettere di coprire i propri bisogni primari (in Puglia l’80% di chi lavora tra i filari denuncia un livello salariale troppo basso). Tra i problemi evidenziati anche la mancanza di dispositivi di protezione contro i fumi tossici (segnalata dal 25% dei lavoratori in Toscana), così come la paura a sporgere denuncia per paura di essere licenziati, che riguarda principalmente i migranti impegnati tra i filari e nelle cantine di Sicilia, tenuti spesso sotto scacco dai caporali. Preoccupante, inoltre, il fatto che la maggioranza degli operai agricoli non si senta libero di iscriversi ad un sindacato dei lavoratori, una paura che riguarda addirittura il 64% dei lavoratori in Piemonte, mentre in Sicilia i migranti - che spesso sono vittime di discriminazioni e vivono perlopiù in condizioni ed alloggi precari - neanche ci pensano per timore di essere licenziati dalla propria azienda.

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