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La Stampa

“Vini dealcolati, ho cambiato idea. Arrivano dalle vigne come le Doc”…Il re del Barbaresco: “oggi sono tanti i motivi per cui i consumatori cercano alternative”… “Sui vini senza alcol confesso di aver avuto una conversione: prima li criticavo, mi sembravano un errore, ma mi sono ricreduto. È giusto prenderli in considerazione chiamarli vini, perché in fin dei conti arrivano dalla vigna e sono fatti con l’uva”. Angelo Gaja ha appena compiuto 85 anni e, oltre a un fisico invidiabile, sfodera una gran dote: quella di saper cambiare idea, svelando un’apertura mentale, una curiosità e una capacità di adattamento al presente che nemmeno un ventenne. Non per nulla la sua cantina è sulla breccia da oltre un secolo. Ed è appena stata insignita come miglior brand italiano (ed europeo) del vino mondiale, nonché numero due in assoluto, dietro alla cantina argentina Catena. A dirlo è “The World’s Most Admired Wine Brands” 2025, la classifica stilata dal magazine Drinks International e analizzata da WineNews, basata sui voti espressi da wine writer, imprenditori dell’horeca e Master of Wine. Ma torniamo ai dealcolati. Il produttore simbolo indiscusso delle Langhe del Barbaresco e del Barolo ha espresso il suo pensiero durante la prolusione con la quale ha aperto ad Alba l’anno accademico dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino. “Questi prodotti mancano di un elemento fondamentale come l’alcol, ma è meglio chiamarli vini tenendoli vicini al nostro mondo, piuttosto che favorire l’ingresso nel consumo di altre bevande che non c’entrano nulla con noi” ha detto Gaja sorprendendo la platea. Al termine dell’incontro, gli abbiamo chiesto di approfondire il tema. “Da sempre - ci ha spiegato - il cibo a tavola è accompagnato da acqua e vino, ma oggi sono tanti i motivi per cui i consumatori cercano un’alternativa. Ecco, io credo sia meglio che questa alternativa sia un vino senza alcol, piuttosto che un’altra bevanda. Perché può rappresentare un’educazione al palato, può essere un primo passo verso un futuro consumatore di vino tradizionale”. E aggiunge: “sono convinto che in futuro l’innovazione consentirà ai vini dealcolati di essere migliori, reintegrando l’eliminazione dell’alcol. Oggi le varietà più idonee sembrano essere quelle aromatiche, come il Riesling, il Moscato e il Gewurztraminer, ma domani chissà”. D’altra parte, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha detto che l’alcol è veleno in qualsiasi quantità. “E noi siamo fermi, non abbiamo introdotto novità. Dobbiamo renderci conto che combattere contro la ricerca è una battaglia persa e allora dobbiamo rimodulare il nostro messaggio: bere con misura, se sai bere superi i rischi che comporta, consapevole che tutti gli abusi fanno male e che l’alcol crea dipendenza”. L’unico paletto che Gaja vorrebbe mettere “è quello di non consentire a questi vini di rientrare nelle Doc e nelle Igt territoriali, che devono rimanere appannaggio esclusivo dei vini tradizionali, perché ad oggi sono gli unici a poter esprimere un vero valore di terroir”. Lo stesso vale per i vitigni resistenti, i cosiddetti Piwi frutto di incroci di specie diverse di vite. “E bene che siano piantati, ma visto che vengono prodotti ovunque, non devono entrare nelle Doc per evitare omologazioni”. Una riflessione anche sull’introduzione dell’intelligenza artificiale in cantina: “È già arrivata e stimolerà la creatività, una merce di cui abbiamo un gran bisogno. Ci sarà il naso artificiale e saprà misurare l’acidità, il tannino, la concentrazione. Ma non l’eleganza. Per quella ci vorrà sempre l’uomo”. Anche sul tema dei dazi, che sicuramente monopolizzerà ogni discorso tra gli stand del Vinitaly veronese in apertura domani, Angelo Gaja va un po’ controcorrente. “Sto sentendo troppi allarmi e troppi giudizi affrettati. C’è spazio per un negoziato, aspettiamo un paio di mesi e cerchiamo di capire cosa riusciremo a portare a casa. Abbiamo gente capace sia in Europa sia in Italia, che saprà mettere sul tavolo le nostre istanze e dialogare con i rappresentanti d’oltreoceano”. Ma gli ordini sono ormai fermi da settimane e c’è il rischio che rimangano tali per lungo tempo: nessuna preoccupazione? “È vero, questo annuncio da parte di Trump ha creato incertezza e rallentamenti, ma siamo reduci da tre mesi in cui tutti gli importatori hanno corso per fare incetta di vini da mettere in magazzino prima dei dazi. Non possiamo solo lamentarci, così come non possiamo commettere un altro errore”. Qual è? “Quello di iniziare a dire che il rincaro del 20% tutto sommato non riguarda noi che mettiamo sul mercato vini di alta fascia. Senza dubbio saranno penalizzate soprattutto le etichette con un posizionamento più basso, ma si tratta comunque di una fetta importante del vino italiano e questo deve sensibilizzarci tutti, nessuno escluso”.

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