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LA UE CONDANNA L’ITALIA PER L’INDICAZIONE “CIOCCOLATO PURO” IN ETICHETTA PRODOTTI CHE CONTENGONO ANCHE GRASSI VEGETALI. COLDIRETTI: “MA UE APRE A VINO SENZA UVA”. CIA: “COLPITE IMPRESE ITALIANE”. CODACONS: “PASSO INDIETRO UE SU QUALITA’”. E GALAN ...

Non Solo Vino
Francobolli di cioccolato

L’Italia è stata condannata oggi dalla Corte di Giustizia Europea per avere autorizzato la denominazione “cioccolato puro” sulle etichette di prodotti di cioccolata che avrebbero dovuto segnalare anche la presenza di “altri grassi vegetali oltre al burro di cacao”. I giudici hanno ritenuto che la normativa italiana “è idonea a indurre in errore il consumatore e a ledere il suo diritto ad un’informazione corretta, imparziale ed obiettiva”. Per la Coldiretti, “il fatto che l’Unione Europea ostacoli il cioccolato puro di cacao dopo aver aperto al formaggio senza latte e al vino senza uva è l’evidente dimostrazione di un comportamento contraddittorio che spesso mette in difficoltà i prodotti del made in Italy”. Anche per la Cia-Confederazione Italiana Agricoltori, è “una sentenza che colpisce le imprese italiane che operano nella qualità e nella tradizione e contro gli stessi consumatori, i cui interessi vengono soverchiati dalla logica delle lobby. Oltretutto, è una misura che rischia di favorire altri provvedimenti che vadano a penalizzare altri settori dell’agroalimentare e che accresce quella contraddizione che da tempo sta caratterizzando la politica di Bruxelles nel settore alimentare, soprattutto sotto l’aspetto dell’etichettatura”. Duro il parere del Codacons, secondo cui “si tratta dell’ennesimo passo indietro dell’Unione Europea in tema di difesa della qualità dei prodotti”.
Da parte la Commissione Europea, sottolinea il portavoce del commissario all’Agricoltura Roger Waite, “sta valutando come proseguire la sua iniziativa nei confronti dell’Italia per quanto riguarda la violazione delle norme Ue in materia di etichette per quanto riguarda il “cioccolato puro”. Se un Paese non si adegua rapidamente alla sentenza della Corte di Lussemburgo, infatti, la Commissione Ue può avviare un altro ricorso richiedendo in più sanzioni pecuniarie, ovvero una multa”.
In particolare, la normativa italiana consente di mantenere due categorie di denominazioni di vendita: una per i prodotti a base di solo burro di cacao, denominati “cioccolato puro”, e l’altra per i prodotti che contengono grassi vegetali, indicati come succedanei del cioccolato. Il diritto della Ue relativo all’etichettatura dei prodotti di cacao e di cioccolato armonizza invece le denominazioni di vendita di questi prodotti. Quando contengono fino al 5% di grassi vegetali diversi dal burro di cacao (detti sostitutivi) la loro denominazione resta immutata, ma la loro etichettatura deve contenere, in grassetto, la specifica dizione: “contiene altri grassi vegetali oltre al burro di cacao”. Per i prodotti di cioccolato che contengono unicamente burro di cacao è possibile indicare sull’etichettatura tale informazione, purché - rileva la sentenza - “sia corretta, imparziale, obiettiva e non induca in errore il consumatore”. A presentare ricorso contro Roma per inadempimento è stata la Commissione Ue, secondo la quale l’Italia ha introdotto una denominazione di vendita supplementare per i prodotti di cioccolato, a seconda che essi possano essere “considerati puri” o meno. La Commissione ritiene invece che il consumatore debba essere informato circa la presenza o meno nel cioccolato di grassi vegetali sostitutivi mediante l’etichettatura, e non tramite l’impiego di una distinta denominazione di vendita. La Corte ha accolto il ricorso sentenziando che la normativa italiana è in contrasto con il diritto europeo.
Secondo la Coldiretti, a subire gli effetti delle normative comunitarie erano state telline, cannolicchi e altri pesci della tradizione gastronomica regionale messe al bando a partire dal primo giugno 2010 con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla pesca. “Ma numerosa è la lista delle prese di posizione ambigue come ad esempio - sottolinea la Coldiretti - per un altro importante prodotto della Dieta Mediterranea come il vino per il quale, a causa della riforma europea di mercato del settore vitivinicolo, è stata autorizzata la possibilità di zuccheraggio per i Paesi del Nord Europa, ma anche la produzione e la commercializzazione di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva come lamponi e ribes, dopo che l’Unione Europea aveva già dato il via libera all’invecchiamento artificiale del vino attraverso l’utilizzazione di pezzi di legno al posto della tradizionale maturazione in botti di legno. Un inganno che - continua la Coldiretti - si aggiunge alla possibilità di vendita nell’Unione Europea nei negozi, o attraverso internet, di kit per la preparazione casalinga in meno di un mese di vini come il Chianti, il Barolo o il Valpolicella, per effetto di una curiosa interpretazione della legislazione”.
“In realtà - continua la Coldiretti - nonostante l’impegno dell’Unione nel tutelare le denominazione dei prodotti alimentari tipici continuano a proliferare anche all’interno dell’Europa. E’ il caso dei formaggi tipici dove, dopo il Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina svedese, il Parmi olandese, la polenta che diventa “palenta” in Montenegro, il barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la pasta Milaneza venduta in Portogallo. Più recente la decisione della Commissione Europea di non accogliere la proposta italiana di decreto ministeriale che obbliga ad indicare l’origine del latte impiegato nel latte a lunga conservazione e in tutti i prodotti lattiero caseari, ma vieta anche - continua la Coldiretti - l’impiego di polveri di caseina e caseinati nella produzione di formaggi. Con la norma si stabiliva chiaramente che il formaggio si fa con il latte e non con le polveri mentre l’Unione Europea consente - precisa la Coldiretti - che possa essere incorporato fino al 10% di polvere di caseina e caseinati nel formaggio, al posto del latte”. Per la Coldiretti, “le contraddizioni delle scelte politiche europee sono evidenti anche nelle norme che riguardano l’indicazione in etichetta l’origine dei prodotti agricoli impiegati che è obbligatoria per la carne bovina, ma non per quella di maiale, per la frutta fresca ma non per quella trasformata, per il latte fresco ma non per quello a lunga conservazione o per i formaggi. Non mancano però - continua la Coldiretti - le buone notizie come la recente decisione dell’Unione Europea di rendere obbligatoria l’ indicazione dell’origine dell’extravergine di oliva a partire dal mese di luglio 2009, favorita dal pressing della Coldiretti che ha avviato una campagna per l’etichettatura obbligatoria di tutti gli alimenti. Una novità ottenuta grazie ad un pressing generalizzato che ha portato il 18 giugno scorso ad una svolta nell’Unione Europea dove il Parlamento ha votato a favore dell’obbligo di indicare il luogo di origine/provenienza per carne, pollame, prodotti lattiero caseari, ortofrutticoli freschi, tra i prodotti che si compongono di un unico ingrediente (che oltre al prodotto agricolo prevedono solo degli eccipienti come acqua, sale, zucchero) e per quelli trasformati che hanno come ingrediente la carne, il pollame ed il pesce”. Una linea di indirizzo che la Coldiretti si augura possa concretizzarsi presto in una svolta nelle politiche dell’Unione Europea a favore della trasparenza delle informazioni.
Anche la Cia ricorda che l’Ue permette la commercializzazione di prodotti (“è il caso dei formaggi, dove la percentuale di latte è ridicola, o dei vini fatti con i trucioli o addirittura con riduzione del contenuto alcolico naturale”), i cui requisiti lasciano non poche perplessità, mentre si mostra insensibile all’esigenza di un’etichetta chiara e trasparente in cui sia indicata l’origine del prodotto. In questo modo si creano solo pesanti intralci e ostacoli al “made in Italy”. “Non è, quindi la prima volta - ricorda la Cia - che decisioni comunitarie vanno a danneggiare la nostra tradizione gastronomica, il nostro agroalimentare tipico e di qualità. A questo punto non possiamo che auspicare - sottolinea la Cia - che il Governo italiano s’impegni contro questa assurda sentenza, che va contro ogni tutela dei consumatori e contro ogni di chiarezza, evitando, di conseguenza, che in futuro avvengano altri fatti del genere. Altrimenti, il “made in Italy” - conclude la Cia - sarà sempre sottoposto a misure che rischiano di penalizzare in maniera rilevante il lavoro di tantissime imprese, comprese quelle agricole, che tengono alta la bandiera della qualità nazionale nel mondo”.
Per il Codacons è evidente che una diversa denominazione per il cioccolato puro, senza grassi vegetali, consentiva al consumatore di distinguere più facilmente il cioccolato di qualità da quello scadente. Ora sarà invece costretto a leggere gli ingredienti messi in etichetta per scoprire se il costoso burro di cacao è stato sostituito da materie grasse meno nobili come il burro di karité, olio di palma, illipé che sono ricchi di acidi grassi saturi, responsabili dell’aumento del colesterolo cattivo nel sangue: il cioccolato autentico, invece, abbassa il livello di questo colesterolo grazie ai flavonoidi che hanno anche un’azione antiossidante. “Non vorremmo - afferma l’associazione - che dopo il cioccolato si passasse all’olio e venisse eliminata anche la denominazione di “olio extravergine”, costringendo il consumatore, per comperare olio di qualità, a cercare in etichetta il grado di acidità”.
Roger Waite, il portavoce del commissario all’Agricoltura, spiega che dopo che la Corte Europea di Giustizia ha riconsciuto le sue ragioni, “ora stiamo lavorando sulla linea ufficiale da adottare” nelle prossime tappe, sottolineando che l’azione della Commissione contro l’Italia è stata motivata dal fatto che la dicitura utilizzata di “cioccolato puro” quando questo contiene altri grassi oltre al burro di cacao “è fuorviante per il consumatore, ed è per questo che la Corte ha emesso questo tipo di sentenza stamattina”.

Focus - Coldiretti: Come l’Europa cambia le tavole degli italiani
- Stop a telline e cannolicchi: a partire dal primo giugno 2010 entrano in vigore le nuove norme sulla pesca che di fatto faranno sparire dalle tavole degli italiani telline, cannolicchi e altri pesci della tradizione gastronomica regionale.
- Via libera al formaggio senza latte: a partire dal primo gennaio 2009 può essere incorporato fino al 10% di caseina e caseinati nel formaggio, al posto del latte, secondo quanto previsto dal regolamento (CE) n. 760/2008 del 31 luglio 2008.
- Lo zucchero nel vino: è una pratica, utilizzata nei paesi del Nord Europa, che permette di aumentare la gradazione del vino attraverso l’aggiunta di zucchero. Lo zuccheraggio è sempre stato vietato nei Paesi del Mediterraneo e in Italia, che ha combattuto una battaglia per impedire un “trucco di cantina” e per affermare definitivamente la definizione di vino quale prodotto interamente ottenuto dall’uva.
- E’ arrivato il vino senza uva: è arrivato il vino ottenuto senza uva per effetto della riforma europea di mercato del settore vitivinicolo del 29 aprile 2008 ( Reg. 479/08) che ha autorizzato la produzione e la commercializzazioni di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva come lamponi e ribes.
- Il vino si invecchia con la segatura: l’Unione Europea ha dato il via libera all’invecchiamento artificiale del vino attraverso l’utilizzazione di pezzi di legno al posto della tradizionale maturazione in botti di legno, secondo quanto previsto dal Reg. (CE) 11 ottobre 2006, n. 1507/2006.
- Le imitazioni: nonostante l’impegno dell’Unione nel tutelare le denominazione dei prodotti alimentari tipici continuano a proliferare anche all’interno dell’Europa. E’ il caso, spiega la Coldiretti, dei formaggi tipici dove, dopo il Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina svedese, il Parmi olandese, la polenta che diventa “palenta” in Montenegro, il barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la pasta Milaneza venduta in Portogallo.
- La metà della spesa è anonima: “negli ultimi anni con la mobilitazione a favore della trasparenza dell’informazione, la Coldiretti - sottolinea l’organizzazione - è riuscita a ottenere l’obbligo di indicare la provenienza per carne bovina, ortofrutta fresca, uova, miele latte fresco, pollo, passata di pomodoro, extravergine di oliva ma ancora molto resta da fare e l’etichetta resta anonima per circa il 50% della spesa dai formaggi ai salumi, dalla pasta ai succhi di frutta”.

In evidenza - I cibi con l’etichetta con l’origine sulle tavole degli italiani

Cibi con l’indicazione di provenienza
Carne di pollo e derivati
Carne bovina
Frutta e verdura fresche
Uova
Miele
Passata di pomodoro
Latte fresco
Pesce
Extravergine di oliva
E quelli senza
Pasta
Derivati dei cereali (pane, pasta)
Formaggi
Derivati del pomodoro diversi da passata
Frutta e verdura trasformata
Carne di coniglio
Carne di maiale e salumi
Carne di pecora e agnello
Latte a lunga conservazione
Fonte: elaborazioni Coldiretti

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