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ECONOMIA E FUTURO

L’Italia può ripartire dal suo agroalimentare, sistema in difficoltà, ma resistente alla crisi

Fondamentali, però, le strategie e le risorse Ue. I messaggi di Nomisma, Unicredit e Slow Food nel “Forum delle Economie”, con focus sull’agrifood

Ripartire da un sistema agroalimentare, quello italiano, che in Europa è all’avanguardia in tema di sostenibilità, di biologico, ma anche di export e di valore aggiunto (59 miliardi di euro, con il Belpaese terzo in Europa, dopo Francia, a 78, e Germania, a 61, ma ai vertici di “fatturato per ettaro”, in media 2.583 euro sui 1.240 della Spagna seconda, ndr), sapendo che “valori” come italianità, sostenibilità e salubrità sono sempre più importanti nelle scelte di acquisto, che diversificare canali e mercati (oggi per il made in Italy molto concentrati) sarà una sfida determinante, ma anche con la consapevolezza che, nel complesso il settore del wine & food si è confermato ancora una volta anticiclico rispetto alle crisi, anche nel quadro Covid. È la sintesi del “Forum delle Economie: focus sull’agrifood”, firmato da Unicredit, Slow Food e Nomisma, nel quadro degli incontri (on line) di “Terra Madre Salone del Gusto”.
I numeri di Nomisma, illustrati da Denis Pantini, raccontano, dunque, di un settore che è forte, ma in ovvia difficoltà. Le vendite al dettaglio, nel complesso, su valori tendenziali tra gennaio e agosto 2020 sono cresciute del 2,9%, l’export del 3%, ma con un peggioramento evidente dopo i primi 3 mesi, “che lascia intuire con buona certezza, purtroppo, anche visto il riacutizzarsi dei contagi e le nuove misure per contenerli, un saldo negativo a fine anno”. Come noto la chiusura della ristorazione e di tutto il fuori casa (che in Italia incide per un terzo sul valore dei consumi alimentari ma in Paesi come gli Stati Uniti arriva a pesare fino al 45%) e il crollo degli arrivi di turisti dall’estero (nel 2019, la spesa nei ristoranti italiani dei turisti stranieri era stata di 10 miliardi di euro) rappresentano i principali “colpevoli” di questa riduzione delle performance per il settore e, in particolare, di alcuni comparti (soffrono, in generale, quelli a maggior valore aggiunto, come vino e formaggi, crescono quelli di largo consumo come pasta e pomodoro, per esempio). Il quadro su cui ragionare, però, è quello europeo, come sottolineato, tra gli altri, dall’eurodeputato Paolo De Castro e da Francesco Sottile (Slow Food Italia).
“L’agroalimentare in Ue è il primo settore del manifatturiero per valore aggiunto, export ed occupazione - ha detto De Castro - un settore che ha mostrato resilienza e forza nelle difficoltà del Covid non ancora terminate. Per questo saranno fondamentali le misure che l’Europa sta mettendo in atto. Dai 750 miliardi del Recovery Plan, di cui 209 per l’Italia (con 8 miliardi a fondo perduto) che saranno fondamentali per investimenti anche infrastrutture fisiche e digitali, e gli oltre 10 miliardi di euro che arriveranno per lo Sviluppo Rurale per l’Italia tra il 2021 ed il 2022, fondamentali per sostenere la transizione ecologica e gli investimenti aziendali (dove il cofinanziamento pubblico può arrivare al 75%, sottolinea Paolo De Castro).
Tutto questo nel quadro di strategie come “Green Deal” e “Farm to Fork”, in percorsi in cui l’Italia è all’avanguardia rispetto a molti Paesi Ue, e molti obiettivi sono già alla portata. Noi, per esempio, sul biologico siamo già oltre il 16% della superficie agricola, ed il target è 30% nel 2030. L’orizzonte verso cui navigare è chiaro, è ovvio che ci sono tanti problemi, ma possiamo affrontarli”.
“Questo annus horribilis - ha sottolineato Francesco Sottile (Slow Food Italia) - ci sta restituendo una visione della produzione agricola estremamente fragile soprattutto nelle filiere locali del cibo. Da qui bisogna partire per capire come rafforzare un sistema di produzione che non può rimanere ai margini dell’interesse politico, ma deve conquistare sempre maggiore spazio e dare valore al proprio contributo a favore di una reale transizione ecologica. Abbiamo bisogno di politiche che volgano lo sguardo al mondo della piccola scala che non è chiamata così perché rappresenta una minoranza ma solo perché è costituita dalle migliaia e migliaia di piccole aziende agricole che insieme rappresentano tessere di un mosaico di valore inestimabile per un ruolo importantissimo che giocano dal punto di vista, oltre che economico, anche agronomico, ecologico e culturale. Non si può condividere alcuna politica che dia maggiore forza al mondo agricolo industriale creando substrato fertile per un modello di produzione che non riesce a tenere in considerazione il valore della biodiversità, dell’uso delle risorse naturali. Se il settore agroalimentare in Italia e in Europa viaggiasse con regole e opportunità uguali per tutti allora si comincerebbe a parlare di mercato realmente libero e condizionato solo dalle capacità e dal saper fare”.
“Il Green Deal - ha dichiarato Remo Taricani, Co-Ceo Commercial Banking Italy di UniCredit - pone sfide non più procrastinabili al nostro settore agroalimentare e, se da un lato, potremo contare sulle importanti risorse di Next Generation Ue, dall’altro, siamo tutti chiamati ad una attenta opera pianificazione e condivisione degli interventi strategici. Partendo da questa consapevolezza, abbiamo avviato una partnership con Nomisma che cercherà di identificare le principali aree d’intervento e i migliori percorsi operativi utili alle nostre filiere integrate per vincere la sfida e crescere secondo una logica di sviluppo sostenibile. Grazie anche al posizionamento pan-europeo di UniCredit, ci confronteremo anche con le migliori best practice internazionali per cogliere spunti di miglioramento da condividere con tutti i principali stakeholder del settore e dei nostri territori”.
“Per quanto resiliente - ha aggiunto Denis Pantini (Nomisma) - anche il sistema agroalimentare italiano sta soffrendo a causa di uno scenario di mercato dominato dall’incertezza a livello globale, dove la pandemia genera di continuo nuove sfide a cui sono chiamate le nostre imprese. É in questo scenario, così complicato, che si inserisce la collaborazione tra Nomisma e Unicredit: attraverso un’analisi innovativa e una condivisione strategica degli obiettivi tra gli stakeholder delle filiere agroalimentari, potrà essere raggiunta una migliore combinazione tra risorse private e pubbliche in grado di permettere una completa riuscita dei progetti di sviluppo necessari a garantire una “competitività sostenibile” al sistema agroalimentare italiano”.
Un sistema, appunto, fatto anche di casi limite, ma significativi, come quello raccontato da Teresa Mascarello, alla guida della storica cantina del Barolo, Bartolo Mascarello: “la scelta fatta da mio nonno e da mio padre, in una storia di quasi 100 anni, cioè quella di rimanere in una dimensione artigianale (5 ettari, di cui 3 a Barolo), rispettare la tradizione e la storia sono sempre stati i nostri punti di forza. Come lo è il rapporto diretto e personale con i clienti, che siano ristoranti, enoteche o privati. Un rapporto costruito negli anni, con fatica, nelle relazioni di una vita, che, in questo momento difficile, premia realtà come la mia. Con una produzione piccola, con rapporti fidelizzati. Ma siamo in una condizione e in territorio privilegiati”.

Focus - L’agroalimentare italiano alla prova del Covid secondo Nomisma
Secondo i dati Nomisma il settore agroalimentare ha accusato i colpi inferti dalla pandemia da Covid-19. Sebbene nei primi mesi dell’anno (e quindi anche durante il lockdown) le vendite al dettaglio sul mercato nazionale nonché l’export di prodotti alimentari siano cresciuti a fronte di un settore manifatturiero in forte crisi, a partire dall’estate anche le performances del settore agroalimentare sono passate in territorio negativo.
La chiusura della ristorazione e di tutto il fuori casa (che in Italia incide per circa un terzo sul valore dei consumi alimentari ma in paesi come gli Stati Uniti arriva a pesare fino al 45%) e il crollo degli arrivi di turisti dall’estero (nel 2019, la spesa presso i ristoranti italiani dei turisti stranieri era stata di 10 miliardi di euro) rappresentano i principali “colpevoli” di questa riduzione delle performance per il settore e, in particolare, di alcuni comparti. Nel primo trimestre di quest’anno, il calo delle vendite alimentari in Italia nel canale on-trade è risultato più basso del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; nel secondo trimestre (complice il lockdown) il calo è stato del 64%.
Tra chi è stato maggiormente colpito dalla crisi figura il vino, una delle nostre eccellenze del Made in Italy, che nei primi sette mesi del 2020 ha visto calare l’export a valori di oltre il 3%. E all’interno del settore, i vini a denominazione (Dop) sono quelli ad aver sofferto di più (si pensi ai rossi Dop della Toscana che hanno perso quasi il 7% di valore all’export o a quelli veneti, -6%). Al contrario, ci sono stati altri prodotti che proprio grazie al lockdown hanno registrato aumenti nell’export a doppia cifra. È il caso della pasta, cresciuta del 23% o della passata di pomodoro (+10%).
Le sfide che il Covid-19 ci pone sono tante. Dalla forte riduzione del Pil prevista per l’anno in corso che porterà a minori redditi per le famiglie, alle evoluzioni nelle modalità distributive e nell’approccio al consumo, dove lo sviluppo dell’e-commerce e la diffusione della digitalizzazione ne rappresentano forse l’emblema. Come rilevato da Nielsen, se nei 12 mesi terminanti a febbraio 2020 le vendite on-line di prodotti grocery erano aumentate del 63% rispetto all’anno precedente, nel periodo del lockdown (febbraio-maggio 2020) e nei 4 mesi successivi (maggio-agosto), la variazione è stata rispettivamente del +185% e +172%, a dimostrazione di come lo sviluppo dell’e-commerce si sia ormai consolidato a prescindere dal Coronavirus.
Ma la pandemia ci lascia in eredità altri mutamenti, i cui effetti si consolideranno anche nei prossimi anni. La maggior attenzione da parte dei consumatori all’italianità delle produzioni porterà ad un rafforzamento delle relazioni tra gli operatori lungo la filiera, gli obiettivi di sostenibilità ricercati dai consumatori ma anche imposti dalle politiche comunitarie (Green Deal) favoriranno gli investimenti green nelle imprese. Senza dimenticare le altre sfide di mercato che attendono le nostre aziende agroalimentari: dalla Brexit all’evoluzione dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti (a seguito dell’esito delle prossime elezioni presidenziali) fino alla necessità di una maggior diversificazione dei mercati di sbocco, i cui limiti sono divenuti evidenti con la pandemia, e per i quali il grado di concentrazione sull’export alimentare italiano risulta pari al 52%, contro il 47% di quello francese o il 44% di quello tedesco.

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