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TERRITORIO E MERCATO

Pinot Grigio delle Venezie, case history di successo del vino italiano, che fa riflettere sul futuro

Consumi, salute, vini no e low alcol, sostenibilità ed economia al centro del “Delle Venezie Doc International Forum”, a Verona

Trent’anni fa ci si chiedeva se e quanto sarebbe durata la moda del Pinot Grigio. Ebbene, continua ancora oggi, in particolare per l’affezione che gli dimostrano i consumatori internazionali. Il 50% del Pinot grigio mondiale è italiano e l’87% di questo viene prodotto nel Nord Est - nella provincia di Trento, in Veneto e Friuli Venezia Giulia - su 27.000 ettari, il che ne fa la più grande denominazione di origine italiana per estensione, con più di 10.000 famiglie coinvolte. La produzione ammonta a 250 milioni di bottiglie, di cui 200 sono di “Delle Venezie”, per un export del 96%. La forza del Pinot grigio è nella capacità di rimanere contemporaneo nel tempo, quasi inossidabile rispetto al mutare di tendenze e consumi. A dirlo i risultati lusinghieri del Pinot grigio Delle Venezie certificati dai numeri, con un +10% di imbottigliato in settembre e giacenze diminuite del 15% sullo stesso periodo del 2022, nonostante la fase complessa che il vino sta attraversando.
Occasione per fare in punto sullo stato dell’arte e delle prospettive della do triveneta, tra nuove tendenze e cambiamenti di mercato, la seconda edizione del “Delle Venezie Doc International Forum” (la prima si è svolta nel 2019), convegno internazionale firmato dal Consorzio di tutela, di scena ieri, 4 novembre, a Verona.
Il Pinot grigio Delle Venezie è una realtà che travalica il mero significato della varietà perché è un patrimonio collettivo del Triveneto. “Da questa consapevolezza è partita l’idea di tutelarne con un progetto la produzione e la cultura territoriale che l’accompagna” ha ricordato Albino Armani, presidente del Consorzio di tutela della Doc. Un progetto portato avanti da lui insieme a Bepi Catarin, allora dirigente della Regione Veneto, responsabile del settore vitivinicolo, uomo illuminato e capace. Un’attività non semplice per arrivare al riconoscimento della denominazione “Delle Venezie”, per governarla in questi suoi primi 7 anni e condurla fino ai numeri che testimoniano come, nonostante la fase complessa, lo stato di salute del Pinot grigio delle Venezie sia buono.
“Il progetto - ha proseguito Armani - ha trovato nel Consorzio di tutela “Delle Venezie” il suo punto di arrivo. Il Pinot grigio sta bene in questo territorio per motivi pedologici e climatici, ma anche culturali legati alla capacità dello stare insieme delle persone: non è facile fare sistema tra tre territori diversi. Ben 20 Doc si sono coordinate attorno a un sistema di controllo, la Triveneta Certificazioni, che è il cardine della legalità, del controllo e della tracciabilità del prodotto. Siamo i numeri 1 del Pinot grigio mondiale e la qualità dei nostri prodotti è cresciuta, da quelli più semplici più accattivanti fino alle icone. Il trend delle vendite fino ad agosto è positivo differentemente dal segno del mercato mondiale che vede i consumi in calo. La stabilità del prezzo è rassicurante non solo per la produzione, ma anche per il mercato a cui le fibrillazioni non fanno bene. Siamo riusciti ad ‘educare’ il mercato a una fascia di prezzo abbastanza remunerativa per i viticoltori, ma non del tutto: ritengo ci siano ancora spazi di crescita”.
“Sette anni fa siamo stati chiamati ad un percorso non facile - ha spiegato Francesco Liantonio, presidente Triveneta Certificazioni, che ha il compito di gestire la tracciabilità e il controllo dei vini doc Delle Venezie - e a un lavoro di grande importanza per la tutela della denominazione più estesa d’Italia. Non tanto per i numeri quanto per le garanzie di qualità e peculiarità dei vini di questa denominazione rispetto alla miriade di altri Pinot Grigio Igp e bivarietali, ma anche rispetto a Doc meno rigide”.
Il profilo del Pinot grigio Delle Venezie amato dal consumatore internazionale si descrive con tre sostantivi che, appunto, lo rendono attuale: freschezza, leggerezza e versatilità. “Le espressioni dei vini nei tre areali del Triveneto - ha raccontato Christian Scrinzi, direttore enologico e di produzione Giv (Gruppo Italiano Vini), che ha avuto un importante ruolo nell’organizzazione del Forum - assumono sfumature diverse, ma rimangono in un range di riconoscibilità e questo è molto importante. Poi c’è la versione “ramata”, ottenuta da contatto con le bucce prima della fermentazione o da macerazioni post fermentative. La longevità rappresenta una altro volto dell’identità di questo vino, ed è importante perché sia godibile sui mercati lontani dove arriva anche tre anni dopo la vendemmia”.
Quale che sia la “sfumatura di grigio” del Pinot, da più parti viene ribadita l’importanza della consapevolezza che l’area produttiva deve avere proprie potenzialità produttive, non solo in termini di volumi, che erroneamente - quando molto elevati come in questo caso - potrebbero far passare in secondo piano la qualità, quanto dal punto di vista qualitativo. Insomma i produttori di Pinot grigio Delle Venezie devono essere loro per primi a crederci e a spingere più di quello che già hanno fatto sulla qualità per migliorare la sostenibilità economica.
“Tanto è stato fatto per creare coesione territoriale e per allineare la qualità - ha commentato Armani - e la strada è ancora lunga per quanto riguarda la comunicazione, per far capire che la casa del Pinot grigio è il Triveneto”.
E se è il nome stesso della doc a suggerire ai consumatori stranieri la collocazione geografica del territorio di produzione - Venezia è una città molto conosciuta - “è in Italia che il Pinot Grigio non è vissuto come vino italiano” ha osservato il wine critic Daniele Cernilli.
La sua origine è francese. “Dopo la diffusione dei suoi progenitori da Velia - sulle coste della Campania attuale al tempo parte della Lucania - a Messalia (l’attuale Marsiglia) - ha raccontato Riccardo Velasco, direttore del Crea Viticoltura Enologia - il Pinot nero ha avuto origine in Borgogna e da una sua mutazione è scaturito il Pinot grigio. Presente in Italia dal 1800 ha trovato nel Nord Est un areale particolarmente vocato alla sua coltivazione”.
In una realtà produttiva frammentata come quella vitivinicola italiana la Doc Delle Venezie ha rappresentato, e ancora rappresenta, una sorta di laboratorio per superare questo limite grazie a una filiera coesa. Lo scollamento tra la visione meramente produttiva e quella del governo delle denominazioni in capo ai Consorzi di tutela con attività e politiche di mercato è, infatti, ancor più nocivo in una situazione di difficoltà del settore legata al mercato e anche alle avversità climatiche e fitopatologiche. “Finché non sarà chiaro e percepito che le denominazioni e produttori sono dalla stessa parte e che le decisioni vengono prese per trovare un miglior posizionamento di mercato e avere migliori performance economiche, le decisioni di governo dell’offerta saranno mal digerite - ha sottolineato a questo proposito nel suo intervento di saluto Stefano Zannier, Assessore alle Risorse Agroalimentari, Forestali ed Ittiche del Friuli Venezia Giulia - e la situazione è ancor più difficile dove più Doc insistono sullo stesso territorio, come nel caso della denominazione Delle Venezie”.
Tuttavia questa è solo una delle difficoltà del settore a cui si aggiungono i cambiamenti normativi a livello europeo, dalla sostenibilità e alla tracciabilità, dal rapporto vino/salute fino alla diminuzione, soprattutto tra i giovani, e al cambiamento nei consumi di vino.
“La strada per il futuro è quella della sostenibilità, della salvaguardia dell’ambiente e della salubrità dei prodotti per meglio interpretare le nuove tendenze dei mercati e dei consumatori - ha detto Luca Rigotti, consigliere del Consorzio Delle Venezie, coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza delle Cooperative e presidente del Gruppo di lavoro vino del Copa Cogeca - dobbiamo orientare l’attenzione dell’Unione Europea alla sostenibilità da quella ambientale anche sugli altri due pilastri, economico e quindi sociale. Siamo alla vigilia di decisioni importanti per il settore che deve diventare autonomo, cioè sostenibile dal punto di vista economico. Un risultato che il Pinot grigio delle Venezie può conseguire con una ulteriore tipicizzazione per renderlo ancora più unico e inconfondibile. In generale ci vogliono scelte forti: non si può ricorrere ad aiuti per la distillazione o per i danni da fitopatie. Bisogna cercare altre strade da governare a livello europeo per avere interpretazioni uniche delle norme”.
“Sulla sostenibilità abbiamo sul tavolo due temi - ha illustrato l’europarlamentare Herbert Dorfmann - stiamo procedendo su regolamentazione e riduzione della chimica tenendo conto però che bisogna produrre. E abbiamo visto in questa annata quanto le malattie possano compromettere le quantità. E poi c’è il tema delle Tea, le tecniche di evoluzione assistita, che sono strettamente collegate alla sostenibilità permettendo di ottenere varietà uguali a quelle coltivate, ma resistenti a peronospora e oidio, le malattie che richiedono più trattamenti. Abbiamo accelerato e se non riusciremo a chiudere in questa legislatura speriamo di almeno di avere un parere decisivo entro la sua fine”.
Su tema “vino e salute” - fermo restando che l’alcol in eccesso fa male e che in molti Paesi ci sono problemi di alcolismo - nella discussione sui problemi relativi al cancro nella commissione Beca (Beating Cancer), è passato il distinguo tra abuso e consumo consapevole. “Tuttavia - come ricordato sia da Rigotti che da Dorfmann - si è tornati allo stesso punto per la presentazione da parte della Commissione Salute di un rapporto sulle malattie non trasmissibili. “Il pericolo effettivo di tutto ciò è l’influenza sulle cose reali - ha avvertito l’europarlamentare altoatesino - quindi sulla promozione sia nell’ambito dell’Ocm vino sia del regolamento trasversale che non sarebbero più ammissibili per un prodotto che fa male. Poi c’è la questione etichettatura per la quale dobbiamo trovare una soluzione ragionevole e giusta. Il vino dealcolato totalmente o parzialmente rientra nell’ambito del benessere e della salute. Sono sempre stato a favore di questa produzione e ritengo si tratti comunque di vino, come è già per la birra analcolica e il caffè senza caffeina. Penso che per il Pinot grigio, vino moderno anche molto interessante per un pubblico giovane, la parziale dealcolazione potrebbe essere interessante. Il Parlamento europeo ha trovato una soluzione ragionevole: se pur si tratterà di una nicchia di mercato, va considerato che il 50% della popolazione mondiale non beve alcol per motivi di salute o religiosi e non dobbiamo lasciare questi spazi ad altri. Credo che il Governo farebbe bene a recepire la posizione Ue in una legge nazionale che consenta l’uso della Doc per i vini parzialmente dealcolati e non per i no alcol. Poi vanno eliminati i limiti di cui si parla, come il poterlo produrre solo in distilleria. Così si toglie una opportunità al mondo del vino in un momento difficile di mercato”.
Sulla stessa linea di pensiero Sandro Sartor, consigliere del Consorzio Delle Venezie, presidente di Wine in Moderation, vicepresidente di Unione Italiana Vini (Uiv) e managing director Constellation Brands.“I vini low e no alcol rappresentano una opportunità e non coglierla sarebbe antistorico - ha detto - vorrebbe dire rimanere indietro rispetto ai Paesi nostri competitor, come per esempio la Spagna che è molto interessata producendo molto sfuso. Se oggi il mercato Usa di queste tipologie vale un miliardo di dollari, si pensa che nel 2030 potrà quadruplicare. La barriera legata alle modifiche del profilo organolettico è superabile grazie alle nuove tecniche disponibili che già stanno dando buoni risultati. Se ad oggi non siamo ancora in grado di valutare accuratamente la dimensione del mercato dei vini no e low alcol, che secondo stime si attesta intorno al 9 -10%, sicura sarà la crescita perché i consumi si orientano sempre più su prodotti considerati salutari e quindi a basso contenuto alcolico”.

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