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Se il vino incontra il gioco d’azzardo: la sfida della piattaforma e-commerce Underground Cellar

Acquistare online una bottiglia, e scommettere sulla consegna di un’altra: più costosa, meno conosciuta, ma non necessariamente migliore ...
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La Underground Cellar, una scommessa per il vino online

L’industria del gioco d’azzardo, nel 2020, ha fatturato qualcosa come 2.261,79 miliardi di dollari. Un’enormità. Ma anche il segno che il brivido della scommessa, il rischio e l’adrenalina che porta con sé, alla gente, piace. Eccome se piace. Ne è consapevole anche Jeffrey Shaw, fondatore della piattaforma di e-commerce californiana Underground Cellar, che ha applicato il concetto di “gamification” nella vendita del vino online.
In sostanza, si tratta di aggiungere un elemento di rischio, qualcosa che sfugga al calcolo del wine lover che acquista le proprie bottiglie. Come? In sostanza, i clienti che scelgono sei o più bottiglie di vino del valore di 30 dollari ciascuna possono arrivare alla cassa (online) e scoprire che metà del loro ordine è stato sostituito, gratuitamente, con bottiglie del valore di 50 dollari o più. Oppure, possono decidere di non rischiare nulla e farsi recapitare le bottiglie scelte. Ed è qui che sta il divertimento.
Da un lato, chiaramente, la scommessa: più costosi, non significa necessariamente più buoni per chi li riceve. Ma se il wine lover ha le idee chiare, e sa benissimo cosa preferisce bere, rischia infatti di vedersi recapitare vini mai sentiti, o lontani dalla propria cultura enoica. Ed è questo l’aspetto positivo ed interessante dell’operazione, perché in questo modo gli appassionati possono scoprire nuovi vini, nuovi produttori e regioni vinicole meno conosciute da tutto il mondo.
L’idea, secondo Jeffrey Shaw, è quella di presentare agli acquirenti bottiglie più costose, vigneti remoti e vini prodotti da piccole aziende a conduzione familiare di cui potrebbero altrimenti non sentire parlare mai. Innescando un’altra dinamica, commercialmente assai interessante: una volta scoperto un vino che ci piace, infatti, dovremo essere disposti a spendere qualcosa in più. Insomma, la “gamification”, forzando un poil concetto, al servizio della premiumisation.

 

 

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