Una svolta che parla il linguaggio del vino e dell’agroalimentare, e ridisegna il peso strategico del made in Italy a partire da numeri che segnano una discontinuità netta: nel triennio 2023-2025 gli investimenti pubblici nel settore crescono del +46% fino a 16,8 miliardi di euro, affiancandosi ad una base strutturale di 38,5 miliardi di euro e interrompendo oltre un decennio di stabilità. In questo quadro, il settore vitivinicolo emerge come uno dei comparti più strategici e performanti dell’intero sistema, confermandosi pilastro della transizione grazie al primato mondiale nella produzione e al ruolo centrale nelle esportazioni: nel 2025 l’export vale 7,8 miliardi di euro, pari all’11% dell’export agrifood nazionale, mentre, a livello globale, l’Italia si consolida anche come secondo esportatore mondiale (22,7% nel 2024). La filiera del vino beneficia, inoltre, in modo significativo, delle politiche di sostegno attivate, in particolare dei Contratti di Filiera finanziati dal Pnrr e gestiti dal Ministero dell’Agricoltura, che hanno mobilitato complessivamente 7,8 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private: al comparto vitivinicolo sono destinati 1,4 miliardi di euro, collocandolo tra i principali destinatari insieme ai settori zootecnico e ortofrutticolo (rispettivamente 2,7 e 2,1 miliardi di euro). A rafforzare ulteriormente il valore strategico del vino contribuisce il suo profondo legame con il patrimonio culturale e territoriale del Paese, riconosciuto anche a livello internazionale: tra i Patrimoni Immateriali Unesco agroalimentari figurano, infatti, la pratica tradizionale della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria e la Dieta Mediterranea, elementi che rendono l’Italia l’unico Paese al mondo a vantare sei riconoscimenti Unesco nel settore agroalimentare, superando Giappone e Turchia. A dirlo è il primo Osservatorio sulle Politiche Agroalimentari lanciato da The European House - Ambrosetti e Teha Group nel Forum Food & Beverage, andato in scena, nei giorni scorsi, a Bormio, in Valtellina, e che individua 7 direttrici di intervento, tra cui il sostegno alla produzione delle filiere, con 6,1 miliardi di euro destinati a rafforzarne la capacità industriale, fino agli investimenti in innovazione tecnologica e autonomia energetica, pari a 5,6 miliardi di euro, per una transizione digitale e sostenibile; passando per il supporto al consumo, con 3,6 miliardi di euro a tutela del potere d’acquisto; la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi di euro contro rischi sanitari e fitosanitari; e misure dedicate a giovani imprenditori (0,4 miliardi di euro per favorire il ricambio generazionale), nonché la promozione del made in Italy e il presidio degli equilibri europei.
Il tutto in un quadro integrato che, secondo la metodologia proprietaria sviluppata dall’Osservatorio, genera un impatto diretto di circa 87 miliardi di euro di valore aggiunto per il settore e un beneficio complessivo per il sistema economico nazionale stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo, di cui 67,8 miliardi di euro già visibili nell’arco dei prossimi tre anni e 178 miliardi di euro legati a effetti strutturali su occupazione qualificata, redditi, consumi e posizionamento competitivo sui mercati internazionali. In questo contesto si inserisce una filiera che nel 2024 occupa complessivamente 3,4 milioni di lavoratori, di cui 485.000 nel comparto Food & Beverage e circa 2,9 milioni nel settore primario, con una crescita dell’occupazione del +5,9% nel periodo 2015-2024. Il comparto agricolo evidenzia, in particolare, un posizionamento di leadership a livello europeo per occupazione non familiare, con circa 948.000 addetti e un’incidenza pari al 12,8% del totale comunitario, accompagnata da un incremento del +2,9% rispetto al 2015. Parallelamente, il numero complessivo di imprese si è ridotto a circa 1,1 milioni (-12,9% sul 2015), dinamica che, a fronte dell’aumento di fatturato e valore aggiunto, riflette un significativo processo di efficientamento e rafforzamento della produttività del sistema. Considerando, inoltre, la filiera estesa, che include attività di intermediazione, distribuzione e ristorazione, il valore economico del comparto risulta ancora più rilevante: il fatturato complessivo raggiunge, infatti, i 736,3 miliardi di euro nel 2024 (+39,1% sul 2015) e, insieme alle filiere attivate a monte e a valle, genera un valore aggiunto di 400,4 miliardi di euro, contribuendo al 20,4% del Prodotto Interno Lordo (Pil) nazionale.
Evidenze che si inseriscono in un contesto in cui la filiera agroalimentare si conferma il principale driver del made in Italy, con 269,9 miliardi di euro di fatturato nel 2024, di cui 193,3 miliardi di euro generati dall’industria Food & Beverage e 76,6 miliardi di euro dal comparto agricolo, in crescita del +42% sul 2015, e un valore aggiunto di 81,6 miliardi di euro quale contributo diretto al Prodotto Interno Lordo (Pil), in aumento del +42,4% sul 2015, come evidenziato dalla ricerca “La Roadmap del futuro per il Food & Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni” del Forum, che colloca il settore al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani, con un valore superiore del +50% sulla metallurgia, quasi triplo rispetto al fashion made in Italy e circa 5 volte quello dell’industria chimica.
Sul fronte estero, il 2025 segna risultati di assoluto rilievo: le esportazioni agroalimentari toccano livelli record compresi tra i 70,9 e i 72,5 miliardi di euro (food & beverage, agricoltura e tabacco), quasi raddoppiate dal 2015 (+96,4%) e in crescita del +5% sul 2024, trainate in particolare dal comparto Food & Beverage (62,5 miliardi di euro compreso il tabacco). L’Italia si posiziona, inoltre, al primo posto tra i competitor europei per valore medio dell’export agrifood, con 260,9 euro per 100 chili esportati. Questo andamento positivo si registra nonostante contesti complessi, tra cui l’introduzione di dazi negli Stati Uniti che, a fronte di aliquote del 15%, hanno determinato nel 2025 una flessione del -4,5% delle esportazioni agrifood verso quel mercato.
A conferma della solidità del sistema, il Paese consolida il primato europeo per valore aggiunto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro (+11% sul 2023), e per numero di prodotti certificati: l’Italia è prima in Ue per certificazioni Dop/Igp con 897 denominazioni complessive e un fatturato di 20,7 miliardi di euro. In questo ambito, il comparto vitivinicolo emerge come uno dei pilastri centrali e più remunerativi dell’agroalimentare italiano: rappresenta il 63% delle denominazioni totali (566 certificazioni) e un valore della produzione pari a 11 miliardi di euro (+0,1% sul 2023), superiore a quello dei formaggi (5,9 miliardi di euro) e dei prodotti a base di carne (2,2 miliardi di euro). A livello globale, l’Italia si conferma, inoltre, secondo esportatore mondiale di vino per quota di mercato, con il 20,7% degli scambi complessivi nel 2024.
Parallelamente, emergono modelli territoriali di eccellenza come quello lombardo e valtellinese. La Lombardia si distingue come prima regione italiana per fatturato agroalimentare (50 miliardi di euro, +40,4% sul 2015) e per valore aggiunto (11,2 miliardi di eurp, +31,6%), mentre la Provincia di Sondrio rappresenta un caso emblematico di integrazione tra agricoltura e turismo: si colloca al quinto posto in Lombardia per produzione vinicola, con circa 3,1 milioni di bottiglie annue e un fatturato di 22,3 miliardi di euro. La Valtellina ospita, inoltre, il vigneto terrazzato più esteso d’Italia, con 850 ettari di vigne e circa 2.500 chilometri di muretti a secco, patrimonio paesaggistico e culturale unico. “In questo contesto, la Lombardia e in particolare la Valtellina rappresentano un’eccellenza dell’intero sistema-Paese: la prima regione in Italia per fatturato agroalimentare, con 50 miliardi di euro e una crescita del 40,4% sul 2015 - afferma Valerio De Molli, managing partner e ceo The European House - Ambrosetti e Teha Group - e la prima anche per valore aggiunto nel settore, con un contributo di 11,2 miliardi di euro e una crescita del +31,6% sul 2015. La Lombardia è inoltre la prima regione in Italia per esportazione agroalimentare, raddoppiato in 10 anni a 11,7 miliardi di euro. La Valtellina è un modello territoriale in cui identità, qualità certificata, capacità produttiva e apertura ai mercati internazionali si integrano, rafforzando la competitività della Lombardia e del made in Italy agroalimentare”, conclude De Molli.
Permangono, tuttavia, alcune criticità strutturali: tra queste, la forte dipendenza da fitofarmaci e fertilizzanti. Il report evidenzia che, in caso di cessazione totale del loro utilizzo, l’uva da vino risulterebbe tra le colture più vulnerabili, con una perdita stimata dell’81% della produzione, al pari del pomodoro da industria e subito dietro a mais (87%) e riso (84%). Al contempo, l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale raggiunge il record ventennale del 4,2% e, insieme alla leadership globale in produzioni simbolo come pasta, vino e derivati del pomodoro, rafforza il posizionamento internazionale dell’Italia. Tale visibilità è stata ulteriormente amplificata dalle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, che hanno agito da moltiplicatore reputazionale: nelle settimane dei Giochi, i volumi di reach digitali legati all’associazione “Italia e cibo” sono cresciuti di 1,8 volte sul 2025. L’analisi delle conversazioni social globali evidenzia come, accanto a pizza e pasta, il vino italiano (nelle sue declinazioni di rosso, bianco e raffinato) rappresenti una delle keyword dominanti, con un sentiment positivo o neutrale pari all’87%.
In questo scenario, e a fronte di risorse limitate - appena lo 0,7% della popolazione mondiale e lo 0,06% della superficie globale - l’agroalimentare italiano si conferma un sistema sempre più centrale nell’economia e nella proiezione internazionale del Paese, oggi chiamato a trasformare il rafforzamento degli investimenti in un vantaggio competitivo stabile e duraturo.
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