Trentasette portate, dodici commensali, alcuni dei migliori vini di Borgogna e un conto finale paragonabile al prezzo di una Volvo Station Wagon. Potrebbe sembrare l’incipit di una leggenda gastronomica, e in parte lo è, ma “Un pranzo da re. Avventure di un gourmand vagabondo”, il libro dello scrittore e poeta Jim Harrison, è molto più del racconto di un pasto memorabile: è un inno ai piaceri della vita, un viaggio tra cibo, vino, letteratura, musica e amicizia raccontato da una delle voci più anticonformiste della narrativa americana. Per Harrison, infatti, la buona tavola non è un lusso da esibire né una disciplina da seguire, ma un modo per vivere il mondo con maggiore intensità, assaporandone ogni sfumatura.
Il celebre pranzo che dà il titolo al libro (Edizioni Settecolori, 2026, pp. 290, prezzo di copertina 23 euro), consumato in Borgogna insieme a undici amici e costruito attorno a trentasette portate ispirate a tre secoli di storia della gastronomia francese, diventa, così, il punto di partenza per una riflessione molto più ampia. Nella pagine di Harrison il cibo non è mai separato dalla cultura, dalla memoria o dall’esperienza umana: una bottiglia condivisa, una ricetta tramandata, una cena tra amici assumono lo stesso valore di una poesia, di un romanzo o di un brano musicale.
Con il suo stile ironico, brillante e spesso provocatorio, lo scrittore americano celebra il piacere dei sensi senza sensi di colpa e senza concessioni alle mode. Polemizza con il salutismo trasformato in ossessione, diffida delle tavole che sacrificano il gusto all’apparenza e difende un’idea di gastronomia profondamente legata alla gioia, alla convivialità e alla libertà. Tra aneddoti, ricordi e incontri che chiamano in causa figure come Orson Welles, Gérard Depardieu, Ernest Hemingway o Fëdor Dostoevskij, “Un pranzo da re” finisce, così, per diventare qualcosa di più di un libro sul cibo e sul vino: un piccolo manifesto dell’arte del vivere.
Non è un caso che Harrison affidi ad una frase il senso più profondo di queste pagine: “quando la vita si fa pesante, so di poter contare sul Bandol, l’aglio e Mozart”. Tre elementi diversissimi tra loro, eppure accomunati dalla stessa capacità di ricordarci che il piacere, quando è autentico, non è un’evasione dalla realtà, ma uno dei modi più intensi per viverla.
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