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VINO E LAVORO

“Wine Education”, c’è divario tra le aspirazioni professionali e le esigenze del settore: il report

Lo studio del think thank Areni Global su 130 addetti ai lavori: tra le sfide dell’industria del vino anche quella su formazione e reclutamento

Wine Education, ovvero la formazione professionale di chi lavora nell’industria del vino: dalle qualifiche accademiche alle certificazioni ed esperienza. È il focus dell’indagine, realizzata da Areni Global, il think tank indipendente che si occupa del futuro dei fine wines, su un campione di 130 professionisti del settore, per analizzare in chiave critica i percorsi formativi che hanno sbocco sul settore vitivinicolo. Che evidenzia un divario tra aspirazioni di chi vuole entrare nel settore, e le richieste del settore stesso. Le soluzioni ci sono: dall’istruzione fondata sull’entusiasmo ad approcci aziendali innovativi fino allo sviluppo professionale continuo. Ma occorre metterli in atto visto anche il quadro generale del comparto, dovuto principalmente a fattori esogeni, non più brillante come un tempo.
“Il mondo del vino eccelle nell’insegnare alle persone la conoscenza del prodotto - ha affermato Pauline Vicard, co-fondatrice e direttrice esecutiva Areni Global - tuttavia abbiamo scoperto che c’è una discrepanza notevole tra ciò che le persone vogliono imparare e quello di cui invece il settore ha bisogno per prosperare, soprattutto in questi tempi sempre più difficili”. In effetti, la maggioranza degli intervistati (38%) ha affermato di aver imparato a conoscere il vino tramite corsi e attestati di certificazione, a dimostrazione del fatto che passione e voglia di apprendere c’è, come dimostra anche il 20% che ha detto di essersi formata sul vino tramite l’Università. C’è anche chi è autodidatta: il 15% sostiene di averlo fatto “sul campo”, il 10% tramite libri e manuali o risorse online, il 7% con visite in cantina, il 6% tramite degustazioni e infine il 4% tramite l’azienda di famiglia. Ma quali sono i principali benefici del possedere una formazione sul vino? Per il 44% è acquisire conoscenze e competenze, ma solo una minoranza (11%) ha indicato il progresso professionale come il principale valore aggiunto. In altre parole, spiegano i promotori dello studio, l’educazione vinicola è vista come un modo per saperne di più sul vino, piuttosto che come un modo per sviluppare lì una carriera.
“La maggior parte delle persone che studia il vino lo fa per se stesso e non per lavorare. L’ho trovato sorprendente e moderno allo stesso tempo”, ha detto, a tal proposito, Evan Goldstein, membro fondatore della Court of Master Sommeliers. Ma anche tra quei soggetti che vogliono del vino farne un mestiere, non sempre le competenze si mixano con le esigenze delle imprese. Le qualifiche e le competenze più difficili da reperire sono quelle in ambito vendita e marketing (23%), seguite da quelle aziendali (21%) e viene registrata carenza anche per quanto riguarda le abilità di comunicazione (16%), in particolare nel settore on-trade. Molti recruiter rivelano che non è difficile trovare candidati con conoscenze sul vino o con competenze in vendite e marketing, ma che è molto più complicato trovare coloro che possiedono entrambe le caratteristiche. Le aziende vinicole rispondono a questa problematica in base alla loro dimensione: le grandi imprese assumono chi ha competenze commerciali e poi offrono loro una formazione privata sul vino, mentre le piccole fanno il contrario. Esiste, pertanto, un divario tra le aspirazioni professionali e le necessità del settore: nessuna delle persone intervistate da Areni Global aveva pianificato una carriera nel vino, a meno che non provenissero da una famiglia di vignaioli. Semmai, è a chi ha sviluppato un interesse nel settore che è “capitato” di lavorarci all’interno: le persone sembrano “cadere” nel vino, invece che sceglierlo, dice il report. “Molti escono dall’Università dicendo di essere interessati al mondo del vino. Così i recruiter, sbagliando, chiedono loro perché vogliano lavorare nel settore, ricevendo risposte ovvie su quanto questo comparto sia fantastico - commenta Alex Hunt, master sommelier e direttore acquisti per Berkmann Wine Cellars - ma la domanda giusta sarebbe interrogarli su cosa intendono fare per l’industria. Vendere? Comprare? Scrivere? Qual è l’attività per cui ti aspetti che qualcuno ti paghi ogni giorno?”.
Dall’indagine emerge anche il problema di come molti siano formati sul prodotto, ma non su come commerciarlo: “puoi sapere che il Verdicchio è uva italiana, che sapore ha e come viene prodotta. Ma dove lo vendi? Come lo promuovi? In quale mercato avrà più successo? Dobbiamo assicurarci che le conoscenze di base siano applicabili anche in termini di vendite”, sottolinea Eric Hemer, master sommelier e wine educator presso Southern Glazer’s. Per Areni Global è fondamentale, quindi, creare programmi educativi che bilancino le conoscenze sul vino con quelle aziendali. Viene citato come esempio la Sonoma State University in California, una delle scuole di eccellenza in tal senso, così come tutte quelle accademie che offrono corsi correlati al marketing del lusso e al turismo. Tuttavia viene anche riconosciuta la difficoltà per le Università di far concentrare gli studenti sugli aspetti aziendali invece che sul racconto di uve, vitigni e territori. Rimarcata, inoltre, la necessità di pensare ad una formazione che insegni anche come lavorare, in modo sicuro, con l’alcol, sia per la propria salute che per quella dei clienti. E, così, dopo anni di espansione e ottimismo, il vino per affrontare la diminuzione dei consumi, la competizione con altre bevande e l’ondata salutista, deve saper vincere anche la sfida del reclutamento dei propri addetti ai lavori: in particolare, sulle competenze aziendali, sempre più richieste. Finora, spiega il report, il commercio si è affidato alla disponibilità di persone appassionate, ma più il mondo del vino investirà sulla formazione aziendale più velocemente questa diventerà realtà: l’industria dovrà essere in grado di pagare meglio e di più la propria “Wine Education”.

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