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Wine International

"Surplus to requirements". L’industria globale del vino è in crisi. Si beve sempre meno vino, eppure c’è una sovrapproduzione di quasi 60 milioni di ettolitri - molti produttori di vini pensati per la grande distribuzione stanno spingendo fuori mercato i piccoli produttori indipendenti. Robert Joseph scrive sulla situazione del mondo del vino ... Ci sono molte differenze fra produrre e vendere vino e gelato. Ma, nonostante ai viticoltori non piaccia ammetterlo, ci sono anche alcune similitudini. Tutti gli anni, Haagen Dazs deve comprare una certa quantità di latte e panna da convertire in una serie di prodotti che la gente comprerà. Se si sbaglia a valutare il numero dei barattolini che si venderanno, si finisce con celle frigorifere piene di prodotti che presto raggiungeranno la data di scadenza e si dovranno buttare. Mi risulta che Haagen Dazs raramente sbagli le sue valutazioni. Ed è più di quello che si può dire del mondo produttivo del vino. Per dirla brutalmente, giudicando sulla base delle leggi economiche, la produzione mondiale del vino è in un bel pasticcio. E la situazione sembra in via di ulteriore peggioramento. Nonostante la fanfara provocata dai vini del Nuovo Mondo e la loro presenza diffusa presso i dettaglianti inglesi, la maggioranza (67%) del vino prodotto su questo pianeta viene da vigneti in Europa che è anche dove la maggior parte di questo vino viene bevuto. Purtroppo per chi cerca di bilanciare l’offerta con la domanda, gli Europei non sono più propensi come una volta a bere vino. Gli spagnoli bevono un quarto in meno della quantità che consumavano 25 anni fa; in Portogallo ed in Francia, il calo è del 35% e del 30% rispettivamente, mentre in Italia ed in Grecia il calo è stato più del 40%. Nell’insieme, questi quattro paesi hanno tagliato il loro consumo annuale di 43 milioni di ettolitri, o (per usare termini più comprensibili al normale bevitore) 5.821 miliardi di bottiglie. Questa cifra può essere parzialmente compensata dagli extra 14,4 milioni di ettolitri goduti al momento dagli inglesi, irlandesi, olandesi, danesi, svedesi e lussemburghesi, ma lascia ancora un buco di 5 trilioni di bottiglie. I capi di Haagen Dazs possono avere una certa difficoltà nello spiegare questa tendenza al ribasso, ma avrebbero molto più difficoltà a difendere il fatto che, nel 2004, si sono prodotti in più 20 milioni di ettolitri, o 2.600 miliardi di bottiglie, in più della produzione del 1980. E’ stato questo torrente di vino in eccesso che ha portato a marce di protesta dei vignerons, ammissioni di crisi dei governi, e l’iniezione di milioni di euro da Brussels per finanziare la distillazione e la proposta di estirpare 10.000 ettari a Bordeaux. L’abbondante 2004 è stato, per essere giusti, una aberrazione; la vendemmia media in Europa è effettivamente diminuita - di circa 20 milioni di ettolitri - ma mentre gli italiani ed i francesi hanno riconvertito le vigne con altro, gli australiani, californiani e sudamericani sono stai occupati a piantare. Fra il 1985 ed il 2003, i californiani hanno più che triplicato l’estensione di Chardonnay, Pinot Noir e Cabernet Sauvignon, mentre il Merlot è aumentato di più di venti volte. Nel decennio fra il 1993 e 2003, i californiani hanno piantato 81.000 ettari di vigna, un aumento del 40%. Ma il piede australiano è stato ancora più veloce a premere sull’acceleratore: nel 2002, gli australiani hanno prodotto il doppio del vino che producevano fino a sei anni prima. Questi produttori del nuovo mondo non si sono messi ad aumentare la loro produzione così velocemente per soddisfare la sete scoppiata fra i loro compatrioti: nel 2000, gli americani bevevano meno a testa del 1980 e i 20 milioni di australiani non ce la fanno neanche a bere la metà di quello che producono, nonostante consumino più a testa di qualsiasi altro paese di lingua inglese. Nei fatti, molto del vino del Nuovo Mondo è spedito in Europa. Dei 14,4 milioni di ettolitri consumati in più nei paesi del Nord Europa, poco meno di 5,5 milioni di ettolitri (quasi il 40%) è arrivato da stati al di fuori dell’EU. Ora nove dei dieci marchi in testa alle classifiche delle vendite in Inghilterra vengono o dall’Australia o dagli USA (l’eccezione è Stowell’s Wines che appartiene a World Range, di copertura globale). Naturalmente i paesi del Nuovo Mondo hanno avuto il vantaggio di costruire il prodotto in base alla domanda del consumatore. Come il loro equivalente a Haagen Dasz, e contrariamente agli Europei legati dalle denominazioni, chi è dietro ad E&J Gallo, Jacobs Creek e Blossom Hill può (fino a un certo punto) rispondere alle tendenze introducendo il Pinot Grigio, per esempio, o mescolare lo Shiraz con il Merlot. Nonostante questo, la libertà non ha impedito ai produttori australiani e americani di soffrire in parte delle stesse pene degli europei. Una sovrapproduzione di uve in Australia l’anno scorso ha portato ad una caduta del prezzo dello Shiraz della Barossa da 2.500 Dollari Australiani a tonnellata (nel 1999) a 500 Dollari Australiani. Quest’anno, che ha visto la massima produzione da sempre in Australia, ha anche portato un surplus di 2 milioni di ettolitri. In molte regioni i viticoltori semplicemente non hanno colto l’uva perché non c’erano cantine disposte a prenderla. La California ha affrontato la produzione in eccesso nel 2002 e nel 2003 introducendo vini a prezzi ridicolmente bassi, come Charles Shaw’s Two Buck Chuck e l’ondata recente di vini economici americani, bianchi e rossi, ha iniziato ad arrivare in Inghilterra. Le statistiche di produzione e consumo del vino sono tutt’altro che incontrovertibili. Secondo il cosiddetto autorevole OIV (Office International de la Vigne et du Vin), che ha fornito la maggioranza delle cifre citate fino ad adesso, nel 1997 c’erano 131.500 ettari in produzione negli USA. Osservatori locali, invece, stimano che la cifra realistica sia di circa 157.000 ettari, una differenza di quasi il 20%. Similarmente, è difficile stabilire l’ampiezza dell’attuale e probabile futura sovrapproduzione globale di vino, soprattutto considerando il numero di vigne piantate recentemente nel Nuovo Mondo e non ancora in produzione. Stime convincenti, comunque, parlano di 57 milioni di ettolitri, il dato peggiore nella storia e più della produzione annuale delle vigne francesi. Incapacità periodica di combinare la domanda con l’offerta è probabilmente endemica alla produzione di vino sin da quando l’uomo ha cominciato a spremere l’uva. Nel 1976, un giornalista di nome Pierre-Marie Doutrelant pubblicò un libro intitolato “Le bons vins et les autres”, in cui notava meravigliato che la regione del Muscadet era riuscita a crescere da una produzione di 100.000 ettolitri dopo la guerra a 350.000 ettolitri a metà degli anni Settanta, nonostante la qualità scadente di molta parte del vino. In quegli anni, ogni anno, 60.000 ettolitri dei 350.000 rimanevano invenduti. Tre decenni dopo, gli ingordi castori della Loira avevano quasi raddoppiato la produzione a 660.000 ettolitri, trovandosi con una sovrapproduzione così seria da essere obbligati ad estirpare il 20% delle loro vigne. Quasi nessuno in Bordeaux si rende conto del legame fra l’attuale surplus della regione e l’espansione della produzione negli anni recenti. Il quadro non è differente nel Nuovo Mondo. In Sud Africa, la KWV, una volta molto potente, fu creata nel 1918 per rispondere ad un eccesso di vino, mentre negli anni Ottanta l’Australia e la Nuova Zelanda furono obbligate ad introdurre programmi governativi di estirpazioni per affrontare l’eccesso di uva invenduta.

La direzione da prendere

Negli ultimi 20 anni c’è stata un’esplosione nel numero di etichette. Il Nuovo Mondo ha molte migliaia di nuovi produttori, probabilmente sotto diversi marchi. Ma anche il Vecchio Mondo ha un numero crescente di produttori che una volta vendevano il raccolto a cooperative o a mediatori e adesso reclamano il loro spazio sugli scaffali. Le zone più ovvie dove questo sta accadendo è il Languedoc-Rossillon e l’Italia del Sud, ma la tendenza è altrettanto evidente in Borgogna, nella Loira, in Toscana e Rioja. Il recente libro Australian Wine Companion di James Halliday include il profilo di 1.865 cantine; la California ne ha 1.294. In Barolo ce ne sono 1.163, negozianti e cooperative; nel Minervois la cifra è di 1.600. Dovunque si sposta lo sguardo nel mondo e si trovano statistiche simili. L’abilità dei nuovi venuti sia nel fare che nel vendere il vino varia notevolmente. In Australia, molte delle etichette che sono apparse recentemente appartengono a persone che non si erano mai interessate a fare vino. Incoraggiati a piantare vigne da agevolazioni fiscali, questi avvocati, dottori e banchieri contavano di vendere le loro uve a cantine più grandi. È stato solo quando queste ultime non hanno comprato o hanno offerto meno per tonnellata di quello considerato dal loro piano di investimenti, che sono stati obbligati a trovare enologi, nomi, etichette e, più crucialmente, clienti. E qui è dove è diventato problematico, perché, mentre tutti questi vini si sono messi in fila per avere accesso al mercato, il numero di porte in cui passare per arrivarci si è ridotto ogni anno. Negli Stati Uniti, dove il vino deve passare attraverso grossisti, il numero di questi mediatori si è ridotto a quello di 25 anni fa. In Inghilterra, nessuna della ridotta schiera delle maggiori aziende della Grande Distribuzione ha allargato la sua offerta e molte hanno fatto il contrario, con Tesco che ha annunciato un piano di riduzione del 10% della sua lista di 800 vini “per portare più chiarezza al consumatore”. A peggiorare le cose per i piccoli produttori indipendenti, questi gruppi hanno sviluppato una preferenza a trattare con grandi produttori, che possono pagare quote di entrata da 10.000 a 50.000 sterline, solo per avere il loro vino sugli scaffali. Oggigiorno l’economia della produzione del vino è molto dubbia. La Banca Credit Agricole, grazie al fallimento dei suoi clienti, è diventata il più grande proprietario di vigneti in Francia, mentre un gruppo finanziario australiano sta pensando di lanciare un fondo per impossessarsi di piccole cantine con ristrettezze economiche. Purtroppo per gli amanti del vino, queste ristrettezze sono abbondanti fra produttori ambiziosi che cercavano di produrre vini di alta qualità in climi freschi. La zona di Margaret River, per esempio, è cosparsa di vigne e cantine in vendita. Gli ottimisti suggeriscono che internet fornirà una strada alternativa di vendita per i piccoli produttori, ma fino ad ora non c’è prova di questo. La Virgin Wines, l’unica società sopravvissuta al breve boom delle vendite di vino on line, offre solo nove vini californiani, da quattro produttori. Ma chiunque cerchi una serie di vini di produttori di quello stato otterrebbe poco di più dai migliori negozianti. Il premiato sito di Berry Bros & Rudd, per esempio, offre i vini di solo 23 cantine californiane; Justerini & Brooks ne ha quattro e Oddbins dieci. In modo rivelatorio, chi spicca fra la selezione di quest’ultimo sono i vini con l’etichetta Frisco Bay. Questo non è un nome conosciuto fra gli amanti del vino di San Francisco per il semplice motivo che è stato inventato da un importatore inglese chiamato International Wines Services, specificatamente per le vendite a gruppi come Oddbins. Questa tendenza a creare marchi dal niente non fa che aumentare i dolori dei produttori che lottano per l’affermazione dei loro vini, specialmente considerando il fatto che i marchi creati sono fatti su misura per il mercato a cui sono destinati. Prima che E & J Gallo lanciasse il marchio French Red Bicyclette l’anno scorso, il nome e ogni dettaglio dell’etichetta furono provati da una serie di gruppi di studio ed fu deciso un “profilo tridimensionale” sulla base del gusto preferito dai consumatori. In meno di sei mesi, la ditta ha venduto 140.000 casse. Comunque, nessuna storia recente ha avuto più successo di Yellow Tail, il marchio australiano concepito originariamente per il mercato USA e che lì, a partire dal 2001, è diventato il prodotto più importato, con vendite di più di 6.5 milioni di casse l’anno scorso, più del doppio della produzione annuale dell’intera denominazione Minervois. Tutto ciò mi riporta ad Haagen Dazs. Fondata nel 1961 da un immigrato polacco negli USA, ai gelati venne dato un nome fittizio scandinavo per farlo sembrare più esotico. Due decenni dopo fu comprato dalla gruppo alimentare Pillsbury il quale, con l’aiuto della Nestlé, lo sviluppò nel successo che è adesso, cambiando la percezione del consumatore planetario nei confronti dei gelati. Prima di Haagen Dazs la nozione di un marchio globale di costosi barattolini di gelato alla vaniglia per adulti non esisteva. I gelati confezionati erano poco cari e comunque roba da bambini. Come i produttori di vini europeo, così i produttori di gelato si basavano su ricette provata e consolidate: Haagen Dazs ha introdotto il gusto della novità. Nuovi gusti sono presentati ogni anno e quelli che si dimostrano più popolari, come Rocky Road, restano in lista; gli altri, come Pear Sorbet, scompaiono. Ad oggi E & J Gallo con i suoi “studi sui gusti del vino”, Yellow Tail con le sue etichette ruffiane e i rossi semisecchi e Michel Rolland con i suoi rossi ultramaturi stanno reinventando il vino, così come le società di produzione musicale stanno reinventando la musica classica. I puristi del vino possono disperarsi del rosato dolce Blossom Hills, come i melomani odiano i Chillout Classics che riempiono gli scaffali di HMV ma, se questi non esistessero, il lago di vino sarebbe ancora più profondo ed il numero di musicisti disoccupati ancor più grande. La “haagendaszificazione” del vino è solo cominciata, ma sospetto che sia inarrestabile.

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