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RESTART

Promozione, meno burocrazia, infrastrutture: i soldi del Recovery Fund per rilanciare il wine & food

Dalla tavola rotonda del Sole 24 Ore, le idee della filiera: Matteo Lunelli, Albiera Antinori, Paolo Barilla, Raffaele Borriello e Ettore Prandini

L’agroalimentare, a partire dal vino, è uno dei settori a maggior valore aggiunto del Belpaese, capace al contempo di tenere alta la bandiera dell’italianità all’estero, e di resistere all’impatto della pandemia, sia in termini produttivi che commerciali. Certo, il lockdown, come abbiamo scritto tante volte, ha colpito le produzioni di eccellenza, in Italia e all’estero, e il saldo, a fine anno, è destinato a chiudersi in territorio negativo per tante aziende.
Adesso, però, più che le analisi interessa la ripartenza del settore, al centro della tavola rotonda online “Made in Italy: The Restart - Il rilancio dell’economia italiana nel mondo post Covid”, organizzata da “Il Sole 24 Ore” e “Financial Times”.
“È una situazione difficile - spiega Matteo Lunelli, presidente Altagamma ed a capo delle Cantine Ferrari - di fronte alla quale serve coesione, come Altagamma siamo intersettoriali, ma molti obiettivi sono comuni a tutte le eccellenza del made in Italy. È necessario in questa fase dare priorità al dialogo istituzionale: il Recovery Fund deve dare una mano all’alto di gamma, locomotiva del Paese. Le nostre aziende poggiano su ecosistemi e distretti, i grandi marchi, al vertice delle filiere, sono un elemento di traino. E poi, appena possibile, dobbiamo rilanciare e riposizionare il turismo internazionale. Le nostre città si sono svuotate, ma dobbiamo puntare verso l’alto, perché siamo il Paese dell’eccellenza. Il 60% dei consumi del lusso lo fanno gli stranieri che visitano il Paese, che si innamorano della moda, del design e del vino. Il consumo dei beni di lusso tornerà a correre, e l’Italia può essere protagonista. Digitale e sostenibilità saranno strategici - conclude Matteo Lunelli - lo pensa l’Europa e lo pensiamo noi, così come la promozione, ecco perché abbiamo messo a disposizione del Paese i manager delle nostre aziende per contribuire alla campagna di comunicazione dell’Italia all’estero”.
Tra problematiche e criticità, a fare il bilancio, per il mondo del vino, con un occhio ai mesi passati e lo sguardo ben rivolto al futuro, è Albiera Antinori, alla guida della Marchesi Antinori, uno dei nomi più importanti del vino italiano, che apre la tavola rotonda “Il Food & Wine tra sviluppo, sostenibilità e innovazione”, insieme a Paolo Barilla, vice presidente del colosso della pasta di Parma, Raffaele Borriello, dg Ismea, Ettore Prandini, presidente Coldiretti, e Domenico Raimondo, presidente del Consorzio della Bufala Campana. “La campagna non si è mai fermata, ma è stato complicato, per noi come per tutti, affrontare la chiusura dell’Horeca, che ha colpito tutte le produzioni di qualità e ad alto valore aggiunto. In parte - ricorda Albiera Antinori - abbiamo recuperato con Gdo e online, ma il gap rimane. I numeri dell’estate sono stati, invece, in linea con il 2019, ma il saldo resta in territorio negativo. Difficile capire cosa succederà da qui a Natale, ma qualche preoccupazione c’è. Noi viticoltori siamo abituati a far fronte a difficoltà imponderabili, come la grandine o il gelo. Fa parte, purtroppo, del gioco, per cui dobbiamo prendere atto delle difficoltà e reagire velocemente, guardando al bicchiere mezzo pieno. Le prospettive sono complicate, ma pensiamo a quello che si potrà fare invece che a quello che abbiamo passato. Guardiamo al restart, anche se qualcosa, di sicuro, si poteva fare meglio”.
Ripartire, nonostante il contesto, tutt’altro che rassicurante, è la parola chiave. “Mettendoci a testa bassa a pensare a cosa fare e dove andare. La promozione - riprende Albiera Antinori - deve essere il caposaldo, e va fatta sia per il vino che per il brand Italia, con una pianificazione a lungo termine, non con la solita polverizzazione di piccole campagne dal respiro corto. Il mondo del vino, come quello agricolo, fa fatica a trovare una strada condivisa, ma va cambiata rotta. E poi la burocrazia: ci sono 36 controlli dall’uva alla bottiglia, così non si riparte, siamo frenati da un carro pesantissimo. Ed è un problema - ricorda ancora Albiera Antinori - che condividiamo con tutti gli altri settori. Altro punto importante è il cuneo fiscale: ci sono costi diversi in zone diverse, ma bisogna trovare risorse perché chi lavora abbia uno stipendio adeguato. E poi la formazione: il vino italiano è un’eccellenza, ci manca una scuola come Davies in California o Bordeaux in Francia, “una Bocconi della viticoltura e dell’enologia”. Abbiamo il dovere di stimolare una cosa del genere per i giovani che dovranno guidare questo settore. Vogliamo che siano i migliori - conclude Albiera Antinori - perché a volte dobbiamo andare a cercarli fuori i professionisti”.
A salvare, letteralmente, la pax sociale del Belpaese, nelle lunghe settimane del lockdown, è stato l’agroalimentare, che ha garantito approvvigionamenti e scorte sugli scaffali per tutti. “La grande prova - ricorda Paolo Barilla, vice presidente del colosso della pasta e dell’alimentare di Parma - è stata quella di mettere sotto pressione l’organizzazione di impresa. Nei giorni della pandemia le persone andavano tutelate, ed era legittimo che ognuno decidesse per sé, invece alla fine hanno tutti deciso di lavorare. Vuol dire che c’è stata grande fiducia nell’industria alimentare italiana, e questo ha reso ancora più solidi i rapporti tra le diverse componenti. Il rischio di non avere i prodotti a tavola è esistito, e sarebbe stato drammatico”. Per i passi da fare, invece, Paolo Barilla sottoscrive “le parole di Albiera Antinori. Non ci può essere sviluppo se il Paese ha queste zavorre. Siamo orgogliosi del nostro passato, dobbiamo proteggere la nostra identità. Però, pur avendo dei gioielli e dei disciplinari da tutelare, non dobbiamo fare l’errore di credere che l’Italia sia solo un retaggio del passato. Tutto si evolve, e dobbiamo stimolare questa crescita. C’è l’autorevolezza per imporre un’evoluzione ed imporre una tendenza, a patto che si riesca a fare innovazione. La tradizione è ciò a cui siamo legati: è un valore - sottolinea Paolo Barilla - a cui va affiancata l’innovazione. La fascia più giovane apprezza il movimento, vuole una suggestione. Ovviamente si parte sempre dal prodotto. Ma se innestiamo l’innovazione sulla cultura del territorio, allora davver non ci ferma più nessuno”.
Parlando di numeri e dati, con cui l’economia italiana tutta dovrà fare i conti, e non solo in questo funesto 2020, Raffaele Borriello, direttore generale Ismea, ricorda come “prima dell’emergenza l’agroalimentare era un settore in crescita, capace di agganciare la ripresa, come testimonia la crescita di occupazione e valore aggiunto, oltre ovviamente all’export, a 45 miliardi di euro nel 2019. Nel lockdown, a parte qualche tensione sul lato export, c’è stata capacità di tenuta ed organizzazione. Abbiamo registrato nelle prime tre settimane una crescita dei consumi fino ai 2 miliardi di euro. Il settore ha dato un contributo fondamentale, con risposte veloci che hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Ora viviamo invece tante incertezze, a partire - ricorda Borriello - dall’emergenza sanitaria, in Italia e nel resto del mondo. E poi c’è l’economia mondiale, perché dobbiamo capire cosa succede nei Paesi in cui esportiamo. Se il Pil della Germania cala del 10%, anche noi ne risentiamo. È questo - sottolinea il dg Ismea - l’elemento su cui dobbiamo focalizzarci. L’impatto sulle esportazioni va valutato: dove il virus ha avuto un impatto forte, passata l’emergenza, si rischiano politiche protezionistiche. La recessione non aiuta, specie perché il made in Italy si colloca su una fascia alta di prezzo. Anche il brand potrebbe uscirne debilitato, anche a causa del falso made in Italy”.
In agenda, per i prossimi mesi, secondo Raffaele Borriello, “ci sono temi atavici, come la manodopera specializzata. Un’emergenza che merita una riflessione. E poi manca una politica fondiaria, da qualche decennio ormai. Vedo un’opportunità, legata all’export, e quindi alla possibilità del made in Italy: con il recovery fund va rafforzata la politica di accompagnamento sui mercati. Va bene la promozione, ma dobbiamo preoccuparci anche di come portiamo i nostri prodotti all’estero, di quali filiere e con che livello di logistica e di infrastrutture. Obiettivi da realizzare, perché il made in Italy ha bisogno di efficienza. C’è poi un tema di logistica di prossimità, spinta dal food delivery e dai negozi di vicinato, che potrebbero ampliare la gamma dell’offerta e accorciare la filiera, garantendo maggiore redditività ai produttori”.
Tutto, però, nasce dalla terra, dal lavoro agricolo, ed in questo senso, nel periodo più duro si è rivelato di straordinaria importanza il  ruolo di Campagna Amica, come ricorda il presidente Coldiretti Ettore Prandini. “Non solo per la possibilità di vendita diretta, ma perché ha trasmesso le potenzialità, anche culturali, delle nostre produzioni. Abbiamo attraversato momento difficile, ma adesso dobbiamo immaginare a come non perdere fasce di mercato. E possibilmente conquistarne di nuove. La preoccupazione maggiore, al di là del Covid, è per la Brexit, che - sottolinea Prandini - deve portare l’Europa a non perdere di vista l’importanza del mercato britannico. Specie per il vino, che ha subito un calo notevole in questo periodo”. Guardando alle condizioni in cui il comparto agroalimentare ha affrontato la pandemia, “la filiera - riprende il presidente Coldiretti - ha saputo mettere in campo uno sforzo straordinario. Nei primi giorni del mese di marzo i supermercati venivano presi d’assalto, ma grazie ad una buona comunicazione, siamo riusciti a trasmettere serenità. Ringraziamo tutti i lavoratori della filiera, determinanti per non fermare i processi produttivi. Ma ora è il momento di guardare alla strategia futura, che poggi su nuove sinergie sistemi di comunicazione unitaria. Partendo da riconoscibilità e difesa delle filiere, anche per sconfiggere l’italian sounding, che però dimostra la voglia di italianità nel mondo. E poi, le nostre imprese devono essere accompagnate sui mercati esteri, e non lasciate sole”.

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