
Superare la congiuntura economica sfavorevole, sperando che la situazione in Usa, sul fronte dei dazi, si risolva quanto prima, o quanto meno migliori, stoppando per un anno anche la concessione di nuove autorizzazioni all’impianto dei vigneti, ma dare corpo anche ad una riforma strutturale del vino italiano, intervenendo sulla normativa, a partire da un aggiornamento del Testo Unico del Vino, del 2016, per ridurre la produzione e per stare al passo con tempi in cui i consumi sono in calo, ed un eccesso di prodotto troppo marcato sarebbe molto oneroso da gestire, senza contare il rischio del crollo dei prezzi. In primis abbassando le rese, ma anche intervenendo sul sistema delle denominazioni (529 tra Dop e Igp, con le prime 20 che però fanno l’80% del vino italiano), accorpandole e razionalizzandole. Ma intervenendo anche sul fronte della produzione, modificando e semplificando il decreto che dà accesso alle risorse dell’Ocm Vino che l’Europa assegna all’Italia. È la prospettiva disegnata dalla Uiv - Unione Italiana Vini, associazione che conta oltre 800 soci che mettono insieme l’85% dell’export del vino italiano, e sottoposta, oggi in assemblea a Roma, al Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, tra gli altri (con i saluti di Federico Bricolo, presidente Veronafiere, e Matteo Zoppa, presidente Agenzia Ice), che hanno riposto offrendo un’apertura alla discussione per andare incontro alle esigenze di un settore che, è stato ricordato, oltre ad alimentare migliaia di imprese e posti di lavoro, è un simbolo del made in Italy, con un grande valore economico, sociale, ambientale e di immagine per il Paese.
“In uno scenario complesso, il settore è chiamato ad una presa di coscienza. Unione Italiana Vini chiama a raccolta il settore per riunirsi e lanciare un piano di revisione del Testo Unico del Vino, in coerenza con l’attuale situazione di mercato. L’obiettivo è attualizzare la legge e i suoi decreti attuativi entro il 2026, a 10 anni dalla sua entrata in vigore”, ha detto Lamberto Frescobaldi, confermato alla presidenza di Uiv, e che ha aggiunto: “visto il calo dei consumi a livello globale non possiamo più permetterci di inondare la “Cantina Italia” con vendemmie da 50 milioni di ettolitri, che rappresentano la media produttiva degli ultimi 25 anni”. Proprio il tema del potenziale, assieme a quello del mercato, è stato il focus dell’Osservatorio Uiv, presentato da Carlo Flamini. Secondo l’analisi, i primi 5 mesi di quest’anno hanno accusato forti cali tendenziali dei volumi consumati in tutti e 4 i principali mercati di sbocco (Italia a -1,8%, Stati Uniti a -4,7%, Uk a -3% e Germania a -9,6%), che assieme quotano il 73% del fatturato italiano per le imprese di vino tricolori. Il saldo delle vendite nel retail segna una contrazione del 3,4%, che sale a -5,3% per i vini fermi/frizzanti (+4,9% gli spumanti). In questo contesto, che coinvolge tutti i Paesi produttori, l’Italia è, però, l’unica a veder aumentare il proprio vigneto e, perciò, il proprio potenziale. Secondo le stime dell’Osservatorio, una vendemmia 2025 da 50 milioni di ettolitri (dato ipotetico, ma in linea con la media storica recente), in carenza di domanda, determinerebbe un quantitativo in cantina al prossimo ottobre da circa 90 milioni di ettolitri, l’equivalente di quasi 2 raccolti. Una condizione insostenibile in questo momento storico, che porterebbe a una vera e propria decurtazione dei valori del potenziale stimata attorno al 5,3%, ovvero oltre mezzo miliardo di euro di saldo negativo tra 2025 e 2024 e un prezzo medio del valore della produzione in ribasso in doppia cifra.
“I problemi c’erano anche prima - ha aggiunto Frescobaldi - ma siamo stati “salvati” da 2 vendemmie eccezionalmente contenute rispetto alle medie; ora serve un bagno di umiltà, produrre 7-8 milioni di ettolitri in meno per mantenere il timone di uno degli asset italiani più remunerativi della nostra bilancia commerciale”. Secondo Uiv, i correttivi da mettere in campo con urgenza afferiscono a tutta la sfera della gestione domanda offerta della filiera. A partire dall’abbassamento delle rese delle uve per ettaro anche con la fine delle deroghe per i vini generici (massimo 30 tonnellate ad ettaro, ha aggiunto Frescobaldi), l’allineamento delle rese dei disciplinari con quelle reali sulla media degli ultimi 5 anni, con una contestuale revisione del meccanismo che consente gli esuberi per le Dop (riduzione o eliminazione del 20%), la revisione dei meccanismi di riclassificazione, l’aggiornamento delle tempistiche di adozione degli strumenti di gestione delle produzioni, e lo stop alle nuove autorizzazioni all’impianto per un anno. E anche la riorganizzazione del sistema stesso delle denominazioni, partendo dalla considerazione che le prime 20 denominazioni rappresentano l’80% del volume del vino italiano, che significa che un numero sproporzionato di vini a Doc/Igt (sono 529 quelle riconosciute) esiste solo sulla carta. “Occorre risolvere l’anomalia mediante un sistema di accorpamento e riorganizzazione territoriale per singola regione - ha detto il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti - un processo che dovrebbe certamente essere sviluppato dai singoli territori, ma che a nostro avviso potrebbe essere incoraggiato e coordinato a livello nazionale dal Comitato Nazionale Vini le cui competenze, fissate per legge, andrebbero attualizzate nel Testo Unico”.
Un progetto di cambiamento profondo, dunque, quello di Unione Italiana Vini, per il futuro di un settore che è storicamente virtuoso e a forte dimensione familiare (il 65% del patrimonio netto è detenuto da famiglie), che negli ultimi anni ha mostrato, però, una diminuzione dell’Ebit margin (al 6,2% nel consolidato 2023), come emerso dal Report 2025 sul Settore Vinicolo in Italia pubblicato dall’Area Studi Mediobanca qualche settimana fa, ed approfondito in assemblea da Oriana Romeo, Senior Analyst Area Studi di Mediobanca. Che ha evidenziato come tra le principali sfide individuate dal comparto anche attraverso interviste a un panel di imprese che quota il 94,9% del fatturato settoriale, la riduzione dei consumi (72%) precede di poco l’altra grande incognita: i dazi (66%). Non a caso la principale leva per reagire all’impasse commerciale è quella dell’apertura a nuovi mercati (77%), ma anche nuovi investimenti sul capitale umano (56%) e lo sviluppo del no-low alcol (50%). Un comparto, secondo Mediobanca, che anche per struttura più “capital intensive” presenta una minor redditività rispetto ai settori limitrofi, evidenziata nello scarto relativo al rendimento del capitale (Roi) che per il vino si colloca al 5,4% a fronte di un 8% del settore alimentare e di un 9,9% delle bevande. Alle imprese toscane tocca il più alto Ebit margin (16,4%), e il miglior Roi alle abruzzesi (7%), con il Piemonte in seconda posizione (6,4%). Grandi esportatori i produttori piemontesi (63% del fatturato), toscani (59,5%) e abruzzesi (58,7%).
Chiaramente, però, al tema strutturale si aggiunge quello congiunturale, dove grande attenzione è focalizzata sul tema dei dazi Usa, sui cui l’Ue e l’Italia attendono novità per il 9 luglio, come annunciato dal Presidente Trump, mentre le trattative diplomatiche vanno avanti. E se nei giorni scorsi alcuni, come il Ministro Giorgetti, che oggi lo ha ribadito, avevano sottolineato come, pur sperando in una soluzione a dazio zero, mantenere l’attuale 10% senza ulteriori aggravi sarebbe già un buon risultato, non la pensa così Unione Italiana Vini. “Anche con tariffe al 10%, per il settore sarà un problema - ha aggiunto Castelletti - lo abbiamo riscontrato in un sondaggio rivolto alle imprese, che stimano un danno sul fatturato oltreoceano del 10-12%. Serve un’Europa più unita per essere forti e accelerare con le firme degli accordi di libero scambio. Non si può parlare di “diversificazione degli sbocchi” e poi tentennare su scelte importanti come il Mercosur. Se oggi è complesso accedere a un mercato molto recettivo come quello americano con un dazio al 10%, come possiamo esportare in mercati complessi come Brasile o India, che registrano dazi rispettivamente al 27% e 150%?”.
Come detto, sul fronte della promozione, le imprese chiedono un allineamento delle modalità di attuazione della misura anche alla luce delle trasformazioni sociali. Da questo punto di vista, i fondamentali aiuti alla promozione sui mercati dei Paesi terzi dovrebbero maggiormente essere orientati verso progetti più strutturati e d’impatto. Una revisione del decreto Ocm Promozione dovrebbe ulteriormente semplificare le regole di accesso e finanziamento. Una visione, quella di chi rappresenta l’impresa, che in parte è condivisa dalla politica, ma in un contesto complicato. E se novità positive sui dazi sono attese ad ore, anche se in ogni caso, se pure si arrivasse ad un accordo, sarebbe un accordo di massima e non di dettaglio, ha sottolineato Alfredo Conte, vice dg per la Politica Commerciale Internazionale del Ministero degli Affari Esteri, va tenuto conto che “siamo ad un anno zero dell’assetto geopolitico, è come se il Muro di Berlino fosse caduto ieri, o se l’Urss si fosse dissolta oggi”, ha detto Andrea Cangini, segretario generale Fondazione Luigi Einaudi, e che è difficile capire cosa succerà davvero sul fronte dazi che, come ricordato da Mario Baldassarri, economista, docente universitario, già viceministro dell’Economia, “i dazi, nella teoria economica condivisa da tutti sono un gioco a somma negativa, sia per chi li paga che per chi li mette”.
E guardando al futuro, la prima cosa da fare è non cedere a quello che il Ministro Francesco Lollobrigida ha definito “depressionismo”. “Non fa bene a nessuno. È vero che i dati recenti non sono ottimi, ma veniamo da un 2024 da record delle esportazioni di vino nel mondo - ha detto Lollobrigida - ed il trend di lungo periodo è positivo. Con gli Usa dobbiamo dialogare, come stiamo facendo, con il Governo che sta dando anche un grande contributo all’Ue, ma il calo dei consumi in Usa non è tanto legato ai dazi, quanto alla demonizzazione del vino, che avviene un po’ in tutto il mondo. Dobbiamo ragionare di strategia, difendendo come abbiamo fatto l’Ocm in Ue, o lavorando con la filiera come abbiamo fatto sui dealcolati, per dare una possibilità in più al settore, ma tutelando Dop e Igp, per esempio, e su questo con Giorgetti stiamo accelerando sui decreti interministeriali perché a fine estate la produzione possa partire davvero. Dobbiamo differenziare i mercati, ovviamente, ma non possiamo pensare di abbandonare quelli storici, Usa in testa. E dobbiamo gestire anche le nostre questioni interne. L’Italia, per esempio, non sposa la politica dell’estirpazione dei vigneti, senza una prospettiva di riconversione: agricoltori e viticoltori, in particolare, sono i primi custodi del territorio, se si estirpa vigna senza riconvertire vuol dire abbandonare il territorio, dobbiamo ragionare su un modello diverso e di medio lungo termine. In Europa si stanno cambiando tante cose, ragionare è sempre positivo, ma su un cambiamento della Pac che non sia finalizzata primariamente alla produzione, che torni alla contrattazione con gli Stati membri, e che confluisca magari in un fondo unico a cui eventualmente togliere risorse per fare fronte ad altre contingenze, non siamo assolutamente d’accordo”.
Tante partite complesse, come complessa è quella sui dazi Usa, ha ricordato il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “il vostro settore è importante per l’Italia, è una eccellenza, e tutto sommato se la passa meglio di altri. Ma la partita sui dazi è complessa, non si gioca solo sui dazi tout court, che coinvolgono molte altre merci, ma anche sulla fiscalità generale, sui rapporti finanziari e monetari, sull’Iva, che gli americani vedono semplicemente come una tassa. Insomma, una questione molto, molto complessa. È ovvio che tutti puntiamo al “dazio zero”, ma anche se non piace e non favorisce nessuno, ritengo che il 10% di tariffe, dato il contesto, sarebbe una condizione onorevole, tenendo conto che il prezzo più alto le imprese lo pagano quando c’è incertezza come quella che regna adesso e che, probabilmente, comunque continuerà ancora per un po’”.
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