Che il periodo, ormai lungo, sia complicatissimo per il vino mondiale ed italiano, a causa di un contesto globale segnato da guerre “fisiche” e commerciali, un’economia in difficoltà ovunque, ed un salutismo crescente, è un dato di fatto ormai acclarato. Così come lo è che per il vino italiano, in particolare, il “grande malato”, ma insostituibile partner straniero, sono gli Usa. Eppure, lavorando su altri mercati per ampliare la platea e arginare le perdite negli States, e con ancora maggiore sinergia tra imprese, rappresentanze di filiera ed istituzioni, cambiando una visione, anche della Pac, che deve andare sempre più nell’ottica dello sviluppo, piuttosto che del sostegno al reddito, questa fase di criticità, “che non è la prima e neanche la peggiore”, ha detto il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, può essere superata, ed il settore può oltrepassare questa tempesta, magari “perdendo qualche pezzo”, ma uscendone ancora forte. Messaggio, in estrema sintesi, arrivato dall’assemblea Unione Italiana Vini (Uiv), oggi a Roma, al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), guidato da Renato Brunetta (che è anche produttore di vino nel Lazio, con la cantina Capizucchi, ndr), dove uno dei temi centrali è stato anche quello, di cui si dibatte da tempo, della regolazione dell’offerta, che per l’organizzazione guidata da Lamberto Frescobaldi, passa dallo stop alla concessione di nuovi impianti per i prossimi 2 anni e dai tagli delle rese, anche per i vini Dop e Igp, mentre è da scartare l’ipotesi di estirpi finanziati con i fondi Ocm.
I numeri Uiv, del resto, parlano chiaro: nonostante le 3 vendemmie “light” tra il 2023 e il 2025, a maggio 2026 gli stock in cantina - tra vino e mosti - hanno superato i 53 milioni di ettolitri (a +7,3% sul dato di maggio 2025), l’equivalente di un’intera vendemmia ferma in cantina che marca il livello di giacenze più alto dal 2022 (eredità, però, di un raccolto extra-large da quasi 50 milioni di ettolitri). E queste difficoltà a collocare il prodotto, in un contesto che vede i consumi appiattirsi sia a livello nazionale (-2% il dato Gdo gennaio-maggio 2026 sul corrispondente periodo 2025) che internazionale (il consuntivo dell’export nel primo trimestre 2026 segna -4% a volume e -8,3% a valore), stanno spingendo i declassamenti, ovvero la riclassificazione di un vino in una categoria inferiore (ad esempio da Docg a Doc, da Doc a Igt o a vino comune). Con una perdita di valore importante, che per i vini Dop è equivalente a 364 milioni di euro (il 10%) e per gli Igp a 152 milioni (il 14%), per un totale generale di 516 milioni di euro in meno, pari all’11%. In sostanza - rileva l’Osservatorio Uiv, illustrato dal segretario Paolo Castelletti - le cantine stanno movimentando le giacenze verso la categoria più facilmente collocabile sul mercato, quella del vino comune, con una strategia di contenimento danni che, come rovescio della medaglia, continua ad abbassare l’asticella del valore. Ne sono un termometro i prezzi dello sfuso, che nei primi 5 mesi dell’anno sono scesi del 6% per i Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni, destinatari del 75% dei declassamenti e maglia nera con una media di 54 centesimi al litro.
Una situazione che, dunque, richiede interventi decisi. “Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione. Nelle attuali condizioni di mercato - ha detto il presidente Uiv, Lamberto Frescobaldi - anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l’iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera. Dobbiamo tutelare un comparto che vale l’1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante non solo al saldo della bilancia commerciale (+7,2 miliardi di euro), ma alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio. Il vino italiano è entrato in una nuova fase della storia e della sua storia. Una fase - ha aggiunto Frescobaldi - che non possiamo interpretare con gli strumenti del passato. Perché oggi non è cambiato soltanto il mercato del vino. È cambiato il mondo nel quale il vino si produce, si commercia e si consuma”.
Una fase che il vino italiano deve affrontare con una strategia di lungo periodo, ma anche con interventi nel breve, ha aggiunto Frescobaldi, indicando le linee di intervento secondo Uiv. Ovvero, “Blocco dell’assegnazione di nuove autorizzazioni all’impianto fino allo 0% per 2 anni; rafforzamento della tracciabilità e della trasparenza del potenziale produttivo, completando l’allineamento dello schedario viticolo con il Sian, fissando termini certi per le dichiarazioni di raccolta e introducendo controlli più efficaci sulle superfici destinate alle uve da tavola per prevenire distorsioni del mercato; riduzione delle rese produttive, anche per i vini Dop e Igp; no ai piani di estirpo finanziati con l’Ocm, le cui risorse devono rimanere a sostegno di investimenti, competitività, innovazione e promozione. Ma serve una visione per i prossimi 5-10 anni. Una strategia fondata su due grandi pilastri: l’adattamento della produzione all’evoluzione della domanda nazionale e internazionale e il rafforzamento della competitività dell’offerta italiana sui mercati globali”.
Che, come detto, soffrono, visto che rimane negativo l’export di vino italiano nel mondo (-8,3% a valore nel primo trimestre 2026) e l’atteso rimbalzo della domanda statunitense tarda ad arrivare. Complici i dazi, la svalutazione del dollaro e, soprattutto, il calo strutturale dei consumi di vino oltreoceano, in trend negativo ormai da 5 anni. L’export del primo quadrimestre 2026 scende a valore di un altro 15,4% dopo la chiusura, lo scorso anno, a -9,2%. “Da aprile 2025 a fine marzo 2026 - ha detto Castelletti - le nostre esportazioni verso gli Usa sono calate del 17%, per un gap tendenziale a valore di circa 340 milioni di euro. La tesi che gli americani anche con i dazi non rinunciano ai nostri prodotti è bella da raccontare, ma nella realtà è sempre più difficile da gestire. Per il vino le tariffe sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma notiamo che anche altri comparti bandiera del made in Italy tradizionali sono andati in difficoltà; penso, per esempio, all’alimentare, alla meccanica, al mobile. L’imperativo, oggi, è moltiplicare la nostra presenza nel primo mercato al mondo attraverso i codici del commercio e non di quelli, preoccupanti, della politica”.
Un presidio del mercato che, nell’analisi del coordinatore America di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes, Federico Petroni, non può prescindere da una lucida presa di coscienza sui cambiamenti che stanno attraversando il primo mercato di sbocco per il vino italiano: “negli Stati Uniti non sta cambiando soltanto una generazione di consumatori - ha spiegato Petroni - ma la composizione stessa dell’America, dentro un cambio di paradigma ormai strutturale di cui l’amministrazione Trump è l’effetto, più che la causa. Con il tramonto dell’era dei Baby Boomer emerge un Paese con riferimenti culturali diversi. Per il vino italiano significa confrontarsi con pubblici che non possono più essere raggiunti con gli stessi linguaggi del passato: serviranno nuovi strumenti e una capacità sempre maggiore di dialogare con un’America più plurale, dove il ricambio è insieme generazionale, etnico e geografico”. Riposizionarsi e resistere, quindi, cercando allo stesso tempo di ripristinare la prevedibilità delle relazioni transatlantiche.
Sul fronte dei dazi Usa, in vista dell’ormai prossima scadenza tecnica del regime tariffario temporaneo introdotto con la Section 122 del Trade Act, è intervenuto Alfredo Conte, vice direttore generale per l’Europa e direttore centrale per la Politica Commerciale Internazionale del Ministero degli Affari Esteri: “l’incertezza riguarda più la forma che la sostanza, con ogni probabilità dopo il 24 luglio entreranno in vigore misure dello stesso valore: il risultato finale non cambierà e non eccederà il 15%”.
“Governo e diplomazia stanno lavorando a testa bassa, con una particolare attenzione al mondo del vino italiano, anche con un incremento di risorse - ha detto il presidente Ita-Italian Trade Agency, Matteo Zoppas - queste risorse devono essere messe a sistema per sostenere le imprese nella promozione, e lo stiamo già facendo, a partire proprio dagli Stati Uniti, anche supportando la partecipazione a Vinitaly.Usa, che anche grazie ai fondi aggiuntivi messi a disposizione dal Governo stiamo rendendo meno costoso per le aziende, così come stiamo investendo di più nell’incoming. Dobbiamo poi proseguire sulla strada degli accordi commerciali”.
In questo scenario, il vino italiano, è infatti, sempre più chiamato a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in un’ottica di “de-risking”, a partire dal mercato interno europeo, “porto sicuro” per la domanda di vino (+31% il trend delle esportazioni di vino italiano nell’Ue negli ultimi 6 anni, il doppio della media extra-Ue), ma ancora troppo frammentato da barriere tecniche, interpretazioni nazionali divergenti e dalla tendenza all’iper-regolamentazione: “il vero costo dell’Europa, è la “non-Europa”. Le imprese europee non pagano solo il costo delle barriere interne, ma anche quello della frammentazione del mercato unico - ha dichiarato Carlo Alberto Carnevale Maffè, professor of Strategy alla Sda Bocconi School of Management - nel solo agroalimentare, questa mancata integrazione vale circa 57 miliardi di euro: un costo nascosto che ricade ogni giorno sulle imprese sotto forma di adempimenti duplicati, regole non armonizzate, fiscalità divergente e oneri di conformità. Per aziende che competono su scala globale è paradossale dover affrontare, di fatto, 27 mercati diversi all’interno dell’Unione. Completare davvero il mercato unico non significa solo semplificare: significa restituire competitività alle imprese europee e liberare risorse per innovazione, investimenti e crescita”.
E fondamentale è il supporto delle istituzioni, che al settore non è mancato, come ha ricordato il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ricordando ancora una volta, le tante misure prese per il vino e per l’agricoltura in generale, e le battaglie guidate in Europa a favore del settore, e annunciando anche il prossimo step della campagna istituzionale a sostegno della cultura del vino: “stiamo girando il secondo spot dopo le iniziative dei mesi scorsi. Qualche anno fa pensare che un Governo dicesse con uno spot che vino e Italia sono la stessa cosa, era difficile, ma abbiamo avuto il coraggio di farlo”.
Ed a testimoniare la vicinanza delle istituzioni al vino italiano è stato anche il messaggio del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “il vino rappresenta un tassello insostituibile del nostro patrimonio culturale, della nostra storia, delle nostre tradizioni. Il vino contribuisce al fascino che la nostra Nazione esercita nel mondo, perché è un prodotto iconico che riassume quello che siamo e che sappiamo fare meglio. Il vino è sinonimo di eccellenza, di maestria, di cura del paesaggio, di amore per il territorio. Insieme a voi e a tutto il Tavolo del vino, riunito lo scorso anno a Palazzo Chigi, abbiamo discusso del futuro del settore. Ho voluto prendere personalmente l’impegno di realizzare per la prima volta una campagna istituzionale sul consumo responsabile del vino. Un impegno che, grazie al lavoro del Ministero dell’Agricola e del Ministro Lollobrigida, è diventato realtà in pochi mesi. Iniziative che ribadiscono la vicinanza del Governo al settore - ha scritto Meloni - e che si affiancano ai molteplici interventi che abbiamo dedicato alla valorizzazione e al potenziamento dell’agroalimentare, un’azione di sistema sostenuta da uno stanziamento economico senza precedenti nella storia repubblicana, oltre 16 miliardi di euro in meno di quattro anni. La promozione è al centro di questa strategia. Vogliamo continuare a sostenere il vino italiano sui mercati internazionali, a promuovere l’eccellenza dei nostri prodotti, a valorizzare i nostri territori e la cultura italiana della convivialità. Questa è la ricchezza che le vostre cantine sanno raccontare, e che attrae ogni anno nei luoghi del vino milioni di turisti e appassionati provenienti da tutto il mondo. Il riconoscimento della Cucina Italiana quale Patrimonio Immateriale dell’Unesco conferma l’unicità dei nostri valori ed è la sintesi del percorso”.
Un percorso che, però, per il vino italiano, come detto, si annuncia più difficile rispetto ai decenni di crescita consecutiva dai quali sembra passata ormai un’eternità, ma che hanno portato le bottiglie tricolore a primeggiare in tanti Paesi del mondo. E perchè così continui ad essere, “le difficoltà del contesto internazionale non devono diventare un alibi per rinviare le riflessioni sulle criticità strutturali del settore. I dati - ha concluso Frescobaldi - ci raccontano una realtà che richiede attenzione. Le giacenze restano elevate, la domanda globale continua a mostrare segnali di rallentamento e il disallineamento tra produzione e consumi rimane una delle principali questioni aperte. L’Italia continua a essere il primo produttore mondiale di vino e l’unico tra i principali Paesi produttori ad aver ampliato la propria superficie vitata negli ultimi 5 anni. Allo stesso tempo, il mercato mondiale registra una contrazione degli scambi e una domanda sempre più selettiva. Non si tratta di mettere in discussione la vocazione produttiva del nostro Paese. Si tratta piuttosto di prendere atto che il mondo del vino sta entrando in una nuova fase storica”.
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