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CONSUMI IN GDO

Il mondo è un “frullatore”? Gli italiani staccano la spina, e nel 2026 si rifugiano in cucina

“Rapporto Coop 2025 - Winter Edition”: il 20% aumenta la spesa domestica, la Mdd cresce e si usa il delivery. Il benessere si conferma il mantra

Se il mondo è un “frullatore”, nel 2026 gli italiani, “preoccupati” (37%) e “insicuri” (23%) di fronte allo scenario internazionale, staccano la spina e si rifugiano nella sfera personale e familiare, a casa, luogo del cibo per eccellenza. In un simile contesto (con la crescita del Pil appena sopra lo 0 per gli opinion leader e solo dello 0,3% quella della spesa delle famiglie che sanno di dover spendere di più, ma si prediligeranno le necessità) è difficile ipotizzare un qualche dinamismo dei consumi, mentre è stabile la crescita dell’home cooking - 7 su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, il 20% ipotizza un aumento - e perfino il delivery torna a crescere. Più tempo ai fornelli e innovazione sono le parole-chiave di una tavola fatta di alimenti salutari, semplici e autentici (il 31% acquisterà più cibi senza conservanti e additivi, il 29% senza/a ridotto contenuto di zuccheri e il 25% senza/a ridotto contenuto di grassi), e, nelle intenzioni di acquisto degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (rispettivamente del 31%, 30% e 20%), in contrasto con le previsioni di spesa per salumi (-28%) e carni rosse (-34%), radicalizzando il mantra del benessere e della prevenzione. Ma si conferma anche il fatto che, nel carrello, si cercano qualità e convenienza, come dimostrano la crescita della Mdd che ha conquistato gli italiani (con l’81% dei manager food & beverage che prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore), e il rallentamento dei discount. A scattare questa fotografia, è il “Rapporto Coop 2025-Winter Edition” dell’Ufficio Studi di Coop Italia, tra i leader della gdo italiana - con un giro d’affari 2024 di 16,6 miliardi di euro (+1,2% sul 2023), di cui oltre 14,9 miliardi di euro sviluppati solo dalla parte retail (+1%), e derivante dal wine & food per una quota intorno al 90% del totale, con il prodotto a marchio che incide per oltre il 40% delle vendite per un fatturato 2024 di 3,5 miliardi di euro - le cui previsioni 2026 sono frutto delle survey “Wish List”, in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni, e la collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti, e “Unwrapping” tra oltre 700 opinion leader italiani, proprietari e manager di aziende, rappresentanti di istituzioni pubbliche ed analisti di primarie società di consulenza. Previsioni che raccontano un’Italia delle piccole cose e dove la “lista della spesa” degli italiani è fatta di “frugalità rinunciataria” e tanti “vorrei ma non posso”. A partire dal Largo Consumo, dove l’umore è più grigio che nero: il 66% dei manager food & beverage prevede stabilità, il 22% un peggioramento e il 12% un miglioramento. Ed anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive, se crescita sarà, sarà comunque del +0,9% a valore nel 2026 sul 2025 e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%).
Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un bagno di realtà che li mette a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il climate change sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%), anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca, comunque, tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). È pur vero, però, che le emozioni positive sono fortemente connesse alla sfera personale e familiare, e più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative. La maggioranza (43%) utilizza il sostantivo “turbolenza” per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie “instabilità”, mentre sarà “stabile” per appena l’1%. Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari nel 2026, in forte ribasso o soggette ad una contrazione significativa per il 38% degli opinion leader. L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise, imprevedibili accelerazioni, una sorta di globale frullatore i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali: Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano i giudizi fortemente negativi degli opinion leader (tutti sopra l’80%), mentre Xi Jinping è l’unico leader globale a raccogliere valutazioni per lo più positive (43%). Comprensibile, quindi, attendersi un 2026 ancora difficile con l’Italia che ritorna ad essere il fanalino di coda dell’Europa con una crescita del Pil che lo stesso campione di intervistati indica appena sopra lo 0 (+0,2%, a fronte di una previsione Istat di un +0,8%).
In un simile contesto gli opinion leader stimano una crescita della spesa delle famiglie dello 0,3% nel 2026, a fronte del +0,9% previsto dall’Istat. Certo gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità: quanti pensano di spendere di più per utenze e bollette superano di 22 punti percentuali quanti sperano di pagare meno. E questo timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (saldo +10 punti percentuali) e il cibo domestico (saldo +9). È un Paese, insomma, seduto su sé stesso, raggomitolato nella dimensione familiare dove qualsiasi spinta a un maggiore dinamismo tende presto ad annullarsi. D’altronde la disillusione fa rima, certo, con la tranquillità, ma anche con un maggiore cinismo; riflessi allo specchio, gli italiani sacrificano nel prossimo anno comportamenti ispirati a integrità e ideali, ma anche a generosità e altruismo (i primi scendono in due anni di 4 punti percentuali, i secondi di ben 9) in nome di un malcelato e disincantato benessere individuale. Infatti, la già citata “tranquillità e armonia” sale di 5 punti e la ricerca di “realizzazione e successo” di 10 punti (rafforzandosi tra le giovani donne).
Le speranze di migliori performance del segmento Lcc sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare). La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini/redditività (-30). Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%. Tra le priorità affidate al Governo dagli opinion leader spiccano, infatti, oltre alla persistente richiesta di riduzione della pressione fiscale per famiglie e imprese, il potenziamento delle politiche per il lavoro intese come valorizzazione del capitale umano, conciliazione vita-lavoro, regolarizzazioni e nuove politiche di natalità e persiste l’atteggiamento positivo con cui si guarda al contributo che l’Ai potrà dare alla produttività delle imprese (il 69% parla di incremento significativo o moderato), mentre il 37% è altrettanto convinto che possa portare beneficio anche ai tassi di occupazione.

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