Amarone Opera Prima 2026 (175 x 100)
Consorzio Collio 2025 (175x100)
VINO E CULTURA

Amarone della Valpolicella, non frutto di un “errore” fortunoso, ma di un progetto sulla tipicità

La ricerca, anticipata da WineNews, riscrive la storia, onorando nomi come Pieralvise Serego Alighieri, Giambattista Rizzardi e non solo

Con la notorietà dell’Amarone nel mondo si è diffusa anche una storia che ne fa risalire l’origine a un errore umano. Si narra che nel 1936 Adelino Lucchese abbia dimenticato in cantina una botte di Recioto, il tradizionale vino dolce della Valpolicella, che a fermentazione completata, divenne secco. Al ritrovamento del “Recioto scapà” (scappato, sfuggito al controllo) il capo cantina della Cantina Sociale Valpolicella a Negrar (oggi Cantina Valpolicella Negrar) avrebbe esclamato: “questo non è un Amaro, è un Amarone”, coniando inconsapevolmente il nome del vino. Un vino sul quale si accendono i riflettori con “Amarone Opera Prima” a Verona, edizione n. 22 dell’evento del Consorzio Vini Valpolicella dedicato ad uno dei più grandi rossi italiani e il più blasonato della Valpolicella (Gallerie Mercatali, 30-31 gennaio e 1 febbraio). Da dove oggi arriva, però, anche un’altra storia, secondo la quale la realtà “vera” sarebbe differente, e una ricerca archivistica e documentale, anticipata da WineNews, la porta alla luce: l’Amarone non deriva da un evento casuale, ma nasce come vino a sé frutto di un preciso progetto enologico di difesa del vino tipico della Valpolicella. A dimostrare la precedente produzione “autonoma” e “ricercata” dell’Amarone non sono solo le giacenze di annate precedenti alla 1936, ma soprattutto i numerosi documenti storici raccolti da Marina Valenti, ex responsabile delle relazioni esterne di Cantina Valpolicella Negrar, oggetto di studio, riordino, descrizione e valorizzazione, condotti con il supporto scientifico di Francesco E. Benatti, responsabile dell’Archivio Storico dell’Unione Italiana Vini che - insieme a Wanda Gallo - collabora alle attività di tutela del patrimonio archivistico del Centro di Documentazione della Doc Paolo Desana di Casale Monferrato.
“Si tratta di un patrimonio documentario della Valpolicella inedito - spiega, a WineNews, Marina Valenti, che sta scrivendo un saggio di prossima pubblicazione, edito da Scripta - composto da corrispondenze e altri materiali eterogenei, conservati negli archivi privati di Pieralvise Serego Alighieri (1875-1943, e nonno dell’omonimo Pieralvise che conduce oggi le Possessioni Serego Alighieri, e che è discendente di Dante, il Sommo Poeta della “Divina Commedia” che trovò conforto dall’esilio a Verona e in Valpolicella, dove il figlio Pietro si stabilì acquistando terreni, ndr) e Giambattista Rizzardi (1883-1975). Due personalità di grande impegno civile, coerenza etica e imprenditoriale, profusi a vantaggio del progresso della viticoltura e della produzione vinicola di qualità in Valpolicella così come del valore della cooperazione nei primi decenni del Novecento”.
“L’Amarone - illustra Valenti entrando nel merito - può essere considerato il primo vino “tipico” della Valpolicella per le sue caratteristiche consone a soddisfare i criteri che si andavano definendo dai primi Anni Venti del Novecento. Un titolo, quello di “vino tipico”, che alla rinomanza doveva necessariamente affiancare costanza produttiva e quantità, ciò che il Recioto non poteva garantire, come chiarisce il verbale della riunione del 12 novembre del 1930 convocata a Verona, su invito del senatore (e grande enolgo, ndr) Arturo Marescalchi, e presieduta dal collega Luigi Messedaglia (chirurgo, ma anche studioso di agricoltura, ndr), affinché venissero prese “iniziative per la difesa sollecita e assidua a vantaggio e incremento dei vini tipici con particolare riferimento al Valpolicella e al Bardolino”. E a questo proposito Messedaglia sottolineava come non fosse il caso di “esaminare e studiare il tipo vero e proprio di vino Recchiotto che rappresenta quantità modestissima e si può dichiarare una leccornia”, aggiungendo: “è necessario vagliare di ottenere in massa il vino tipico veronese d’arrosto, un tipo di vino delle colline della Valpolicella buono e apprezzato, per il quale allo scopo non trovava ci fossero difficoltà insormontabili”. E l’Amarone può essere considerato l’espressione più originale del vino tipico veronese “da arrosto” già citato sul “Gazzettino” del 25 settembre 1906 dal poeta e giornalista Berto Barbarani nel suo “Capitolo del vino buono” e da Giambattista Rizzardi nella lettera inviata al Conte Mattioli (segretario nella Casa Reale di Vittorio Emanuele III) il 20 dicembre 1936. Peraltro, il verbale termina con una esortazione dello stesso Messedaglia a “costituire un consorzio o più consorzi per la tutela dei vini tipici veronesi”, che si concretizzerà con la riorganizzazione, sempre a San Pietro in Cariano, ma su nuove basi legislative, del Consorzio per la Difesa dei Vini Tipici della Valpolicella del 1925, che non aveva potuto esplicare un’azione efficace per la mancanza di importanti stabilimenti.
“Allo scopo di produrre un vino tipico di qualità e in quantità costantemente sufficiente - prosegue Valenti - fu ricostituita anche la Cantina Sociale della Valpolicella a Novare di Arbizzano, in quanto la prima non ebbe fortuna, nella quale confluirono proprio quelle sperimentazioni che portarono alla produzione dell’Amarone, un nuovo vino, amaro, cioè secco, diverso dal Recioto, che doveva rappresentare rinomanza e tipicità della zona”. Per far partire l’ambizioso progetto, a cui teneva tanto, Pieralvise Serego Alighieri divenne il maggior azionista e trasportò le sue botti a Novare. L’11 agosto 1933 scriveva con cuore esultante all’amico Marescalchi: “[...] Oggi a Novare con un gruppo di pochi amici: Simonini Giovanni, Rizzardi, il cav. Vecchi, il cav. Dall’Ora abbiamo costituito la Cantina Sociale della Valpolicella, già un altro gruppo aderirà e contiamo di aprire il lavoro colla prossima stagione nelle stesse cantine di Novare con circa 7.000 q.li di uva e sotto la Direzione del Dottor Eugenio Mortem che da lei mi fu raccomandato: questa è una garanzia e un auspicio. Sono quarant’anni che perseguo questo sogno e che lavoro verso questa meta, mi sento commosso e soddisfatto […]”.
“Tra questi - racconta Valenti - Giambattista Rizzardi lo aveva da sempre affiancato, divenendo socio del Consorzio di Difesa dei Vini Tipici nel 1925 e presidente della Cantina Sociale della Valpolicella dal 1934 al 1959, poi continuando il suo impegno come amministratore del consiglio fino al 1975. Nel suo archivio sono conservati tutti i bilanci di quegli anni. In particolare dal foglio “Esistenza vino”, allegato alla situazione economica del 30 giugno 1936, si evince l’elenco dei vini prodotti, tra i quali: Amarone 1933, 1934 e 1935. Dal documento risulta chiara l’intenzione di diversificare un’offerta commerciale composta da vini tipici di alta gamma: rossi e bianchi, dolci e secchi, senza dubbio destinati all’imbottigliamento con la marca consorziale simboleggiata dalla pulzella che ancora oggi compare nello stemma del Comune di San Pietro in Cariano”.
Un altro aspetto molto interessante che emerge dai documenti raccolti da Marina Valenti è la conferma inequivocabile dell’esportazione di Amarone in bottiglia annata 1938. In una fattura indirizzata al “dr. Emilio Caccialupi” (agente italiano all’estero e addetto commerciale presso la Regia Delegazione d’Italia a Budapest), allegata a una lettera del 1942 di Gaetano Dall’Ora a Dante Serego Alighieri (figlio di Pieralvise e responsabile dell’Ufficio Economia di Guerra all’aeroporto strategico per i trasporti militari di Castelvetrano, a Trapani), venivano indicati i vini inviati al Ministro dell’Agricoltura e Foreste: Gran Recioto, Recioto, Valpolicella Recioto Amaro, Valpolicella Amarone Extra, Valpolicella Bianco Secco. Per ogni vino sono indicati il numero di casse e di bottiglie per cassa con il relativo prezzo a bottiglia.
“Vale la pena di ricordare - precisa Valenti - che alla fine degli Anni Venti in Italia si cercò di favorire l’esportazione con l’istituzione di un marchio a cui seguirono la definizione di precisi requisiti per i vini (Gazzetta Ufficiale n. 296 del 23 dicembre 1933) e la regolamentazione, in ambito vitivinicolo, del marchio Ine (Istituto Nazionale per l’Esportazione) e Giambattista Rizzardi, illuminato presidente della Cantina Sociale della Valpolicella, si attivò immediatamente per ottenerlo”.
La fitta corrispondenza del Conte Pieralvise Serego Alighieri con personaggi di riferimento in Italia come Edoardo Ottavi (direttore del Giornale Vinicolo Italiano) e il professor Tito Poggi (segretario generale della Società degli Agricoltori Italiani, 1911-1916), con gli stessi Marescalchi e Messedaglia, e con Luigi Ricasoli (illuminato presidente del Consorzio del Chianti Classico, 1924), testimonia quanto gli stesse a cuore l’affermazione e la difesa della qualità del vino tipico della Valpolicella. Accettò per questo la carica di presidente della Cantina Cooperativa Sociale con sede a San Pietro in Cariano (1931) e fu poi definito patrono e consigliere di quella che a partire dal 23 agosto 1933, ebbe sede a Novare di Arbizzano, nelle stesse famose e attrezzate Cantine Trezza di fine Ottocento.
“La mia ricerca - conclude Valenti - è un meritato omaggio a Pieralvise Serego Alighieri nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita e a Giambattista Rizzardi, tra gli ingegneri veronesi più impegnati nella ricostruzione del dopoguerra, valido e onesto amministratore, per oltre quarant’anni, di un progetto cooperativo che ha contribuito con tutti i suoi soci a far conoscere e apprezzare uno dei vini tipici italiani più conosciuti al mondo”.

Clementina Palese

Copyright © 2000/2026


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026

Altri articoli