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RICERCA SCIENTIFICA

Il cervello non smette di desiderare il cibo anche quando lo stomaco è pieno

Secondo uno studio dell’Università dell’East Anglia ciò è dovuto agli indizi visivi presenti nell’ambiente, come pubblicità, foto e packaging
CERVELLO, CIBO, FAME, SAZIETÀ, UNIVERSITÀ DELL’EAST ANGLIA, Non Solo Vino
Il cervello non smette di desiderare il cibo anche quando lo stomaco è pieno

Anche quando lo stomaco è pieno, il cervello continua a reagire alle immagini del cibo come se avessimo ancora fame, un meccanismo invisibile che potrebbe spiegare perché si mangia più del necessario in un ambiente saturo di stimoli alimentari. A dirlo è uno studio condotto dall’Università britannica dell’East Anglia (Uea) e da Thomas D. Sambrook, ricercatore della Facoltà di Psicologia, pubblicato sulla rivista “Appetite”, che ha analizzato il comportamento e l’attività cerebrale di 90 studenti coinvolti in un compito di apprendimento associato al cibo per comprendere perché le persone continuino a mangiare anche in assenza di fame fisiologica, fenomeno considerato una delle principali cause dell’aumento dell’obesità nei Paesi occidentali.
Gli scienziati hanno utilizzato la tecnica della “devalutazione selettiva per sazietà”, facendo consumare ai partecipanti uno degli alimenti scelti fino a raggiungere la piena soddisfazione alimentare, così da ridurne il valore motivazionale, mentre l’attività cerebrale veniva registrata tramite elettroencefalogramma (Eeg) per osservare le risposte neuronali agli stimoli visivi legati al cibo. I risultati hanno mostrato una chiara dissociazione: dal punto di vista comportamentale e soggettivo i partecipanti dichiaravano di desiderare meno l’alimento consumato e prendevano decisioni coerenti con la sazietà, ma le risposte cerebrali rapide associate alle immagini di quel cibo restavano sostanzialmente invariate. In altre parole, il cervello continuava a trattare gli stimoli alimentari come ricompense anche quando il corpo non ne aveva più bisogno.
Secondo gli autori, ciò suggerisce che gli indizi visivi presenti nell’ambiente - pubblicità, confezioni, fotografie o esposizioni di alimenti - possano attivare circuiti neurali automatici appresi nel tempo, capaci di aggirare i normali meccanismi omeostatici che regolano fame e sazietà. Lo studio evidenzia come l’alimentazione non dipenda solo da segnali biologici come gli ormoni della fame, ma anche da processi di apprendimento e abitudini consolidate che trasformano il cibo in una risposta automatica agli stimoli esterni. Le analisi elettrofisiologiche hanno, infatti, mostrato una forte “insensibilità alla devalutazione” nelle potenzialità cerebrali evocate dagli stimoli alimentari, indicando che alcune rappresentazioni neurali del valore del cibo persistono indipendentemente dal reale bisogno energetico.
Questo meccanismo potrebbe spiegare perché anche individui sani, senza disturbi alimentari, tendano a mangiare davanti a immagini appetitose o in contesti ricchi di richiami gastronomici. Gli studiosi sottolineano che il fenomeno non implica necessariamente una perdita di controllo consapevole, ma piuttosto la coesistenza di due sistemi decisionali: uno orientato agli obiettivi e sensibile alla sazietà, l’altro più automatico e basato sull’abitudine, che continua ad attribuire valore al cibo appreso nel passato.
La ricerca apre nuove prospettive per comprendere l’eccesso alimentare nella società contemporanea, suggerendo che la prevenzione dell’obesità potrebbe richiedere non solo interventi nutrizionali o educativi, ma anche una riflessione sull’ambiente visivo e commerciale che stimola costantemente il desiderio di mangiare.
“Quello che abbiamo osservato - conclude Sambrook - è che il cervello si rifiuta semplicemente di sminuire l’aspetto gratificante di un cibo, indipendentemente da quanto si sia sazi. Anche quando le persone sanno di non volerlo, il loro cervello continua a inviare segnali associati alla ricompensa nel momento in cui il cibo appare. Se hai difficoltà a resistere agli spuntini a tarda notte, o non riesci a dire di no a un dolcetto, il problema potrebbe non essere la tua disciplina, ma il cablaggio innato del tuo cervello”.

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