L’eclissi nel bicchiere … Massacrato dalle politiche europee, dai controlli stradali, dai dazi, dalle mode analcoliche, dall’Oms e dalla concorrenza sleale, il settore del vino boccheggia nel suo periodo più nero. Esattamente quarant’anni dopo lo “scandalo metanolo” … Verrebbe voglia d’invocare Aristofane - autore di commedie che bilanciavano le tragedie greche - che dichiarava: “Portami un po’ di vino acché possa bagnare la mia mente e dire cose d’intelletto”, perché il mondo dei vignaioli in Italia e in Francia appare in preda a un’ubriacatura negativa e vaga nella nebbia di cifre sempre più preoccupanti. Tornano oggi dal ProWein, la rassegna che un tempo a Düsseldorf riempiva i copia-commissione, un po’ mogi. I tedeschi volevano prezzi stracciati, ma compravano tanto. La fortuna del Prosecco è cominciata proprio lì. In complesso il Prosecco Doc (quello che costa meno) vende all’estero oltre mezzo milione di bottiglie e la Germania è il terzo cliente. Armo funesto però i12026 per il vino italiano: ci sono i dazi di Donald Trump, ma non è che l’Ue ci tratti meglio. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione italiana vini, ha esultato per l’accordo Mercosur (i vignaioli sono i soli agricoltori soddisfatti) perché in potenza quei Paesi sono un mercato d’espansione. Vendiamo lì vino per 2,8 milioni (una miseria), ma si può crescere. Però, appena Ursula von der Leyen ha ratificato il trattato passando sopra al Parlamento di Strasburgo e ad Emanuel Macron (che deve vedersela con i vigneron francesi: fanno squadra con gli altri agricoltori e non è gente accomodante) - il presidente argentino Javier Milei s’è messo d’accordo con gli americani e importa tutto il falso made in Italy prodotto in Usa, vino compreso. Senza contare che li l’agricoltura ha fatto il più 37 per cento ed è pronta ad invaderci a dazio zero. Non è affatto buona cosa per un Paese come il nostro che fa del vino la sua prima voce di esportazione agroalimentare, che ha 7 mila aziende con etichetta propria e “sfama” oltre un milione di persone coni suoi grappoli. La nostra fattura estera sono 8,2 miliardi di euro; anzi, meglio, erano, perché tutti i barometri economici danno tempesta in arrivo. Basta prendere gli ultimi preoccupanti dati d’Oltreoceano: in America, che è il nostro miglior cliente estero, nel 2025 abbiamo fatto meno 13,2 percento, fermandoci a 1,8 miliardi d’incasso. Ma se Roma piange di certo Parigi non ride: la crisi del vino francese è da capogiro. Trentamila ettari estirpati, lo Champagne ha venduto più bottiglie, ma gli manca il 4 per cento di fatturato, a Bordeaux sono disperati; gli sono crollati i due mercati esteri di punta: in Cina sono passati da 72 a 22 milioni di casse (i cinesi non hanno più soldi da spendere) e cento Chateaux che i miliardari di Pechino si erano comprati sono in vendita; sul mercato americano hanno perso il 18 per cento. Pensando all’Italia bisognerebbe raddoppiare gli sforzi di Alexandre Dumas, tra l’altro era uno che mangiava benissimo e beveva meglio, e scrivere “40 anni dopo”. Tanto è passato dal criminale scandalo del metanolo. Esattamente il 17marzo del 1986 sì scoprì che i piemontesi fratelli Ciravegna vendevano vino adulterato con alcolmetilico messo in commercio dalla Vincenzo Odore e da altri sei grossisti tra Piemonte e Puglia passando per Ravenna. Il bilancio drammatico fu di 23 morti e oltre 150 intossicati che non hanno mai visto un euro di risarcimento. Il vino italiano crollò, eppure nel giro di cinque anni il Sassicaia di Mario Incisa della Rocchetta, favorito da Piero Antinori, concepito e vinificato da Giacomo Tachis, sbaragliava in un concorso tutti i Bordeaux. Nacquero i Supertuscan e fu un nuovo Rinascimento in cantina con i giovani barolisti che si lanciarono alla conquista dell’America capitanati da un abilissimo Angelo Gaja. Ma oggi cosa c’è di diverso? La qualità dei nostri vini è altissima, ma quarant’anni dopo inostri tre moschettieri più uno (Barolo, Brunello, Amarone e Chianti Classico) sono messi peggio di D’Artagnan e compagni. Perché? E soprattutto è possibile pensare a un rimbalzo come quello del post-metanolo? Ci sono le condizioni? Considerando che il vino oggi ha due nemici potentissimi: l’Unione europea con l’Oms e l'impero dei cosiddetti bibitari. I quali hanno per alleati i nuovi stili di vita e di consumo che hanno ridotto drasticamente la domanda interna e hanno fatto aumentare a 74 milioni dí ettolitri le giacenze in cantina, oltre a far diminuire di almeno 10 mila ettari la superfice vitata. Per ora ci sono solo dei palliativi. L’Europa che da una parte vuole vietare il consumo di vino perché in linea con l’Oms - quella finanziata dall’Epstein dipendente Bìll Gates - ritiene che sia cancerogeno (la questione riguardo solo i mediterranei e a Bruxelles dunque non conta nulla) dall’altra s’inventa un pacchetto vino approvato dal Parlamento che si traduce in un po’ di soldi per le promozioni, sostegno all’enoturismo, una regolamentazione del vino non vino, quello dealcolato per capirci, e contribuiti all'estirpazione. Gli evviva, compresi quelli del nostro ministroagricolo Francesco Lollobrigida che di suo in Italia sta cercando di dare altri sostegni, sono la sanzione della crisi. Ma il tema vero è che il vino forse è passato di moda. Se ne beve sempre di meno: nessuno vuole più le gradazioni alte, nei pranzi d’affari la bottiglia compare più per figura che per sostanza. Lo certifica l’ultimo rapporto sullo stato dell’agricoltura europea curato da Bruxelles e diffuso da WineNews, il sito italiano di riferimento sul vino, in cui è scritto: “Il consumo in Ue calerà dello 0,9 per cento all’anno fino al 2035, arrivando a circa 19,3 litri pro capite (in calo dai 21,2 litri in media nel 2021-2025). Il consumo interno vale il 66 per cento, mentre le esportazioni rappresentano il 20 per cento. La produzione potrebbe diminuire del 0,5 per cento all’anno da oggi al 2035: entro quella data la produzione sarà scesa a 138 milioni di ettolitri”. Che fare? Sandro Boscaini, mister Amarone, ha provveduto: “Noi in Masi abbiamo creato la linea Fresco di Masi, vini attorno agli 11 gradi di pronta beva che esaltano il territorio. Quanto all’Amarone credo che avrà sempre un mercato d’élite. Non serve a nulla aver paura: bisogna investire e intraprendere; quanto al dealcolato penso che il migliore sia l’acqua”. Francesca Moretti, che è a capo di Terra Moretti, il gruppo più glamour del vino italiano, rilancia con nuovi stili. “Con i nostri Franciacorta Bellavista Assemblage abbiamo creato un nuovo ambiente di consumo: cerchiamo di esaltare la bevibilità, la piacevolezza, l’indispensabile socialità degli spumanti; e sui vini fermi puntiamo a raccontare i territori”. Perché una delle possibili nuove vie di sviluppo è l’enoturismo. Uno studio di Future market insights (Fmi) stima che, a livello globale, il fatturato enoturistico passerà dai 108,3 miliardi di dollari del 2025 ai 358,6 miliardi di dollari entro il 2035. Lamberto Frescobaldi (Uiv) ritiene che una spinta arrivi dai vini no alcol e si è battuto perché «la produzione rimanesse nel perimetro agricolo: certo non è la soluzione per le piccole cantine, ma può essere una strada per riportare i giovani al consumo di vino”. I giovani sono il tema di Riccardo Cotarella, l’enologo dei Vip e presidente mondiale degli enologi, che al Vinitaly di Verona (12 -15 aprile) – ma soprattutto al Congresso Assoenologi (Conegliano 28-30 maggio) - lancerà il suo progetto per recuperare consumatori. Sostiene Cotarella: “Se non torniamo a parlare ai giovani, il vino rischia di diventare un prodotto per nostalgici. Non è un allarme generazionale, è una constatazione tecnica, culturale e sociale. Troppo spesso sento dire che i giovani bevono meno vino. Io credo che la domanda giusta sia un’altra: il vino sta parlando la loro lingua? O pretende ancora di essere ascoltato senza mettersi in discussione? Se continuiamo a ignorarli, non saranno loro a perdere il vino: saremo noi a perdere loro. Il vino non è vecchio. Non lo è nei vigneti, non lo è nelle cantine, non lo è nella ricerca. Ma può diventarlo nel modo in cui si racconta. Il futuro del vino non è nei numeri, è nei volti. Se quei volti non sono giovani, il nostro sarà solo un glorioso passato. Un passato che potremo ammirare, ma che non ci salverà”.
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