Un piccolo laboratorio di ricerca che, partendo dall’esperienza di Sangue d’Oro, il progetto enologico creato da Carole Bouquet (come ha raccontato la celebre attrice francese, a WineNews, in un video), entrato, nel 2025 nel portafoglio dell’azienda veronese Pasqua Vini, ha visto confrontarsi alcune interpretazione che hanno saputo distinguersi nella produzione dello Zibibbo di Pantelleria, combinando gesti antichi e visione contemporanea, per capire insieme cosa vuol dire essere vini di territorio. Ecco l’idea che è stata alla base di questa degustazione con l’attrice francese e produttrice, di Andrea Pasqua, responsabile dello sviluppo aziendale Pasqua Vini, dello storico produttore del Passito di Pantelleria Salvatore Ferrandes, insieme alle espressioni di Marco de Bartoli e Salvatore Murana, condotta da Giuseppe Carrus, firma storica del “Gambero Rosso”.
Il racconto, nei giorni scorsi a Vinitaly 2026, a Veronafiere a Verona, è iniziato subito dalla voce di Carole Bouquet: “Sangue d’Oro è stato un colpo di follia”, ha ammesso candidamente, nel raccontare del suo legame con Pantelleria e tutto ciò che ne è nato in seguito. Lei voleva solo comprare della terra in Italia, possibilmente su di un’isola, per onorare il suo amore per questo Paese. Scopre Pantelleria, se ne innamora e compra un tipico dammuso locale con un pezzetto di terra, giusto per avere la scusa di scenderci più spesso. “Negli anni sono aumentati gli investimenti, ma solamente per riscattare della terra abbandonata. Volevo renderla bella e viva - ha rimarcato Carole Bouquet - non volevo farci vino. Oggi quella piccola follia è diventata 4 case, 15 stanze, una piscina e 25 ettari di cui 3-4 piantati a vigna”. La terra che ha comprato è disseminata di pietre e sassi, di capperi e alberi e ulivi: impossibile da lavorare meccanicamente. Decide ad un certo punto di vendere l’uva che ci cresceva, infine di vinificare. Si appoggia ad un produttore locale, ma il vino che ne esce non le piace. Capisce quindi che deve cercare un enologo che l’aiuti a fare un vino che lei abbia voglia di bere. “Io certamente non so fare vino, ma so berlo: ne ho assaggiato tanto - ha confessato Carole Bouquet - e so riconoscere ciò che mi piace”. La cantina che la ospitava non vuol sentir parlare di enologi: “e quindi come una bambina di 5 anni che si rifiuta di giocare coi maschi, ho risposto che mi sarei arrangiata per fare quello che volevo io, senza avere la più pallida idea di come fare”, ha ricordato divertita Carole Bouquet. Iniziano anni di progetti e costruzione. Dovette costruire dal nulla una piccola cantina utile a produrre 20.000 bottiglie. Le lungaggini burocratiche rallentarono tutto e il permesso d’uso dei locali arrivò 5 minuti prima di iniziare la vendemmia. “E così che ho iniziato a fare il vino per davvero. Io avevo comprato un posto bellissimo e selvatico, non i vigneti, tant’è che per anni ci andavo affittando case. Quando mi sono decisa - ha spiegato l’attrice - abbiamo costruito e ristrutturato imparando l’architettura dei dammusi: per avere una casa discreta, integrata, e sentirmi un po’ italiana, visto l’amore che ho per l’Italia oltre che per la Francia. La volevo modesta, ma coi soldi che ci ho speso alla fine oggi potevo avere un castello in Toscana!”. Iniziata la produzione andava venduta e così Carole Bouquet inizia a girare il mondo, come fosse in tour a promuovere un suo film. Persino alle anteprime delle sue produzioni cinematografiche finiva per invitare sommelier. “Giravo e giravo, ma non potevo fermarmi perché avevo capito che la gente vuole conoscere chi fa il vino”. Carole Bouquet ha capito presto, infatti, che mandare solo le bottiglie non basta, non funziona. Ma la stanchezza si faceva sentire e decise quindi, qualche anno fa, di limitare i viaggi di promozione del vino alla sola Europa. “Ed ecco che come per magia sono arrivati i Pasqua coi quali l’accordo è nato con estrema spontaneità. Ecco, io fin qui vi ho spiegato la mia follia”.
Per Andrea Pasqua viene facile spiegare anche la “follia” della sua famiglia. Come per tante persone, l’arrivo sull’isola porta fascinazione, innamoramento e meraviglia. “Il posto è incredibile e il Passito di Pantelleria è un gioiello dell’enologia italiana creato da una competenza millenaria, che rischia di andare persa. Un perfetto esempio di viticoltura eroica che merita di essere fatto, mantenuto e raccontato in tutto quel mondo che oggi cerca vini identitari e autentici”, ha spiegato. Un investimento, insomma, più romantico che imprenditoriale, che vuole valorizzare e salvaguardare un vino unico. “Carole Bouquet resta a lavorare al suo vino, mentre il nostro contributo consiste nel metterci i nuovi codici di un racconto moderno. Ci dichiariamo una “House of Unconventional” che rompe gli schemi e questa è sicuramente un’ottima occasione per farlo ancora una volta, uscendo da Verona”. Pasqua ha chiaramente alle spalle esperienza in fatto di appassimento, ma la differenza sostanziale tra la Valpolicella e Pantelleria è la disidratazione in pieno sole all’aria aperta, con cui dovranno confrontarsi. “Anche in tavola questo vino è un’ottima occasione per pensare “out od the box”: dobbiamo raccontare la sua incredibile versatilità, come pure la sua longevità, di cui troppi pochi parlano”, ha concluso Andrea Pasqua.
Pantelleria produce vini che contengono sole, mare, vento e vulcano. Ma contengono anche le mani di chi li ha fatti, che spesso ci dimentichiamo di aggiungere nell’equazione che forma il cosiddetto “terroir”. “Dopo tanti anni e osservando le donne e gli uomini nei campi, ho capito che per farlo serve tantissima pazienza, lavoro duro e una sofisticata sapienza. Un vino che richiede tempo in tutte le sue tappe, come la vendemmia in tre fasi che mi ha insegnato Nunzio Gordone, grandissimo esperto di Passito di Pantelleria e colui da cui comprai il mio primo terreno”, ha aggiunto Carole Bouquet, ammettendo subito dopo di bere il suo vino per aperitivo, non riuscendo a concepire l’abbinamento dei vini dolci con i cibi dolci. Su questo punto sono tutti concordi. La complessità dei Passiti di Pantelleria, che acquista profondità di campo man mano che aumentano i suoi anni in bottiglie, permette accostamenti molto diversi e più rispettosi della sua caleidoscopicità. “Lo Zibibbo che cresce a Pantelleria cresce al calore del sole del profondo sud Italia. Conosce la concentrazione e quindi lo zucchero, che certamente contribuisce a dare dolcezza che, però, non sovrasta gli aromi dell’uva e della vinificazione, il suo sfaccettato spettro olfattivo, e nemmeno la sapidità e le acidità, durezze che tengono in vita il vino. È una dolcezza mitigata dal territorio - ha spiegato Giuseppe Carrus - che si riconosce ancora di più col passare del tempo. Il tempo che a Pantelleria ha valore. Qui si aspetta per l’appassimento, si aspetta per la vinificazione, si aspetta per berlo: è un esercizio di pazienza e attesa. Che si riflette nell’evoluzione del vino, sia in termini di colore, che in termini di zucchero che si trasforma in cremosità morbida, trasformando il tempo in vini lunghi e profondi, orizzontali e verticali, completi e complessi”. Ecco, allora, il racconto degli assaggi WineNews.
Marco de Bartoli, Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2023
Note di salmastro, frutta secca poi, anche disidratata: è un naso largo, complesso e stratificato, che sa di pietra calda e foglia di fico. Al sorso è morbido e glicerico, con un leggero grip tannico al sapore di cappero e albicocca, poi sapidissimo grazie alla salsedine che a Pantelleria sta nel suolo e nel mare, che viene trasmessa alla pruina e quindi al vino.
Sangue d’Oro, Passito di Pantelleria 2022 (prima annata con Pasqua)
Un Passito più minuto, marino, che gradualmente apre a note di frutta secca, più ispido, c’è anche l’uva spina, agrumi canditi, balsami mentolati misti, e una verticalità alcolica. Il sorso inizialmente è più acido che dolce, si sviluppa sapido e chiude dolce nel finale; la struttura morbida diffonde note fruttate e iodate, con cenni di caffè e spezie finali.
Salvatore Murana, Moscato Passito di Pantelleria Martingana 2008
Più scuro anche nel colore, ha balsamicità quasi alpina, note di torrefazione, frutta e fico nero secchi, resina, muschio, carruba, polvere di orzo e molto più. Morbido e vischioso, resta scuro anche in bocca: è sapido, caldo, con l’acidità del chinotto, poi si calma e torna su note di cereali tostati e balsami di macchia mediterranea. Entra come un gesto materno in bocca.
Ferrandes, Passito di Pantelleria 2007
Mentolato e ancor più scuro del precedente. Profuma di china, di erbe mediche amare, di liquirizia, caffé e rabarbaro, con una parte di aromi terziari che super l’apporto dolce e si tuffa nella freschezza balsamica. C’è lo zucchero mascobato e una tempesta di mare. In bocca è vischiosissimo, uno sciroppo fresco, amaricante, vegetale, che chiude tornando dolce e caldo, ma pulito, su note di caramella d’orzo e menta.
E sono state proprio le parole di Salvatore Ferrandes a chiudere la degustazione. Un uomo di poche parole, con un dono della sintesi invidiabile, ruvido come l’isola che ospita la sua famiglia di origine spagnola da parecchi secoli: “il vino dell’isola fa innamorare e aprire l’immaginazione. Anche Carole nella sua carriera ha acceso molte fantasie nelle nostre menti ed è un complimento per noi che abbia deciso di restare”, ha detto il produttore pantesco, aggiungendo che “non tutti i suoli sono buoni per fare il Passito di Pantelleria: servono le pietre giuste capaci di accogliere le radici delle piante. I vini di Pantelleria più di tutti reclamano la forza del calore e la centralità del mediterraneo nel bere: per questo è un vino che non fa male. Fare il vino qui è un privilegio e questo Carole e Pasqua l’hanno intuito. E, infine, premettetemi una precisione. L’uva da noi non si appassisce: si abbronza”.
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