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ATTUALITÀ

Reddito, clima, aree interne, Pac: le priorità dell’agricoltura italiana secondo Cia-Agricoltori

Cristiano Fini confermato presidente in Assemblea. Con gli interventi, tra gli altri, della Premier Giorgia Meloni, Elly Schlein (Pd) e non solo

Rilanciare l’agricoltura italiana oltre i conflitti e le crisi globali, guardando in primis alla tutela del reddito agricolo e al riequilibrio lungo una filiera, quella dell’agroalimentare, di cui l’Italia, come ricordato nel suo video messaggio dal Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “è, a tutti gli effetti, una superpotenza agroalimentare”, per un comparto che “genera circa 5 milioni di posti di lavoro, vale il 15% del Pil e ha raggiunto un record storico: 72,4 miliardi di euro di export”. Con gli “Agricoltori custodi di territorio, custodi di futuro”, messaggio lanciato dall’Assemblea della Cia-Agricoltori Italiani, che, oggi a Roma, ha confermato alla presidenza Cristiano Fini (che è anche un imprenditore del settore vitivinicolo), che ha sottolineato, tra le priorità, il lavoro sulle aree interne per le quali l’agricoltura è un pilastro anche contro lo spopolamento, ma anche la necessità di guardare con attenzione alla riforma della Pac, così come agli accordi commerciali tra Ue ed altre aree del mondo, come il Mercosur, senza trascurare le azioni interne all’Italia, Paese in cui l’agricoltura svolge un ruolo centrale anche nel mantenimento di un territorio fragile, tanto che da uno studio Cia-Agricoltori Italiani emerge che 9 italiani su 10 temono frane, alluvioni e dissesto idrogeologico, mentre gli italiani stessi, fanno i conti con un potere di acquisto in grande sofferenza, tanto che per il 51% dei consumatori il “made in Italy” è il primo criterio di scelta del cibo da comprare e portare in tavola, ma il 48% ha già dovuto tagliare sulla spesa.
Reddito agricolo, clima, aree interne e nuova Pac, sono quindi le priorità scelte, per il suo secondo mandato, da Cristiano Fini nell’Assemblea riunitasi a Roma all’Auditorium Antonianum, e nella quale sono intervenuti, tra gli altri, come detto, oltre al Premier Giorgia Meloni con un videomessaggio, il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, e la Segretaria nazionale del Partito Democratico, Elly Schlein, ma anche i rappresentanti europei, con un videomessaggio, ad iniziare dal presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, il Commissario Ue all’Agricoltura, Christophe Hansen, e il Commissario Ue alla Salute e al Benessere Animale, Olivér Vàrhelyi, che hanno ribadito, nelle loro parole, la centralità dell’agricoltura a livello europeo, e la la vicinanza agli agricoltori.
“Ringrazio tutti per la fiducia e accolgo questa riconferma con grande orgoglio e profonda responsabilità - ha dichiarato Fini - in un tempo segnato da guerre, crisi climatiche e tensioni economiche globali, l’agricoltura non è un settore marginale, ma un pilastro della sicurezza nazionale, della coesione sociale e del futuro del Paese. Chiediamo che l’agricoltura sia considerata un vero asset strategico, perché la sovranità alimentare è la base della libertà di un popolo: un popolo che non può sfamarsi è un popolo ricattabile. Le sfide sono enormi, ma la nostra mission è trasformare la paura in energia per il cambiamento, e difendere gli agricoltori come garanti di cibo, sentinelle della qualità, custodi dei territori e architetti del futuro del Paese”. Con l’obiettivo di “costruire un’Italia in cui restare in campagna non sia una condanna, ma una scelta degna e orgogliosa per le nuove generazioni”.
Nella sua relazione, il presidente di Cia-Agricoltori Italiani ha affrontato più punti e questioni, delineando le principali direttrici di intervento dell’organizzazione. Ad iniziare dallo scenario internazionale, ormai una vera e propria “tempesta permanente”. Per Fini, “l’agricoltura è il primo settore a subire le onde d’urto dei conflitti. Gasolio agricolo alle stelle (+100%), fertilizzanti fuori controllo (urea +43% e solfato di ammonio +20%) e un’impennata dei costi lungo tutta la filiera”. Per questo, a livello comunitario vengono sollecitate risposte rapide, forti e straordinarie, come durante il Covid. Sui fertilizzanti, per l’associazione, “occorrono sostegni diretti già dal 2026, sospensione dei dazi all’import, revisione del Cbam che rischia ulteriori costi, più controllo contro le speculazioni, sblocco del digestato oggi frenato da vincoli normativi. Mentre sul fronte energetico, c’è bisogno di strumenti eccezionali anche oltre i vincoli del Patto di Stabilità, acquisti comuni per ridurre i prezzi e priorità all’agricoltura, escludendo la produzione alimentare da ogni ipotesi di razionamento”.
Fini ha sottolineato che “la sicurezza alimentare europea va tutelata con politiche coraggiose e coordinate riconoscendo il settore primario come infrastruttura essenziale della stabilità economica, sociale e democratica del continente”. Tra i propositi del nuovo mandato di Fini, emerge con forza il riequilibrio del valore lungo la filiera agroalimentare, oggi fortemente penalizzante per gli agricoltori. Una battaglia storica di Cia-Agricoltori Italiani, con la messa in campo di una strategia in tre direzioni chiave. La prima è il miglioramento della forza collettiva dei produttori attraverso aggregazione (consorzi, Aop), integrazione verticale, progettualità condivise, inclusione giovanile e potenziamento degli strumenti interprofessionali, per definire accordi chiari e contratti tipo con regole oneste e giusta remunerazione. La seconda riguarda legalità e trasparenza, con la richiesta di sistemi di certificazioni di filiera, divieto effettivo delle vendite sotto costo, contrasto alle pratiche sleali e monitoraggio strutturale dei prezzi con l’istituzione di un Portale istituzionale. La terza direzione punta, invece, ad un nuovo patto con i cittadini, fondato sui principi di salute e sostenibilità, promuovendo tutte le forme di filiera corta a partire da botteghe e mercati contadini e pensando anche a incentivi al consumo di prodotti made in Italy. “L’intento è garantire un reddito equo alle imprese - ha spiegato Fini - e portare l’agricoltore da semplice fornitore di materia prima a partner influente e paritario nella filiera”.
Per Fini, la crisi climatica rappresenta un’inesorabile realtà che impone una risposta strutturale: siccità, alluvioni, bombe d’acqua, emergenza idrica e perdita di suolo fertile minacciano direttamente la capacità produttiva italiana. Sul fronte dell’acqua, quindi, Cia-Agricoltori Italiani, rilancia la “Carovana dell’Acqua”, progetto confederale che mappa criticità e buone pratiche in ogni regione, e soprattutto il Piano “100 Buone Opere”, che supera la logica delle liste di interventi e individua, invece, un insieme puntuale di opere cantierabili, definite grazie alla ricognizione diretta nei territori. L’associazione spiega che bisogna, poi, accelerare sulla realizzazione di bacini di accumulo, sull’efficienza delle reti (oggi si perde il 40%), sull’irrigazione di precisione e sul ruolo delle comunità energetiche rurali, che la Confederazione vuole contribuire a creare e accompagnare attraverso la Fondazione dedicata EnerCia. Sul suolo, ribadita la necessità di una legge contro il consumo indiscriminato, tutela della fertilità, recupero delle superfici abbandonate e difesa delle aree agricole. Centrale anche il rafforzamento degli strumenti assicurativi e mutualistici contro i rischi climatici e di mercato. Sul fronte dei servizi ecosistemici, Cia-Agricoltori Italiani chiede un meccanismo unico di incentivi per il carbon farming, la biodiversità e la manutenzione idrogeologica. Strategica anche l’innovazione e la ricerca, a partire dall’atteso via libera al quadro normativo europeo sulle Ngt, per assicurare produttività e adattamento climatico.
Il rilancio delle aree interne parte da un principio fondamentale, il diritto a restare, da tradurre in politiche concrete contro spopolamento e marginalizzazione. Per Fini serve un’inversione di rotta che riconosca le aree rurali non come periferia, ma come componente cruciale del Paese. In questo scenario, “l’azienda agricola è chiamata ad evolversi in un vero e proprio hub di servizi territoriali, integrando produzione, turismo, welfare, energia, ambiente e servizi sociali” e, quindi, ha sottolineato Fini, “crediamo debba nascere una figura nuova, il manager del territorio, un imprenditore agricolo capace di fornire più servizi, attivare reti, interagire con istituzioni e comunità, generare sviluppo locale. Dobbiamo creare una scuola permanente dell’agricoltore per formare il capitale umano. Servono corsi specialistici anche su Ai e big data. E noi vogliamo formare i tutor digitali rurali all’interno del sistema Cia”. Ma nessun sistema può reggere senza una rete di servizi essenziali. Il divario tra aree urbane e aree interne deve essere colmato e, per farlo, servono, secondo Cia-Agricoltori Italiani, connettività digitale, sanità di prossimità, investendo in medicina territoriale e telemedicina; scuole e istruzione come presidi di comunità, politiche abitative con incentivi ai giovani per favorire nuovi residenti, fiscalità di vantaggio con una Zes dedicata.
La Pac resta il pilastro storico dell’integrazione europea e “siamo determinati a difenderla - ha ribadito Fini - come politica pienamente comune e autonoma, con un bilancio stabile, indicizzato e adeguato alle nuove sfide”. Dopo le mobilitazioni a Bruxelles e Strasburgo “siamo riusciti a ottenere più risorse” e, proprio la scorsa settimana, alla luce della situazione geopolitica, “il Parlamento Ue ha chiesto un incremento del bilancio 2028-2034 del 10% con ricadute positive anche sui fondi Pac”. Per Fini, questa è la direzione giusta, anche se la battaglia non è ancora finita: “diciamo un deciso no ad ogni tentativo di rinazionalizzazione o di inglobare la Pac in un indistinto Fondo Unico, perché significherebbe frammentare le risorse, aumentare i rischi di tagli e mettere in pericolo la sicurezza alimentare europea”. Una Pac più forte, però, deve anche garantire semplificazione, reddito giusto e sostegno concreto alle aziende più vulnerabili. “La Pac non è una spesa, ma un investimento strategico che deve restituire dignità e prospettiva a chi vive di agricoltura”, ha aggiunto Fini. Sul fronte degli accordi commerciali internazionali, altro tema centrale, Cia-Agricoltori Italiani chiede reciprocità piena e tutela rigorosa del mercato Ue. “Non possiamo accettare accordi che aprano le porte a prodotti realizzati con standard ambientali, sociali e sanitari inferiori ai nostri. Questo non è libero commercio, ma concorrenza sleale”. Tra Mercosur e dazi Usa, serve dunque una politica commerciale europea forte, unitaria e capace di proteggere davvero la filiera agroalimentare: “gli accordi internazionali devono aprire mercati, non far chiudere aziende”.
Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha evidenziato nel suo intervento che “l’Italia è, a tutti gli effetti, una superpotenza agroalimentare. Il comparto genera circa 5 milioni di posti di lavoro, vale il 15% del Pil e ha raggiunto un record storico: 72,4 miliardi di euro di export. I nostri prodotti sono famosi in tutto il mondo, sono i nostri primi ambasciatori. Questo Governo ha scelto di rafforzare fin dal primo giorno questo sistema, con una visione strategica e mettendo a disposizione risorse che non hanno precedenti: oltre 15 miliardi di euro in appena 3 anni. Abbiamo investito nelle giovani generazioni, nell’innovazione, nell’internazionalizzazione, nella logistica, nei contratti di filiera e nello sviluppo delle energie rinnovabili, permettendo a decine di migliaia di aziende di installare impianti fotovoltaici sui propri tetti e capannoni senza, però, sottrarre all’agricoltura un metro quadro in più di suolo agricolo. Abbiamo potenziato la lotta alle frodi e alle contraffazioni, per garantire ai cittadini maggiore trasparenza, tracciabilità e qualità del prodotto. E, in un contesto internazionale tra i più complessi di sempre, stiamo focalizzando il nostro impegno per contenere i costi di produzione lungo la filiera: abbiamo prorogato il taglio delle accise sui carburanti e assicurato un credito di imposta per il gasolio agricolo per i nostri agricoltori e pescatori. Inoltre, abbiamo chiesto e ottenuto dalla Commissione Europea la sospensione del meccanismo Cbam per i fertilizzanti di importazione, con l’obiettivo di calmierare il mercato. In Europa continueremo a fare ciò che abbiamo fatto finora, ovvero difendere le nostre imprese e i nostri produttori”. Un impegno destinato a proseguire “come dimostra - ha detto la Premier - il disegno di legge “Coltiva Italia”, che sta per concludere il suo iter in Parlamento e che prevede misure concrete per rafforzare la sovranità alimentare, le filiere deboli, il ricambio generazionale e la ricerca in agricoltura”.
Il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha ricordato che “la sovranità alimentare come concetto alto che mette in condizione i popoli di essere liberi, è stata al centro della visione strategica che sin dal primo giorno abbiamo voluto inserire nel dibattito nazionale ed internazionale. Abbiamo dato l’esempio con una logica strategica che prevede tre grandi direttrici: produzione, protezione, promozione. Ritornare a parlare di agricoltura come centralità è già un risultato importante, parlare della funzione dell’agricoltura anche come tutela dell’ambiente è una grande vittoria di questi anni. I risultati stanno arrivando, i dati lo confermano. L’Istat dice che lo scorso anno il reddito degli agricoltori (in Italia, ndr) è cresciuto più che in ogni altro Paese europeo”. Riguardo all’Europa, Lollobrigida invita a passare all’azione, ad esempio, per “sospendere la tassa sull’importazione dei fertilizzanti”, in un periodo complicato dove “vanno allargate le maglie dei conti” per sostenere il comparto.
Per la Segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, “dobbiamo batterci sulla ridistribuzione del valore aggiunto lungo la filiera per garantire il giusto prezzo ai produttori agricoli. L’Europa deve cambiare, superando i veti e mettendo in campo tutte le risorse che servono per accompagnare le imprese, a partire da quelle agricole, ad affrontare questi cambiamenti. Il Next Generation Ue è stato il più grande piano di investimenti comuni della storia, però, non può fermarsi lì. Se noi non capiamo che serve proseguire con gli investimenti comuni europei non avremo gli strumenti per competere con i colossi che ci circondano e che mirano a disgregarci e schiacciarci. La risposta europea deve essere forte anche ai dazi che ha deciso l’amministrazione americana e, soprattutto, bisogna fare una battaglia vera, anche italiana, per ridurre i costi dell’energia. Altri Paesi sono riusciti a scollegare meglio i prezzi dell’energia da quelli del gas”. Ed ancora, per Schlein, serve “investire di più sulla filiera dell’energia pulita e rinnovabile perché questo in altri Paesi ha ridotto il peso del gas nella formazione del prezzo. Abbiamo fatto la proposta di legge per le aree interne, se vogliamo contrastare lo spopolamento dobbiamo portare i servizi, migliorare la connettività e le strade. Sull’internazionalizzazione bisognerà investire: è stato importante approvare un “Pacchetto Vino” che avesse tra i suoi obiettivi il sostegno all’internazionalizzazione. E poi le Indicazioni Geografiche, noi non siamo disponibili a subire incursioni di altri Paesi che non hanno basi adeguate scientifiche come l’etichettatura del Nutriscore”.

Focus - L’indagine Cia Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro”: 9 italiani su 10 temono frane, alluvioni, dissesto, ma l’agricoltura protegge
Un timore, quello per il futuro dell’agricoltura, che abbraccia anche i cittadini. Il 91% degli italiani è, infatti, preoccupato per frane, alluvioni e dissesto idrogeologico. E 3 su 4 sono convinti che il rischio sia peggiorato negli ultimi anni. Non è paura astratta: è la consapevolezza diffusa che il territorio italiano sia fragile, e che la sua tenuta dipenda, almeno in parte, da chi lo coltiva. A dirlo è l’indagine Cia Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro” elaborata dall’Ufficio studi dell’organizzazione e presentata, oggi a Roma, alla Assemblea elettiva nazionale n. 9. La survey è articolata su 4 assi strategici, e quindi innovazione, territorio, sostenibilità climatica e made in Italy. L’89% degli italiani considera l’abbandono delle aree agricole un fattore rilevante nell’aumento del rischio di frane e alluvioni. Tra le ragioni per cui gli agricoltori sono ritenuti essenziali alla sicurezza del territorio ci sono la manutenzione del suolo (58%), la cura attiva del paesaggio (54%), il presidio quotidiano delle aree fragili (42%). Oltre l’80% si dichiara d’accordo con l’affermazione che sostenere chi coltiva significhi investire nella sicurezza collettiva, il 55% lo avalla con convinzione totale. È un consenso che attraversa tutte le fasce d’età, anche se con intensità crescente: tra i 55 anni e oltre, il 67% approva il sostegno economico pubblico agli agricoltori in quanto custodi del territorio, tra i 18-24 anni, si scende al 29%.
“Questi dati ci dicono che gli italiani capiscono il ruolo dell’agricoltura - ha detto il presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini - la difesa delle aree interne non è una battaglia per pochi: riguarda l’intero Paese, la sua identità, la sua sicurezza, il suo futuro. Per questo chiediamo che l’agricoltore venga riconosciuto come manager del territorio, remunerato anche per i servizi che eroga alla collettività: manutenzione idrogeologica, presidio ambientale, cura del paesaggio”.
Capitolo giovani e agricoltura, è qui che la ricerca rivela la sua crepa più profonda. Tra i potenziali lavoratori più giovani, studenti, disoccupati attivi, Neet, il settore agricolo si ferma al 9% delle preferenze occupazionali. Distante da comunicazione e marketing (22%), Pubblica Amministrazione (21%), digitale (19%). Quasi “un settore di serie B” nell’immaginario delle nuove generazioni. Non è solo una questione di immagine. I dati mostrano che i giovani percepiscono il settore come stabile, ma poco dinamico: l’agricoltura viene indicata come il comparto meno esposto ai rischi dell’intelligenza artificiale (39% di “meno probabile”), una lettura che, a prima vista positiva, si traduce in un’ulteriore marginalizzazione dell’idea di un’agricoltura innovativa e tecnologica.
“Il problema non è solo strutturale, è anche culturale - ha sottolineato Fini - l’agricoltura deve tornare a essere raccontata come un progetto professionale vero, moderno, con prospettive di reddito e di vita dignitosa. Per questo proponiamo una scuola permanente dell’agricoltore: una formazione continua che copra business plan, Ai, finanza, multifunzionalità. E strumenti concreti per abbattere le barriere all’ingresso: dalla Società agricola emergente - una Srl con co-investimento dello Stato nella fase di avvio - a un fondo Ismea dedicato all’innovazione tecnologica per i giovani agricoltori”. Il nodo generazionale è anche fisico: nelle aree interne, molti anziani coltivano ancora perché non c’è nessuno pronto a subentrare. Cia-Agricoltori Italiani parla esplicitamente di “staffetta intergenerazionale”, un meccanismo formale di affiancamento tra agricoltori più vecchi e giovani in ingresso, sostenuto da incentivi fiscali diretti. Ma l’indagine suggerisce che, senza un cambio di percezione del settore primario (meno “fatica della terra”, più “imprenditoria territoriale”) ogni incentivo rischia di restare sulla carta. “Dobbiamo affrontare anche il tema pensionistico - ha aggiunto Fini - il miglioramento delle pensioni agricole, a partire dall’aumento del trattamento minimo, è una condizione necessaria per favorire il ricambio generazionale. Chi ha dedicato la vita alla terra merita dignità economica nell’età matura. E questo, indirettamente, libera spazio per i giovani”.

Focus - La ricerca Cia Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro”: il 51% dei consumatori compra solo made in Italy, ma quasi la metà ha già tagliato la spesa
Una buona notizia per il settore è che rimane forte il legame dei consumatori con i prodotti made in Italy. Il primo criterio di scelta al momento dell’acquisto alimentare, per oltre la metà degli italiani, è, infatti, l’origine tricolore del prodotto. Il 51% lo indica come determinante principale, davanti al prezzo (41%), alla stagionalità e al chilometro zero (intorno al 34% ciascuno). Un primato che sembra solido, ma basta scendere di un livello per trovare la crepa: l’89% degli italiani ha notato i rincari alimentari degli ultimi tempi e il 48% ha già cambiato le proprie abitudini d’acquisto di conseguenza. Il made in Italy piace, viene scelto, viene difeso, ma ha un prezzo che sempre più italiani faticano a sostenere. È la tensione centrale che emerge dalla ricerca Cia Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro”, elaborata dall’Ufficio studi dell’organizzazione e presentata in occasione dell’Assemblea elettiva nazionale n. 9, oggi a Roma.
La disponibilità a pagare di più per un prodotto certificato italiano è quasi universale nel campione ma la condizione è sempre la stessa: “entro certi limiti”. Una risposta che unisce tutte le fasce d’età, tutti i generi, tutte le aree geografiche. Non è un segnale di debolezza del brand Italia: è la fotografia di un consumatore consapevole, ma sotto pressione, che vuole fare la scelta giusta ma non può sempre permettersela. Il divario generazionale è però marcato. L’origine italiana del prodotto è determinante per il 62% degli over 55, ma solo per il 35% della fascia 18-24 anni. I giovani, al contrario, valorizzano di più l’eticità del prodotto: la indica il 30% dei 18-24, contro il 13% degli over 55. Non è indifferenza verso il made in Italy: è un vocabolario diverso per dire, in parte, la stessa cosa. Per il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, questi dati vanno letti dentro una prospettiva strategica: “i consumatori riconoscono la qualità del prodotto italiano, ma il sistema non riesce ancora a garantire che questo valore si traduca in un prezzo giusto lungo tutta la filiera, a partire dagli agricoltori. Per questo proponiamo strumenti concreti: un portale istituzionale sulle pratiche sleali, sistemi di certificazione che tutelino una quota minima del prezzo finale al produttore primario, incentivi fiscali per chi acquista prodotti agricoli made in Italy. Il consumatore vuole fare la scelta giusta: dobbiamo renderla accessibile”.
Tra i rischi percepiti per il settore agroalimentare italiano, i costi energetici guidano la classifica, indicati come minaccia principale dalla maggioranza degli intervistati. Ma il falso made in Italy pesa più della concorrenza estera a basso costo (45%). Infatti, ben il 52% degli italiani ritiene che l’Italian Sounding arrechi un danno sia di immagine che alle vendite del vero prodotto tricolore. Il 27% parla esplicitamente di sottrazione di quote di mercato e, solo il 21%, ritiene che l’effetto sia nullo o addirittura positivo. I giovani tendono a leggere l’Italian Sounding come una minaccia economica, gli adulti lo vivono come una ferita identitaria: tra i 55 anni e oltre, il 64% vi vede un danno all’immagine del vero made in Italy, contro il 33% dei 18-24.
Sul piano del posizionamento globale, il cibo italiano regge. Il 58% dei consumatori ritiene che chi all’estero acquista un prodotto alimentare tricolore cerchi qualità e autenticità. Per 1 italiano su 5, il made in Italy agroalimentare semplicemente non ha rivali: in nessun ambito il prodotto straniero è percepito come superiore. Solo il 13% cita il cibo come settore in cui l’estero eccelle, contro il 38% che indica tecnologia ed elettronica e il 34% che cita il comparto automotive.
Eppure, il 43% degli intervistati ritiene che l’eccellenza italiana sia riconosciuta solo su alcune categorie specifiche: vino, pasta, olio. Una fama percepita come concentrata, non diffusa. Un limite che Cia-Agricoltori Italiani intende affrontare valorizzando il sistema delle Indicazioni Geografiche nelle aree interne. “Il prodotto agricolo italiano vale ben oltre le tre categorie iconiche - ha evidenziato Fini - dobbiamo costruire un “nuovo patto” con i consumatori fondato su una visione One Health: la salute economica delle aziende agricole, la salute ambientale dei territori, la salute delle persone che mangiano. Ogni acquisto consapevole è un atto politico. E la filiera corta, i mercati contadini, la vendita diretta sono gli strumenti più efficaci per rendere quel patto concreto e quotidiano”.
Il quadro complessivo è quello di un consumatore né ingenuo né indifferente: riconosce il valore del cibo italiano, ne difende il primato, ma negozia continuamente questa preferenza con i vincoli del portafoglio. Il made in Italy regge sul piano simbolico ma è sul piano dell’accessibilità economica che rischia di perdere terreno. Secondo Cia-Agricoltori Italiani, la risposta non può essere solo comunicativa: serve redistribuire meglio il valore lungo la filiera, proteggere i produttori agricoli dalla concorrenza sleale e rendere la scelta italiana davvero vantaggiosa, non solo giusta.

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