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DATI

Agricoltura, alimentari e bevande generano il 4,1% del valore aggiunto dell’economia italiana

Nel Rapporto Annuale 2022 dell’Istat anche gli effetti degli shock energetico e agricolo sulle filiere produttive del Paese
AGRICOLTURA, ECONOMIA, ISTAT, SHOCK AGRICOLO, Non Solo Vino
L’agricoltura nel Rapporto Annuale 2022 dell’Istat

Le attività economiche legate al comparto agricolo e agli alimentari e bevande hanno generato il 4,1% del valore aggiunto dell’economia italiana. Al contempo, i prodotti agricoli e alimentari rappresentavano più del 10% delle esportazioni di beni (50,6 miliardi di euro) e circa l’11% delle importazioni (50,2 miliardi), nonché il 10% di quelle di input produttivi (31,1 miliardi). Ecco i numeri del comparto agricolo italiano nel Rapporto Annuale 2022 dell’Istat (che aveva presentato il Censimento dell’Agricoltura n. 7 a fine giugno), presentato oggi a Palazzo Montecitorio a Roma, focalizzato su quattro aree tematiche: Le prospettive di ripresa tra ostacoli e incertezza, Due anni di pandemia: l’impatto su cittadini e imprese, Famiglie, stranieri e nuovi cittadini e Le diverse forme della diseguaglianza. Intanto, la dipendenza della filiera agro-alimentare dai prodotti agricoli importati che è cresciuta dal 15,7% nel 2000 fino al 22,1% nel 2021 (da 4,9 a 10,5 miliardi di euro). L’aumento delle importazioni di prodotti agricoli si è accompagnato a una sostanziale stagnazione della produzione interna (il valore aggiunto in volume si è ridotto sia nel 2020 sia nel 2021, quando è stato circa 5 punti inferiore rispetto al 2010), in particolare per alcune tipologie di beni, tra cui i cereali.

In termini settoriali, nel 2021 l’agricoltura ha contribuito in misura modesta alle importazioni agricole (800 milioni), la gran parte delle quali (9,7 miliardi) è stata a servizio del comparto alimentare. Le importazioni di prodotti agricoli costituiscono circa il 30% del fabbisogno del settore stesso, mentre i prodotti chimici di base rappresentano il 7,6% del valore degli input produttivi dell’agricoltura. Per questi beni il grado di dipendenza dalle importazioni è stato pari al 48,7% nel 2019, circa 2 punti percentuali in più del 2011. In questo contesto, il forte rialzo delle quotazioni internazionali dei cereali e dei fertilizzanti (oltre che dell’energia) può generare criticità rilevanti sulla filiera agro-alimentare. Il prezzo medio del grano è infatti quasi raddoppiato tra il 2020 e il primo quadrimestre 2022, con un’accelerazione a partire da febbraio. I fertilizzanti, di cui Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori al mondo, hanno anch’essi mostrato forti rincari, con prezzi aumentati tra il 2020 e il 2022 di oltre 3,1 volte.

Questa pressione sui prezzi degli input produttivi, inoltre, si è innestata in una fase di stagnazione dei margini dei produttori agricoli, dopo la forte discesa del decennio precedente, che rende difficile assorbire l’aumento dei costi di produzione senza scaricarli sul prezzo di vendita. L’incremento dei prezzi delle materie prime agricole ha generato una spinta inflazionistica sui prezzi al consumo dei beni alimentari, aumentati del 6,8% tendenziale ad aprile 2022 e del 9% tra la media del 2019 e il primo quadrimestre del 2022.


Focus - La trasmissione degli shock energetico e agricolo sull’economia italiana

L’aumento dei prezzi degli input energetici e agricoli, come visto, rappresenta un fattore di forte rischio per la ripresa. D’altra parte, il conflitto russo-ucraino, la cui evoluzione è molto incerta, non consente di escludere la possibilità di una riduzione o parziale interruzione delle forniture agro-alimentari (cereali e fertilizzanti) e degli approvvigionamenti energetici (gas naturale). In questo ambito è utile considerare i meccanismi di trasmissione degli shock sui prezzi e di eventuali vincoli agli approvvigionamenti, in modo da identificare le parti del sistema produttivo che sarebbero colpite prima e in misura più estesa. A tal fine, è possibile analizzare le caratteristiche della trasmissione degli shock all’interno del sistema produttivo italiano che permetta di valutare in che misura i settori economici subiscono le conseguenze dell’aumento dei prezzi e di possibili vincoli agli approvvigionamenti.
I sei comparti inclusi nel sistema di trasmissione primario degli shock agricoli rappresentano il 16,9% del valore aggiunto complessivo e il 20% delle esportazioni italiane, mentre i tredici comparti che fanno parte della rete di propagazione primaria degli shock energetici generano il 16,4% del valore aggiunto e il 25,2% delle esportazioni. Ne consegue che una variazione dei prezzi e/o una strozzatura nelle forniture di beni agricoli ed energetici toccherebbe in maniera più diretta circa un terzo dell’economia in termini di valore aggiunto, quasi la metà delle esportazioni. Per quanticare gli effetti complessivi su ciascun settore, in primo luogo si è misurata la variazione settoriale dei prezzi dell’output in risposta all’incremento dei prezzi dei prodotti agricoli ed energetici, in secondo luogo, si è misurata la contrazione del valore aggiunto dei settori produttivi connessa a una riduzione del 10% delle forniture internazionali di materie prime energetiche e agricole. L’aumento delle quotazioni internazionali dei prodotti energetici e agricoli comporterebbe, a parità di altre condizioni e senza considerare gli effetti dinamici, un aumento medio dei prezzi alla produzione pari all’8,4%, 6,7 punti percentuali in ragione dell’aumento dei prezzi dell’energia e 1,7 punti a causa del rialzo del costo delle materie prime agricole.
Gli incrementi maggiori si avrebbero nei settori della raffinazione (+148%), dell’energia (+26,7%), degli alimentari e bevande (23,6%) e del commercio all’ingrosso (+17,9%). Rialzi significativi si avrebbero anche in altri comparti rilevanti per i consumi finali (7,8% per l’agricoltura e 7,7% per alberghi e ristoranti) e per le filiere manifatturiere (7,5% nella chimica, 6,5% nella metallurgia, 6% per il comparto del tessile, abbigliamento e pelli). Simulando gli effetti di una riduzione del 10% delle forniture energetiche e agricole (in termini di valore), si stima una contrazione del valore aggiunto (a prezzi correnti) del sistema produttivo di circa 18 miliardi di euro, con una diminuzione pari al -1,2%, di cui 0,7 punti percentuali ascrivibili all’effetto del vincolo sulle forniture energetiche e 0,5 punti quale impatto della contrazione dell’offerta di prodotti agricoli. Effetti particolarmente rilevanti, oltre che sul settore estrattivo, si avrebbero anche sulla raffinazione (-9,3%), sull’agricoltura (-6,7%) e sull’energia (-5,4%). Un impatto di minore entità ancorché significativo si avrebbe poi per i comparti del legno (-3,6%), dei metalli non metalliferi (-2,3%), degli alimentari e bevande (-2,2%) e della chimica (-2,1%).
Nel loro complesso, dunque, potenziali shock sui mercati energetico e agricolo potrebbero produrre effetti estesi seppure con una propagazione tutto sommato lenta, colpendo in maniera significativa un insieme di comparti produttivi particolarmente rilevanti sia per quanto concerne il loro impatto sui prezzi e gli approvvigionamenti di beni e servizi di largo consumo (energia, carburanti, alimentari e bevande, trasporti, alberghi e ristoranti), sia per quanto attiene al loro ruolo all’interno del modello di specializzazione italiano e nelle esportazioni (tessile, abbigliamento e pelli, minerali non metalliferi, metallurgia). D’altra parte, va segnalato come già nel 2018 il 7,5% delle imprese e il 10,8% di quelle industriali producesse o recuperasse energia elettrica o termica da fonti rinnovabili e dai processi produttivi stessi. Si tratta però di un fenomeno molto eterogeneo dal punto di vista dimensionale: nelle grandi imprese con almeno 250 addetti, l’incidenza sale al 28,3% in totale, e al 38,5% nell’industria. L’impatto degli aumenti di prezzo e di un’eventuale razionamento delle forniture energetiche è quindi molto differenziato per dimensioni d’impresa.

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