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ATTUALITÀ

Caro materie prime, peste suina, guerra: l’emergenza riporta l’agricoltura al centro della cronaca

Dalla pandemia a oggi, tante crisi da affrontare. E la filiera agricola e alimentare, indispensabile per la vita, torna protagonista del dibattito
AGRICOLTURA, CRISI, GRANO, PESTE SUINA, Non Solo Vino
Le emergenze riportano l’agricoltura al centro della cronaca

Nei mesi più difficili della pandemia, la filiera agricola e alimentare è stata più volte elogiata per la sua capacità di garantire cibo a tutti, nonostante le difficoltà logistiche e sanitarie. E più volte abbiamo riflettuto su come quei tempi che oggi sembrano lontani, abbiano portato a rivalutare il rapporto con l’agricoltura, il cibo, con i borghi e le campagne, anche insieme a personalità come lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari, o con Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, o ancora con Carlin Petrini, presidente e fondatore Slow Food, solo per citare alcuni esempi tra i tanti. Oggi, l’inflazione, il caro materie prime, i problemi nei trasporti, le conseguenze dirette ed indirette dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e di una guerra che dura ormai da quasi tre mesi, i prezzi allo scaffale che aumentano, il dibattito sull’auto approvvigionamento alimentare che è tornato a riaccendersi, agricoltura e produzione di cibo sono ancora più al centro delle cronache e dell’attualità, quasi che siano servite delle crisi profonde per tornare ad affermare un qualcosa che è banale, ovvio, ma evidentemente non scontato, ovvero il ruolo indispensabile ed insostituibile del comparto agricolo e alimentare per la vita della persone. E di emergenze, dalla possibile scarsità di grano (per ora remota in Italia, più probabile in altre aree del mondo come il Nord Africa), alla peste suina che mette a rischio allevamenti italiani ed esportazioni, purtroppo, non ne mancano.
Il tema del grano duro, per esempio (sostanzialmente quello utilizzato per produrre la pasta secca, ndr), è stato affrontato a “Durum Days 2022”, l’evento che ogni anno chiama a confronto tutti gli attori della filiera per fare il punto sulle previsioni della campagna, a Foggia, con di Assosementi, Cia - Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri, Alleanza Cooperative Agroalimentari, Compag, Italmopa, Unione Italiana Food e Crea. Da cui è emerso che “restano sostenuti i prezzi del grano duro, con quotazioni superiori del 70-80% sul 2021. A maggio il prezzo della Camera di Commercio di Foggia si è attestato sui 544,50 euro a tonnellata, un valore non distante dai picchi massimi toccati a gennaio 2022”. Ed è difficile, al momento, ipotizzare riduzioni di prezzo superiori al 15%, anche per il sostegno che arriva da condizioni sempre più critiche sul generale mercato dei cereali. In Europa il clima secco sta mettendo a rischio il raccolto di frumento duro, soprattutto in Francia, mentre in Italia le recenti piogge potrebbero non essere sufficienti a compensare la siccità dei mesi precedenti, anche alla luce dei ritardi delle semine, ed in considerazione dell’ondata di caldo che sta investendo il Paese. Le prospettive di riduzione dei prezzi per il grano duro, peraltro modeste, restano quindi subordinate ai rischi di ulteriore deterioramento delle produzioni per via dell’impatto climatico. La produzione nazionale faticherebbe a raggiungere i 4 milioni di tonnellate, facendo quindi registrare un leggero calo rispetto alla campagna precedente.
Secondo le previsioni elaborate da Areté, società di ricerca e consulenza specializzata nell’agri-food, dopo il pesante impatto della siccità che, nella scorsa campagna, ha compromesso oltre la metà del raccolto atteso in Nord America, anche per la campagna 2022-23 (che si apre a giugno 2022), le condizioni climatiche non ottimali stanno ipotecando le produzioni attese. In Nord America (Usa e Canada), i ritardi nelle semine e la siccità stanno limitando le potenzialità di rimbalzo dell’offerta, comunque significative dopo la produzione deludente della scorsa campagna. In Canada, dove l’aumento atteso delle aree seminate è superiore al 10%, le stime di Areté prevedono produzioni che non andranno oltre i 5,5 milioni di tonnellate: non certo un dato record, ma comunque un recupero importante rispetto al dato precedente di 2,6 milioni di tonnellate. Tornando invece alle previsioni di resa del grano duro per l’Italia, sono pesanti le incognite legate ai cambiamenti climatici.</> Secondo il Centro di Cerealicoltura e Colture Industriali del Crea, il più importante ente di ricerca dedicato all’agroalimentare, “nelle regioni meridionali, le semine scalari di inizio stagione, dovute alle abbondanti precipitazioni, unitamente alle basse temperature del periodo primaverile hanno provocato un allungamento del ciclo della coltura, costringendola ad una fase di riempimento della granella con temperature in forte aumento. Pertanto, in questi areali, se le condizioni meteorologiche permangono stabili, la produzione media attesa potrebbe essere limitata. Nelle regioni centro-settentrionali, superato l’allarme siccità del periodo invernale-primaverile, al momento la coltivazione si presenta in buone condizioni anche dal punto di vista fitosanitario. Resta anche al Nord l’incognita meteorologica delle prossime settimane che potrebbe influenzare ancora la produzione finale.
Ma più in generale, “l’andamento climatico dell’ultimo anno, con il moltiplicarsi di eventi estremi, taglia di 4 milioni di tonnellate la produzione mondiale di grano, che scende a 774,8 milioni di tonnellate con le scorte globali dovrebbero ammontare a 267 milioni di tonnellate, in calo per il secondo anno consecutivo e al livello più basso degli ultimi sei anni”, afferma la Coldiretti in riferimento al rapporto “Stato del clima globale nel 2021” della “World Meteorological Organization”, agenzia della Nazioni Unite.
“I raccolti di grano sono in calo nei diversi continenti, dall’Australia al Marocco, dove si stima la minore produzione dal 2007/08 a causa della siccità, fino in India, dove il governo di Delhi ha bloccato le esportazioni per garantire adeguate forniture alla popolazione, ma in difficoltà con cali produttivi per il grano ci sono anche alcune aree degli Stati Uniti e la Cina, il secondo produttore mondiale. Anche in Europa il grande caldo sta colpendo Germania, Francia, Spagna e Italia. con i raccolti sono stimati in lieve calo, secondo le previsioni del Dipartimento all’Agricoltura degli Stati Uniti (Usda)”, spiega la Coldiretti. Secondo cui “il cambiamento climatico aggrava a livello globale gli effetti negativi sulla sicurezza alimentare mondiale della guerra, con la produzione di grano in Ucraina che è stimata in calo di 1/3 rispetto all’anno precedente per la riduzione delle superfici e delle rese a causa dell’invasione della Russia”. Russia e Ucraina, ricorda la Coldiretti, rappresentano insieme circa il 28% delle forniture mondiali di grano che sono in parte bloccati per la chiusura dei porti sul Mar Nero, che impediscono le esportazioni. dipendono da Mosca e Kiev per oltre la metà delle importazioni di grano ben 36 Paesi, molti dei quali si trovano in condizioni di grave povertà come Libano, Siria, Yemen, Somalia and Repubblica democratica del Congo, secondo la Fao. “Una situazione che - denuncia la Coldiretti - nei paesi ricchi genera inflazione e mancanza di alcuni prodotti, come racconta il record dell’aumento dei prezzi degli ultimi 40 anni fatto segnare in Gran Bretagna, ma in quelli poveri allarga l’area dell’indigenza alimentare con il rischio di carestie in Africa e in Asia. Le difficoltà nella produzione e nel commercio stanno alimentando l’interesse sul mercato delle materie prime agricole della speculazione che si sposta dai mercati finanziari ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato che trovano nei contratti derivati “future” uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto, a danno degli agricoltori e dei consumatori”.
Ma se questa è un’emergenza mondiale, in Italia ce ne anche un’altra, fino ad oggi, forse sottovalutata, che è quella della peste suina, rinvenuta in cinghiali prima in Piemonte e Liguria, e poi nel Lazio, ed in particolare a Roma. E così, la stessa Coldiretti, insieme a Filiera Italia (fondazione che riunisce player di primo piano del settore, da Agrinsieme a Coldiretti, da Aia ad Amadori, da Biraghi a Bonifiche Ferraresi, da Campari a Carrefour, da Cirio a Conad, da De Cecco a Farchioni, da Fileni a Olitalia, da Plasmon a Rigamonti, con top brand del vino come Bellavista, Donnafugata e Marchesi Antinori), hanno scritto al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e ai Ministri delle Politiche Agricole, Stefano Patuanelli, e della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, nel giorno in cui partono le macellazioni preventive dei suini nella “zona rossa” stabilità proprio a Roma.
“Serve un cambio di passo nella gestione dell’emergenza e nuovi rapidi interventi per l’abbattimento ed il contrasto al proliferare dei cinghiali in tutto il Paese, per fermare la diffusione della Peste Suina Africana che mette a rischio la sopravvivenza di 29.000 allevamenti italiani e un intero comparto strategico, che genera un fatturato di 20 miliardi di euro l’anno e garantisce occupazione per 100.000 persone nella filiera suinicola”, spiegano Coldiretti e Filiera Italia.
Oltre alle misure di protezione, di progettazione di idonee recinzioni e all’adozione di tutte le indispensabili misure di biosicurezza, “come Coldiretti e Filiera Italia riteniamo necessaria una radicale azione di depopolamento dei cinghiali, la cui proliferazione è diventata, ormai, numericamente ingestibile, attraverso le attività venatorie, le azioni di controllo della legge 157/92 con l’articolo 19, e le azioni programmabili nella rete delle aree protette. Siamo basiti che nel Lazio - sostengono Ettore Prandini, presidente Coldiretti, e Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia - occorrano altre tre settimane per partire con gli abbattimenti selettivi, anche per difendere l’immagine di Roma e dell’Italia nel mondo. Stiamo già oggi vedendo calare le nostre esportazioni, dando un vantaggio competitivo per le imprese del settore dei Paesi terzi e riteniamo inevitabile lo stanziamento di nuove forme di sostegno al fine di garantire un’efficace strategia di contenimento ed evitare la catastrofe che porterà a costi superiori ad 1,4 miliardi di euro solo per l’indennità di abbattimento dei suini, secondo le stime del Ministero della Salute e Ismea. È auspicabile infine - concludono i presidenti di Coldiretti e Filiera Italia - che al Commissario per l’emergenza vengano assegnati strumenti utili a raggiungere l’obiettivo di salvaguardare con efficacia la filiera, provvedendo al contenimento del virus di peste suina africana, poiché gli interventi preventivi e rapidi a livello regionale e nazionale non sono più rinviabili”.
Insomma, i problemi non mancano, ma arriva anche qualche buona notizia. Una, certificata ieri dai dati Istat, è la crescita delle esportazioni agroalimentari nei primi 3 mesi del 2022, a +21,5 sul 2021, poi chiuso con il record di 52 miliardi di euro. L’altra, di queste ore, è l’approvazione, da parte della Commissione Europea, di un regime quadro italiano da 1,2 miliardi di euro di aiuti a dell’agricoltura, silvicoltura, pesca e acquacoltura per i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia. Il via libera, riporta una nota, arriva nell’ambito del quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato, adottato dalla Commissione nel marzo scorso, che riconosce come l’economia dell’Ue stia subendo un grave turbamento. I beneficiari ammissibili avranno diritto a ricevere aiuti di importo limitato in forma di sovvenzioni dirette; agevolazioni fiscali o di pagamento; anticipi rimborsabili; e riduzione o esenzione dal pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali. La misura sarà accessibile alle imprese di tutte le dimensioni attive nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca e dell’acquacoltura colpite dall’aumento dei prezzi dell’elettricità, dei mangimi e dei carburanti causato dall’attuale crisi geopolitica e dalle relative sanzioni. Bruxelles spiega di aver valutato il regime italiano in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. In particolare, gli aiuti non supereranno il massimale di 35.000 euro per beneficiari attivi nella produzione primaria nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca e dell’acquacoltura e di 400.000 euro per imprese operanti in tutti gli altri settori. E saranno concessi entro il 31 dicembre 2022. La Commissione ha concluso che il regime italiano è “necessario, adeguato e proporzionato”.

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