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FOOD

Come cambia l’alimentazione in Italia e nel mondo: più attenzione al cibo sano e sostenibile

La ricerca della Rome Business School su come l’emergenza epidemiologica ha contribuito a rivoluzionare i consumi alimentari
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Come cambia l’alimentazione in Italia e nel mondo

Una ritrovata attenzione per il cibo sano e per le materie prime. Cambiano le abitudini alimentari e la qualità passa in primo piano. A dirlo è una ricerca effettuata da Rome Business School, la prima in Italia in quanto a presenze internazionali con studenti provenienti da 150 Paesi, sul tema de “L’importanza di un’alimentazione sana: trend e sfide in Italia e nel mondo”. Secondo lo studio, nell’ultimo anno si è registrato un incremento dell’interesse dei consumatori verso un’alimentazione sana con gli alti tassi di obesità e diabete che hanno reso la popolazione mondiale ed italiana sempre più consapevole della relazione tra cibo e salute a lungo termine, mentre la corrente emergenza epidemiologica da Covid-19 ha contribuito a rivoluzionare i consumi alimentari, non solo del Paese, ma di tutto il mondo.
L’obbligo domiciliare ha infatti portato ad un elevato acquisto di prodotti alimentari da dispensa (il 37% in più rispetto al 10% dei cibi freschi) e ad un ritorno al consumo di cibi “semplici” come farina, pane e riso il cui utilizzo è triplicato nel 2020. L’emergenza sanitaria ha inoltre evidenziato la particolare attenzione che i consumatori hanno nei confronti dell’origine del prodotto alimentare e della materia prima utilizzata nel processo di lavorazione. Rome Business School Research Center ha messo in luce diversi macro-fattori che caratterizzano le principali tendenze legate al mercato alimentare attuale. L’aumento della popolazione mondiale (+10% da 7 a 7,7 miliardi di abitanti) ed i cambiamenti sulle scelte dei prodotti di consumo dell’ultimo anno, hanno portato ad un incremento della produzione di cereali del 17,3% dal 2012 ad oggi. Basti pensare che a livello mondiale il 60% dell’alimentazione si basa su 3 cereali: grano, riso e mais, riscontrando un miglioramento sulla qualità della vita derivante da un elevato consumo di cibi “semplici” e poco raffinati. Per quanto riguarda il nostro Paese, il made in Italy dei prodotti alimentari incide per il 24,4% sul fatturato del largo consumo agro-alimentare, riscontrando oltre 2,34 miliardi di euro di sell-out per tutti i prodotti che sottolineano la loro identità regionale sulle confezioni. Su questo fronte si registra una crescente attenzione per l’autarchia alimentare con i consumatori particolarmente attratti all’italianità, con un giro di affari complessivo che è arrivato a superare i 7,1 miliardi di euro.
Ma la crescente attenzione verso un alimentazione sana e sostenibile è una tendenza che si sta affermando in tutto il mondo e che sta indirizzando la produzione delle aziende verso prodotti più salutari prediligendo ingredienti sostenibili ed a “km 0”. In Italia le grandi catene alimentari puntano sempre di più sull’identità regionale dei prodotti che hanno registrato un balzo sulle proprie vendite del 26% nell’ultimo anno. In tale contesto la classifica delle regioni più presenti sulle etichette dei prodotti alimentari vede al primo posto il Trentino-Alto Adige (mentre nel Lazio si registra un calo importante rispetto al 2018 pari al 2%) e a seguire Piemonte ed Emilia Romagna. La ricerca ha inoltre evidenziato una sostanziale attenzione dei consumatori particolarmente attratti dall’“italianità”, con un giro d’affari complessivo che è arrivato a superare i 7,1 miliardi di euro nel 2019. Restando in Italia l’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha generato un problema: l’aumento degli indici legati all’obesità infantile, causato dal lungo tempo trascorso tra le mura domestiche che ha favorito la tendenza ad una alimentazione disordinata e poco sana.
La sfida della lotta all’obesità, fenomeno in crescita in tutto il mondo, resta comunque in primo piano come una delle maggiori priorità su scala globale. A tal proposito, la ricerca rileva che una riduzione pari al 20% delle calorie negli alimenti ad alto contenuto di zucchero, sale, calorie e grassi saturi, potrebbe prevenire 688.000 malattie non trasmissibili entro il 2050, far risparmiare 278 milioni di euro all’anno in spesa sanitaria, far aumentare l’occupazione e la produttività di una quota pari a 18.000 lavoratori a tempo pieno all’anno. La ricerca ha voluto approfondire dinamiche e trend di un settore chiave per l’economia del nostro Paese ma a forte prospezione internazionale come quello legato all’alimentazione e che a causa dell’emergenza sanitaria subirà importanti evoluzioni che dovranno essere accompagnati e sostenuti a vario titolo dai singoli attori del sistema. Tra questi, sostiene la ricerca, le istituzioni che potranno promuovere l’adozione di abitudini di vita e alimentari sempre più salutari e corretti, incentivare l’industria a continuare a fare ricerca e innovazione verso forme di convenience food a più elevato livello nutritivo e favorire la diffusione sui mercati globali non solo dei prodotti ma di veri e propri stili alimentari adatti a contesti sempre più multietnici. Queste nuove sfide chiamano in causa anche gli attori della formazione e in particolare le realtà come Rome Business School che al riguardo ha messo a punto percorsi di specializzazione di avanguardia proprio per formare con nuove competenze e capacità manager e operatori del settore food e ristorazione affinchè siano all’altezza di intraprendere questo cambio di prospettiva.

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