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LO SCENARIO

Dal 3 aprile 2025 dazi al 20% su tutte le merci Ue: l’annuncio del presidente Usa, Donald Trump

Ed altri dazi “reciproci” a tanti Paesi, della metà di quelli che gli altri applicano agli States. Trump: “è dichiarazione di indipendenza economica”

Nuovi dazi “reciproci”, al 20% su tutte le merci europee, e quindi, par di capire, anche su vino, spirits - che subiranno danni importanti ma che almeno non avranno dazi al 200% come minacciato nei giorni scorsi - e prodotti agroalimentari, a fronte di una media tariffaria del 39% da parte dell’Europa sulle merci americane, e in generale tariffe della metà, per tanti Paesi del mondo, dalla Cina al Giappone, dall’India alla Svizzera, e non solo, rispetto a quelli che gli altri Paesi, secondo i calcoli del Governo americano, impongono ai beni fatti dagli Stati Uniti. E del 25% su tutte le auto prodotte fuori dagli States. Funzioneranno così, dalla mezzanotte di Washington Dc, le 6 di mattina ora italiana, i dazi “reciproci” annunciati da Trump, contenuti nell’Ordine Esecutivo firmato dal presidente Usa. Così ha detto lo stesso Trump, nella conferenza stampa dal “Giardino delle Rose” della Casa Bianca, ribadendo più volte che si tratta di “dazi reciproci”. In particolare, guardando agli altri Paesi produttori di vino, competitor di quelli europei, Italia e Francia in testa, che quindi passano sostanzialmente da dazi 0 a dazi del 20%, si nota come un dazio reciproco da parte Usa, spesso “1 a 1”, del 10% (soglia minima decisa da Trump), è previsto sulle merci di Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Brasile e Cile.
“Cari Americani, è il giorno della liberazione che aspettiamo da tanto tempo, il 2 aprile 2025, ci riprenderemo il nostro destino e faremo dell’America un Paese di nuovo ricco. Ci hanno depredato, saccheggiato, le vostre aziende sono state saccheggiate, hanno rubato il sogno americano.
Tra qualche minuto - ha detto Trump - firmerò un’ordine esecutivo con dazi reciproci a vari Paesi nel mondo. È un giorno storico, una dichiarazione di indipendenza economica. Tanti Paesi si sono arricchiti a nostre spese, ora è il tempo per noi di prosperare, diventeremo più potenti che mai. Torneranno le fabbriche, la produzione, avremo prezzi più bassi per i consumatori americani. Ci sono tante barriere non monetarie che hanno danneggiato la nostra industria, chi ci ha rubato la proprietà intellettuale. Se ne parla da anni di queste tariffe, li trovati nel report “Foreing trade barriers” che abbiamo voluto, un’opera importante, riuscirete a capire cosa ci hanno fatto gli altri negli ultimi 30 anni. Non abbiamo mai reagito, ma è il passato. De mezzanotte imporremo il 25% di dazi sulle automobili prodotte all’estero. Ci sarà un grande risveglio industriale, ma sosterremo anche i nostri ranch, la nostra agricoltura. Siamo qui per proteggere gli interessi di lavoratori e lavoratrici americane, per dire ancora una volta “America First”, ha detto tra le altre cose Trump, che poi ha ribadito: “da domani gli Usa avranno i dazi doganali reciproci con altre Nazioni. Ci riflettiamo da anni, ma non lo abbiamo mai fatto fino ad ora, e vediamo dove siamo arrivati. Siamo stati sempre troppo gentili. Imporremo dazi della metà di quanto ci fanno pagare gli altri. La Cina ci fa pagare il 67%, noi mettiamo il 34%, l’Ue ci fa pagare il 39%, i nostri amici dell’Unione Europea, che ci hanno rubato tanto denaro, a loro faremo pagare il 20%. il Regno Unito ci fa pagare il 10%, e imporremo il 10%. Chi vuole zero dazi, può investire qui, e venire a produrre in America”, ha detto Trump, sventolando un tabellone con le percentuali dei dazi reciproci, davanti ad una platea di giornalisti e rappresentanti della “working class”, in particolari del settore metalmeccanico. Ribadendo che con “questo sistema tante aziende della tecnologia, dell’industria e non solo, hanno già previsto 6.000 miliardi di dollari di investimento, il cambiamento è già in atto”.
Tra le prime reazioni dal mondo del vino e dell’agroalimentare italiano ed europeo, arriva quella della Ceev, che rappresenta le imprese del vino Ue (di cui fanno parte, per l’Italia, Federvini ed Unione Italiana Vini - Uiv): “le tariffe reciproche annunciate sui vini dell’Ue danneggeranno duramente le aziende vinicole europee e creerebbero incertezza economica, con conseguenti licenziamenti, investimenti differiti e aumenti di prezzo. Prendere di mira il vino dell’Unione Europea porterà solo a perdenti su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha dichiarato Marzia Varvaglione, presidente Comité Européen des Entreprises Vins. “Il mercato vinicolo statunitense - ha aggiunto - è fondamentale per la sostenibilità economica del settore vinicolo dell’Ue. Non esiste un mercato vinicolo alternativo che possa compensare la perdita del mercato statunitense”.
I settori vinicoli dell’Ue e degli Stati Uniti, ricorda la Ceev, hanno mantenuto una stretta collaborazione per anni e sostengono con forza il commercio libero ed equo e i mercati aperti per il vino. La nostra relazione commerciale nel settore vinicolo è la più grande al mondo e un motore fondamentale per la crescita delle esportazioni di vino sia per l’Ue che per gli Stati Uniti. Questa collaborazione tra i settori vinicoli statunitense ed europeo ha preso forma nel 2020 con la firma di una dichiarazione congiunta - la Dichiarazione di principi Ue-Usa sul commercio nel settore vinicolo - che sottolinea l’importanza del commercio libero ed equo nell’industria vinicola. Per Ignacio Sánchez Recarte, segretario generale Ceev, “l’imposizione di dazi reciproci sul commercio transatlantico di vino appare ingiustificata, considerando la minima differenza tra i dazi Ue e quelli statunitensi sui prodotti vinicoli. Insieme ai nostri colleghi statunitensi, ci siamo costantemente opposti all’imposizione di tariffe sul vino in tutto il mondo e abbiamo costantemente chiesto la rimozione dei dazi applicati nei nostri mercati. Invitiamo l’Ue e gli Stati Uniti a rinnovare gli sforzi per trovare una soluzione negoziata che impedisca l’applicazione di tariffe sui prodotti vinicoli. Questa soluzione potrebbe prendere la forma di una Wine Fair e di un Accordo Commerciale Reciproco”. Reazione in linea con quella della Ceev, quella della Federvini, guidata da Micaela Pallini (e da Albiera Antinori per il Gruppo Vino): “Federvini esprime profondo rammarico e forte preoccupazione a seguito della decisione assunta dall’Amministrazione Statunitense di applicare dazi sui prodotti importati dall’Unione Europea. Una scelta che rappresenta un grave passo indietro nei princìpi di libero scambio internazionale e che danneggerà pesantemente l’interscambio transatlantico, con effetti particolarmente dannosi sulla competitività delle imprese del settore agroalimentare. Il solo comparto di vini, spiriti e aceti italiani vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti e coinvolge 40.000 imprese e più di 450.000 lavoratori lungo l’intera filiera. La misura avrà impatti rilevanti anche su consumatori e operatori oltreoceano: sono migliaia gli addetti delle società Usa coinvolti nell’importazione e distribuzione di questi prodotti, e l’aumento dei prezzi non sarà limitato ai dazi imposti, ma si estenderà a tutta la catena commerciale”.
“La decisione di applicare dazi alle esportazioni europee negli Stati Uniti rappresenta un danno gravissimo per il nostro settore e un attacco diretto al libero mercato. Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli Usa. Ora rischiamo di rivivere quel trauma economico, con ripercussioni pesantissime su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumatore finale. Serve ora più che mai compattezza e determinazione da parte delle nostre istituzioni per contenere gli effetti devastanti di queste misure inutilmente protezionistiche e antistoriche”, ha dichiarato la presidente Federvini, Micaela Pallini. Secondo Federvini, dalle tavole dei consumatori statunitensi scompariranno molte etichette, non sostituibili da produzioni locali, mentre in Italia e in Europa si profila una grave crisi produttiva e occupazionale. “Federvini, in piena sintonia con le associazioni di rappresentanza internazionali del settore vino e spiriti, che da tempo si sono attivate congiuntamente chiedendo una risoluzione diplomatica equa e rispettosa delle norme del commercio internazionale, rinnova l’appello alle istituzioni europee e nazionali affinché si impegnino con massima urgenza a riaprire il dialogo transatlantico e lavorare a una soluzione negoziata, capace di scongiurare uno scenario così critico”, conclude una nota.
Meno catastrofica, nei toni, la reazione del Consorzio del Parmigiano Reggiano: “apprendiamo ora dai media che gli Usa hanno introdotto tariffe aggiuntive pari al 20%. Si tratta di una tariffa fissa su tutte le importazioni che colpisce anche il nostro prodotto. I dazi sul nostro prodotto passano quindi dal 15% al 35%”, spiega il Consorzio, considerando i nuovi dazi Usa aggiuntivi, quindi, sulle tariffe già esistenti. “Di certo la notizia non ci rende felici - ha commentato il presidente del Consorzio, Nicola Bertinelli - ma il Parmigiano Reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente ad una riduzione dei consumi. Lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire per quale motivo non ha senso applicare dazi a un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani. Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale. Il Parmigiano Reggiano copre il 7% del mercato dei formaggi duri a stelle e strisce e viene venduto a un prezzo più che doppio rispetto a quello dei parmesan locali. Noi non siamo affatto in concorrenza coi formaggi locali: si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti: è pertanto assurdo colpire un prodotto di nicchia come il Parmigiano Reggiano per proteggere l’economia americana. Nel 2019, quando Trump introdusse tariffe aggiuntive pari al 25%, il Parmigiano Reggiano fu il prodotto più colpito con un incremento del prezzo a scaffale dai 40 ai 45 dollari al chilo. Fortunatamente i dazi sono poi stati sospesi il 6 marzo del 2021 e non ci hanno creato problemi in termini di vendite. Gli americani hanno continuato a sceglierci anche quando il prezzo è aumentato. Negli Stati Uniti chi compra il Parmigiano Reggiano fa una scelta consapevole: ha infatti un 93% di mercato di alternative che costano 2-3 volte meno. Imporre dazi su un prodotto come il nostro aumenta solo il prezzo per i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali. È una scelta che danneggia tutti. Oggi, il vero nemico dei produttori di latte non sono le loro controparti estere, ma i prodotti che vengono chiamati “latte” o “formaggio” pur non avendo alcuno legame con terra e animali, come i cibi a fermentazione cellulare”. Dai mercati, intanto, dopo l’annuncio di Trump (a borse chiuse), il dollaro segna una netta caduta sull’euro: le quotazioni euro contro dollaro, riporta l’Ansa, viaggiano a oltre 1,09 dollari da 1,0840 di prima dell’annuncio di Trump e contro 1,0793 di ieri. In calo i titoli di Stato Usa, con conseguente rialzo dei rendimenti che per il treasury decennale viaggiano ai massimi di seduta al 4,231%.Di diverso tenore il commento di Coldiretti: “il dazio al 20% su tutti i prodotti agroalimentari made in Italy porterà ad un rincaro da 1,6 miliardi per i consumatori americani, con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, oltre ad incrementare il fenomeno dell’italian sounding. Al calo delle vendite va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni, da calcolare filiera per filiera, legato all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati. Occorre ora lavorare a una soluzione diplomatica che venga portata avanti in sede europea”, conclude Coldiretti.
Insomma, in attesa di ulteriori dettagli, di vedere i testi del provvedimento di Trump, e delle reazioni di domani da parte di Ue, Governi nazionali e mercati, quello in arrivo, ora ufficialmente, è un vero e proprio shock economico a livello mondiale, di cui è difficile immaginare la portata diretta e indiretta. Basti pensare che solo sull’asse, tra America ed Europa, che interessa il mondo, visto che, nel 2023, su questa rotta si sono mossi 1.600 miliardi di euro in beni e servizi, pari al 30% del commercio mondiale, secondo i dati del Consiglio Europeo. Una rotta fondamentale, anche per il il made in Italy agroalimentare, che, negli States, ha il suo primo partner extra Ue, con 7,8 miliardi di euro di esportazioni nel 2024 (su 69 miliardi totali), con una crescita del 17% sul 2023, ed il vino in particolare, che vede negli States il suo primo mercato straniero, con 1,9 miliardi di euro su 8,1 complessivi, e che con le spedizioni già fermate da settimane da parte del trade Usa, sta già subendo un danno notevole, quantificato i 6 milioni di euro al giorno, da Coldiretti.

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