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DALLA SICILIA

Gregoire Desforges: “il vino non conosce cattive intenzioni, perché è un atto culturale”

Nuova generazione di Baglio di Pianetto, fondata da Paolo Marzotto, ha lanciato una campagna di comunicazione, come stanno facendo sempre più cantine

Quale può essere la molla che fa scattare l’idea di fare una campagna promozionale sul vino, e non solo sul proprio, ma su tutto il vino italiano, da parte di una piccola e prestigiosa cantina “gioiello” della Sicilia? Se la mente dall’isola riporta in terraferma, e dal “continente enoico” siciliano al Veneto, da dove Signorvino, la celebre catena di enoteche con cucina del Gruppo Oniverse della famiglia Veronesi ha lanciato “Il gusto di sentirsi bene”, una “controffensiva” per rilanciare il racconto enogastronomico, solo per citare l’ultimo esempio di ciò che sempre più spesso stanno facendo le aziende italiane - e, dal 15 febbraio, lo farà anche la campagna istituzionale, “Il vino è il nostro tempo-Coltiviamo ciò che ci unisce” promossa dal Ministero dell’Agricoltura su tv e radio nazionali, ma anche sui social e non solo, a testimonianza di come sia un’esigenza oggi più che mai sentita dal settore alle prese con il calo dei consumi ed il loro cambiamento sociale - a soddisfare la curiosità di WineNews è il giovane vignaiolo Gregoire Desforges, presidente Baglio di Pianetto - terza generazione alla guida della cantina fondata nel 1997, con visione e lungimiranza, dal Conte Paolo Marzotto, tra i primi imprenditori ad aver investito, dal Nord-Est, nella Sicilia del vino e nel suo potenziale - dove ci ha raccontato come è nato il progetto di comunicazione “Il vino non conosce cattive intenzioni”, “on air” sulle principali testate di settore e sui quotidiani nazionali fino a Vinitaly 2026, a Verona.
In un momento di riflessione sul mondo del vino e sulla sua visione come strumento culturale, Baglio di Pianetto ha scelto la strada della dichiarazione aperta, con una campagna che fin dal claim vuole aprire il dibattito nel settore, non per difendere il vino come consumo, ma per delinearne un approccio responsabile appropriandosi del concetto di “atto culturale”. È nata, così, la campagna 2026 del brand che riassume in 6 frasi-manifesto una nuova visione del vino. Che, prima di tutto, “unisce, non divide”, è esperienza condivisa, capace di includere sensibilità diverse e generazioni diverse “e favorire il dialogo, accompagnando il cibo senza sovrastarlo. È un vino che non fa differenza tra esperti e non esperti, ma che costruisce ponti, creando un terreno comune fatto di gusto, ascolto e presenza”, spiega Dante Bonacina, ad Baglio di Pianetto.
Con la cantina che prende posizione di fronte ad una cultura del consumo che tende all’isolamento ed alla performance individuale, ma anche alla velocità, mentre, invece, “il vino celebra il tempo, non la fretta” che, nel linguaggio del consumatore contemporaneo significa ricordare che il valore di un vino si misura anche nella capacità di saper aspettare: è un invito ad assaporare il frutto del lavoro, a comprendere e rispettare il tempo che lo ha reso tale, la maturazione delle uve, il raccolto, l’affinamento, per arrivare a profili più complessi e stratificati. Racconta lo scorrere lento delle stagioni. Che, invita, cioè, a riappropriarsi del proprio tempo.
E lo fa “insegnando la misura, non l’eccesso”, volendo essere un richiamo esplicito alla responsabilità nel consumo. “Riconosciamo che l’abuso di alcol è dannoso per la salute e fa parte della nostra responsabilità sociale sottolineare una cultura del bere consapevole - sottolinea Gregoire Desforges, presidente Baglio di Pianetto - dal punto di vista scientifico, una vasta letteratura medica indica che non esiste un livello di consumo alcolico completamente privo di rischi per la salute, ma la cultura enogastronomica si pone in netto contrasto con la cultura del consumo rapido e incontrollato, un modo concreto di “insegnare la misura” nella pratica”. Per questo Baglio di Pianetto, con la sua campagna, vuole ribadire che il valore del vino sta in un’esperienza in cui la misura è elemento fondante, non un limite imposto, e dove la salute e il benessere individuale sono parte della responsabilità collettiva.
Il vino, infatti, “cerca l’essenza, non resta in superficie”, perché, aggiunge Bonacina, “il nostro tempo privilegia ciò che è immediato, visibile, istantaneo, spesso a discapito della comprensione profonda. Il vino, per sua natura, si muove in direzione opposta; non si esaurisce ad un primo impatto né si lascia comprendere in modo immediato: richiede tempo, attenzione e ascolto”. E “degustare un vino è un’avventura per tutti: significa fermarsi, osservare, annusare, assaggiare, tornare sui propri passi, confrontare le sensazioni. È un’esperienza inimitabile, che invita ad andare oltre la superficie sensoriale per coglierne la struttura, l’equilibrio, l’identità. In questo senso, il vino diventa quasi un esercizio di attenzione, un atto che si oppone alla logica del consumo distratto”, precisa Desforges.
Perché chi lo assaggia deve essere consapevole anche che il vino “cura il territorio, non lo snatura”, con un rapporto con la terra fondato su responsabilità, equilibrio e rispetto dei sistemi naturali. “Crediamo che la differenza non stia nel coltivare o meno, ma nel come lo si fa - spiega Bonacina - cura del territorio significa innanzitutto attenzione al suolo, considerato come un organismo vivo: pratiche come la gestione controllata dell’inerbimento, la riduzione delle lavorazioni invasive e l’uso consapevole delle risorse contribuiscono a mantenere la fertilità e a prevenire l’erosione. Significa anche valorizzare la biodiversità, favorendo la presenza di specie vegetali e animali che contribuiscono all’equilibrio dell’ecosistema vigneto”. Anche la gestione responsabile delle rese non deve essere vista come una rinuncia produttiva, ma un investimento nella salute del vigneto e nella qualità del vino.
Ed è grazie a tutto questo che il vino “crea cultura, non consumo”. Nel contesto di mercato attuale il vino rischia talvolta di essere trattato come un bene qualunque, misurato solo in volumi e performance commerciali, mentre invece se ne può dare una visione alternativa: il vino come veicolo di cultura, prima ancora che come prodotto da consumare. Il desiderio di conoscenza, consapevolezza e senso critico appartiene anche alle nuove generazioni e non va dimenticato. Significa invitare chi beve a interrogarsi su ciò che ha nel calice: da dove viene, come è stato prodotto, quale territorio racconta, quali scelte etiche e produttive lo hanno reso possibile. In questa prospettiva, il vino è un’esperienza che richiede attenzione, misura e rispetto.
“La campagna-manifesto di Baglio di Pianetto - conclude Desforges - vuole essere contributo alla riflessione sul mondo del vino contemporaneo. Per la cantina significa contribuire a un immaginario in cui il vino non è fine a sé stesso, ma parte di un sistema più ampio fatto di terroir, tempo, relazioni e responsabilità”.

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