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POST FILLOSSERA

I vignaioli europei della vite a piede franco chiedono meno restrizioni e il riconoscimento Unesco

Dopo la fillossera, c’è chi dice no al portainnesto americano, assumendosi dei rischi, per riconnettere davvero la vite alla sua terra

Quando la fillossera della vite, un piccolo, ma tutt’altro che insignificante insetto, arrivò dagli Stati Uniti in Europa, la viticoltura del Vecchio Continente, nel giro di qualche anno, rischiò seriamente di scomparire. La salvezza, proprio come la minaccia, arrivò da Oltreoceano: innestando la vite europea su un portainnesto americano, difatti, la fillossera diventa un insetto innocuo. Questo passaggio, però, ha aperto una fase nuova, perché una pianta innestata su un’altra, per forza di cose, non produrrà lo steso frutto, per quanto sia ormai un’abitudine, oltre che una necessità, consolidata. Eppure, in giro per l’Europa esiste e resiste una nutrita schiera di vignaioli che ha deciso, chi da decenni, chi da anni, di puntare sulla vite a piede franco, e quindi non innestata. È un movimento che ha in Loïc Pasquet, il creatore, a Bordeaux, del vino più costoso del mondo, Liber Pater (30.000 euro a bottiglia) uno dei suoi principali esponenti. Che adesso, insieme ai colleghi di Germania, Georgia, Grecia, Italia, Beaujolais, Bourgogne, Champagne e Vallée du Rhône, punta non solo ad associarsi per avere una voce comune, forte, nel mondo del vino, ma anche il riconoscimento dell’Unesco, per un saper fare capace di riconnettere la vite alla terra, senza intermediazioni.
“Quando piantiamo una vite a piede franco nel luogo in cui è nata, salviamo un patrimonio”, ha raccontato Loïc Pasquet, dall’incontro tra i produttori di scena ieri a Monte Carlo. Si tratta, usando le parole del vignaiolo, di “smettere di fare un minestrone varietale”, scambiando i vitigni europei con portainnesti americani, responsabili, secondo Pasquet, dell’industrializzazione della viticoltura e della standardizzazione del gusto del vino, restituendo, con i vitigni autoctoni a piede franco, la possibilità di produrre vini che siano realmente l’espressione culturale di un luogo. Allo stato attuale, “sarebbe necessaria una legislazione europea per definire e autorizzare la coltivazione della vite a piede franco, in modo che chiunque possa decidere, o meno, di correre il rischio”, riprende Loïc Pasquet, segnalando divieti e restrizioni esistenti, ad esempio, in Germania e Georgia, dove però si sta costruendo un nuovo quadro legislativo, che farebbe della viticoltura georgiana il capofila della coltivazione della vite a piede franco.

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