Per alcuni non sono nemmeno da chiamare vini, per altri sono invece un’opportunità per la filiera e un fenomeno che sta diventando un segmento di mercato di non poco conto: a livello mondiale vale già 2,4 miliardi di dollari, ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi di dollari nel 2028, anche se i consumi mondiali rappresentano ancora solo l’1%. Un vino, quello dealcolato, che ormai da un anno è possibile produrre anche in Italia e che guarda a un gruppo di consumatori composto da astemi, donne in gravidanza, guidatori, persone che stanno assumendo farmaci, ma anche a chi non consuma alcol per motivi religiosi e soprattutto a quelle persone che stanno seguendo diete ipercaloriche o sportivi, in un trend più ampio riassumibile in “salutismo”. E se è vero che il vino, per così dire, “tradizionale” protegge da depressione e declino cognitivo e, soprattutto il rosso, ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie (come spiega questo ultimo studio firmato dal professor Giovanni Scapagnini, ricercatore di fama internazionale), i dealcolati appaiono come davvero salutari nel senso più ampio del termine. A dirlo è Smartfood, il programma in scienze della nutrizione e comunicazione dello Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
La premessa è che solo dealcolato allo 0,0% è da considerarsi salutare. L’assenza dell’etanolo, del resto, è già di per sé un punto a favore del segmento: meno etanolo significa, infatti, anche meno calorie. Con un bicchiere tradizionale, viene spiegato, si ingeriscono dalle 90 alle 130 calorie, pari a 4 o più zollette di zucchero, mentre un calice di dealcolato, che contiene una quota di zuccheri di uva, ha tra le 20 e le 50 calorie. C’è però un tema: il processo di estrazione dell’alcol dal vino per renderlo effettivamente dealcolato. La dealcolazione (che avviene tendenzialmente attraverso osmosi inversa o distillazione sottovuoto) è una fase che comporta una perdita di fitocomposti benefici (come i polifenoli) e che i produttori, infatti, stanno cercando di minimizzare.
Una questione sollevata anche da Ananda Roy, Senior Vice President and Industry Advisor in Circana (in un’intervista video a tu per tu con WineNews prossimamente online, ndr), che ha spiegato come “le bevande No-Lo sono bevande, di fatto, ultra-processate. La rimozione dell’alcol richiede un passaggio produttivo aggiuntivo che aumenta i costi e toglie gli aromi. Ma per recuperarli vanno aggiunti altri aromi: quindi non parliamo di etichette “pulite”. Anzi, spesso ci sono più additivi e, in molti casi, anche più zucchero che è esattamente quello non vuole che un consumatore attento alle calorie”, avvertendo anche l’industria ad affrontare la questione prima che i dealcolati, da nicchia, diventino mainstream: “quando i consumatori inizieranno a guardare con attenzione al contenuto calorico di queste bottiglie, potrebbero chiedersi se queste bevande siano davvero più salutari. E la risposta oggi è che non lo sono”.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026