Giannutri, vietata l’apicoltura sull’isola: “Mette a rischio le api selvatiche”. Le aziende in rivolta (e c’è chi ricorre al Tar)… L'Ente parco dell'arcipelago toscano non ha confermato le autorizzazioni sulla base dei risultati di uno studio scientifico. Il portavoce dei produttori: “Messaggio sbagliato” … “I risultati della ricerca sottolineano i rischi dell’introduzione di alte densità di api mellifere nelle aree protette e la necessità di rigorose valutazioni ecologiche preventive”. Uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology, secondo cui la presenza di api da miele mette a rischio la popolazione di api selvatiche, ha avuto conseguenze notevoli per Giannutri, l’isola più meridionale dell’arcipelago toscano: in base alle sue conclusioni, infatti, l’Ente parco dell’arcipelago ha deciso di non confermare le autorizzazioni per condurre l’apicoltura sull’isola. Una scelta che ha provocato ampio malcontento da parte degli apicoltori, spingendo un’azienda del settore a impugnare il provvedimento al Tar. La ricerca, realizzata dalle Università di Firenze e di Pisa con fondi del ministero dell’Ambiente, ha studiato per quattro anni i 18 alveari installati a Giannutri dal 2018, giungendo a rilievi allarmanti: “La competizione tra le api, insieme ai potenziali cambiamenti nella disponibilità di risorse a causa del cambiamento climatico, ha portato a un allarmante calo dell’80% dell’abbondanza di api selvatiche in quattro anni”, si legge. E dal momento che “tra molte minacce per le api selvatiche (…) la competizione con le api metallifere è quella che può essere gestita o rimossa”, gli studiosi raccomandano “vivamente che l’apicoltura non sia consentita a meno che non vengano fornite prove che dimostrino l’assenza di danni alle popolazioni locali, soprattutto nelle piccole aree protette”. “Si tratta del primo studio che è riuscito a evidenziare come la concorrenza tra api mellifere e altre specie di api si possa risolvere in favore delle prime, specialmente in aree ristrette senza le risorse floreali sufficienti per tutte le specie selvatiche e gestite”, ha spiegato il professor Leonardo Dapporto, referente scientifico della ricerca per l’Università di Firenze. Dopo la decisione del Parco nazionale di non confermare le autorizzazioni, i ricercatori torneranno sull’isola per osservare se, nel lungo periodo, l’assenza di api da miele si tradurrà in un incremento delle altre specie di impollinatori. Il bando, però, ha ha provocato le rimostranze degli apicoltori: “Siamo d’accordo che si facciano gli studi, ma è stata collegata l’interazione con il calo della popolazione senza considerare altri aspetti”, ha detto alla testata WineNews Duccio Pradella, presidente dell’Associazione regionale produttori apistici toscani. L’ape da miele, aggiunge, “non è qualcosa di alieno nell’isola. Il messaggio che arriva è sbagliato, noi pensiamo che possa portare dei benefici insieme a quella selvatica. Ci dispiace, piuttosto, che nello studio non vengano considerati gli effetti dei cambiamenti climatici sul benessere degli impollinatori”. Una degli autori dello studio, Elisa Monterastelli dell’università di Firenze, sottolinea come i risultati non vogliano dire “che l’apicoltura debba essere bandita ovunque per conservare la biodiversità”: “Al contrario”, spiega, “ci piace sottolineare che gli apicoltori sono rimasti gli ultimi “custodi” dell’ape da miele, in quanto negli ultimi decenni questa specie è praticamente sparita allo stato selvatico”.
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