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MARCHE

Il territorio davanti al vitigno: la rivoluzione del Verdicchio parte dai Castelli di Jesi

Grandi, piccoli e cooperazione convergono sulla nuova piramide qualitativa della denominazione bianchista affacciata sull’Adriatico

Rivoluzione in vista tra i filari del Verdicchio dei Castelli di Jesi, la locomotiva delle Marche enoiche, diventato ormai un riferimento per la produzione bianchista italiana, vino simbolo ed orgoglio di un territorio che, sul bianco che nasce dai vigneti affacciati sul Mar Adriatico, ha costruito un successo che ne fa oggi uno dei vini più importanti d’Italia, amatissimo in patria e all’estero, e stabilmente bianco più premiato dalle guide italiane. In futuro, la Docg si chiamerà Castelli di Jesi, e sotto avrà quattro declinazioni: Superiore, Classico Superiore, Riserva, Classico Riserva. Dopo questa definizione potrà esserci la parola Verdicchio, diventando quindi: Castelli di Jesi Superiore Verdicchio, Castelli di Jesi Classico Superiore Verdicchio, Castelli di Jesi Riserva Verdicchio e Castelli di Jesi Classico Superiore Verdicchio. Non è un cambiamento da poco, ma una rivoluzione Copernicana, che nei prossimi anni avrà bisogno dello sforzo comunicativo di tutti, perché quello che oggi è conosciuto nel mondo, in fin dei conti, come un monovarietale, dovrà diventare, finalmente, l’espressione di un territorio (cui WineNews ha dedicato l’ultimo numero de “I Quaderni di WineNews”, che potete scaricare qui) diventato punto di riferimento per la produzione bianchista di qualità in Italia.

Una svolta, quella che si prospetta all’orizzonte, epocale nel panorama produttivo delle Marche, tale è la portata delle modifiche al disciplinare di produzione del Verdicchio di Jesi proposte qualche giorno fa dall’assemblea dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (Imt), che puntano a restituire al territorio il protagonismo che merita, garantendo al vitigno un ruolo meno preponderante, ma non per questo di secondo piano. Tutto passa per una ristrutturazione della piramide produttiva che sottintende una vera e propria rivoluzione, sostenuta anche da un’altra misura: l’obbligo di imbottigliamento nella zona di produzione. Ma procediamo per ordine. Per ora, non c’è nessun cambiamento, i produttori, come ha sottolineato a WineNews Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela vini, hanno “avviato l’iter di modifica, l’assemblea, a larghissima maggioranza, ha approvato le proposte del comitato della denominazione, e pertanto il Consorzio inizia l’iter di modifica della domanda da presentare alla Regione e al Comitato Nazionale. Saranno necessarie due modifiche, una modifica unionale, per il cambio del nome “Castelli di Jesi” e una modifica unionale per l’imbottigliamento nella zona di produzione della Doc Verdicchio dei Castelli di Jesi. Sarà quindi necessaria una modifica ordinaria per sistemare ed aggiustare gli altri articoli”.

Da una parte, così, “ci sarà il territorio, con tutte le tipologie più importanti, ma solo con il confezionato in vetro e fino a tre litri, il cuore. Dall’altra parte resterà il Verdicchio dei Castelli di Jesi, il Classico, lo Spumante e il Passito, con contenitori fino a cinque litri”, continua Alberto Mazzoni. La strada percorsa da anni dall’Istituto Marchigiano di Tutela vini, è quella che porta alla valorizzazione del prodotto e del territorio, e quindi alla qualità. Chiudendo un cerchio aperto da qualche anno e ripensando la piramide produttiva di quello che oggi, e ancora per un po’, è il Verdicchio dei Castelli di Jesi, ossia una denominazione che con l’annata 2019 ha certificato poco meno di 139.000 ettolitri di vino, imbottigliandone 137.381, di cui 126.503 dentro la zona di produzione, con 9,8 milioni di bottiglie (e quindi di fascette) commercializzate da settembre 2020 a marzo 2021, cui vanno aggiunti i 1.578 ettolitri di Castelli di Jesi Verdicchio Riserva dell’annata 2019, che andrà sui mercati, per la maggior parte, nei prossimi mesi.

Il percorso, che avrà bisogno del suo tempo, è stato sostenuto da tutte le anime produttive: i big, i piccoli vignaioli e la cooperazione. “Dal 1968, la denominazione è stata sempre impostata nello stesso modo, ad eccezione dell’introduzione della Docg nel 1995, diventata poi autonoma”, ricorda Michele Bernetti, alla guida di Umani Ronchi, azienda leader della Marche. “La Riserva, però, è una nicchia, non può ambire a fare volumi più grandi di questi. Il comitato è nato proprio per riformare il disciplinare in modo da diventare più rappresentativo di un mondo, quello del Verdicchio, cambiato. Le aziende più grandi si sono consolidate, sia sui mercati che nella produzione di vini di qualità sempre maggiore, e tante piccole aziende si sono inserite nella fascia medio-alta. Ci vuole un disciplinare in grado di dare una casa alle produzioni migliori delle aziende più grandi e alle aziende più piccole. È ancora una proposta, ma il Verdicchio dei Castelli di Jesi oggi rappresenta un “catino” dove converge tutta la produzione di vino bianco del territorio, anche per questo trovare un amalgama non è stato semplice”, continua Bernetti.

Le tante anime interne, e le tante esigenze diverse, non hanno però impedito di trovare una sintesi, trovando una casa per ognuna di esse. “Si è così deciso di sfruttare due denominazioni che già c’erano: una è la Docg, che si prende in carico lo sviluppo del territorio e, in ottica futura, a staccarsi sempre di più dal vitigno, enfatizzando i Castelli di Jesi. Il tempo sarà il giudice. E poi, valorizzare la categoria Superiore, perché è lì che c’è il meglio qualitativo, con numeri importanti, e prodotti di assoluta qualità. Dall’altra parte c’è bisogno di dare una ripulita, anche alle produzioni di maggior volume, che resterà il Verdicchio dei Castelli di Jesi, con l’imbottigliamento in zona, e la limitazione delle confezioni a 5 litri, che significa rinunciare ai formati più grandi dando coerenza e compattezza alla denominazione”, spiega ancora Michele Bernetti. “Questa soluzione, tutto sommato, ha accontentato tutti, in assemblea è passata all’unanimità, ed è un risultato eccezionale, perché venivamo da contrasti che parevano insuperabili. Così, avremo la possibilità di lavorare al meglio. Castelli di Jesi Docg offre la possibilità a tutta la produzione di qualità di essere valorizzata al meglio, e il Verdicchio dei Castelli di Jesi, prodotto un po’ più da volume, ma comunque con dei paletti, continuerà ad avere il suo ruolo. È un processo iniziato da settembre, con la fascetta obbligatorio e una maggiore tracciabilità del prodotto, e speriamo che si concluda con la riforma del disciplinare”, dice ancora Michele Bernetti, che sottolinea quindi come l’obiettivo sia quello di “fare promozione sui Castelli di Jesi: se arriveremo un giorno a separarlo del tutto dal nome del vitigno, sarà una grande vittoria”.

Dal fronte dei piccoli produttori, che, negli ultimi dieci anni, hanno portato una visione, e delle necessità, diverse all’interno della denominazione, parla Riccardo Baldi, giovane vignaiolo de La Staffa. “Il dado è tratto, e il percorso è ormai ben avviato. È una modifica che per noi piccoli produttori chiude un cerchio aperto 4-5 anni fa, quando abbiamo iniziato a percepire la necessità di un cambiamento. Negli anni Novanta il Verdicchio dei Castelli di Jesi era rappresentato solo da pochi produttori, ma negli ultimi dieci anni c’è stato un vero e proprio boom dei piccoli produttori, che fanno 20-30.000 bottiglie, facendosi carico di portare avanti il nome del Verdicchio. Le aziende più titolate, sul territorio, sono proprio le più piccole, familiari, che fanno vini super qualitativi. C’era bisogno di un cambiamento, e di spostare l’attenzione su un territorio fatto di 25 Comuni, al cui interno c’è una grande differenza di territori e di espressioni”.

Per Riccardo Baldi, il nuovo corso dei Castelli di Jesi “è un successo di noi piccoli, perché all’inizio non eravamo granché considerati nelle nostre idee, e alla fine invece siamo arrivati ad avere una visione collettiva condivisa da tutti, grandi, piccoli e cooperative, e questo vuol dire che la nostra visione è quella giusta, e con il tempo siamo stati bravi a far vedere agli altri ciò che vedevamo noi nel futuro della denominazione, arrivando a guardare tutti nella stessa direzione”. Senza però fermarsi qui, perché nel futuro, secondo il vignaiolo del La Staffa, “passeremo dal parlare di Verdicchio al parlare di territorio, quando questa modifica sarà operativa, e solo in seconda battuta, forse, dell’uva con cui faremo il Castelli di Jesi. Da domani dovremo iniziare a lavorare, comunicativamente, per i Castelli di Jesi e per la promozione e la narrazione delle sue differenze. In futuro, magari, si potrebbe pensare anche ad una vera e propria zonazione, che il mercato ancora non percepisce, impresa ambiziosa in un territorio di 2.200 ettari ettari e così diverso da un punto di vista produttivo. Raccontiamo i Castelli e i versanti legati alla storia di Jesi, che la città conquistava e dominava nel Medioevo: la storia ci offre un assist straordinario. Sarà un percorso lungo, e ci vorrà un grande sforzo, perché fino ad oggi la comunicazione è stata fatta sul vitigno, adesso dovremo farla sul territorio”, conclude Riccardo Baldi.

Una visione che, in fin dei conti, accomuna anche il mondo della cooperazione, come racconta Doriano Moncaro, alla guida di Terre Cortesi. “È stata lasciata la possibilità di utilizzare il vitigno (Verdicchio), fermo restando che al territorio sarà data maggiore evidenza e maggiore tutela. È stato trovato un equilibrio molto importante tra tutta la filiera che rappresenta oggi la denominazione. Nell’economia complessiva dell’area la discussione è stata ampia sul togliere del tutto la parola Verdicchio e puntare solo sui Castelli di Jesi, ma avevamo qualche preoccupazione, così abbiamo individuato un percorso che qualificasse otre alla Riserva anche il Superiore che ci aiuterà a dare valore al prodotto, lasciando alle singole aziende la decisione di mantenere o meno la tipologia del vitigno. Crediamo che il Verdicchio dal punto di vista del valore sia ancora sottostimato, specie rispetto alle caratteristiche ed al territorio che esprime, ma anche alla sapienza dei nostri vignaioli. Nel corso dei decenni è stata fatta una politica di crescita qualitativa importante e trasversale, ma non sarà solo il cambiamento di disciplinare ad accrescere il valore del Castelli di Jesi. Abbiamo specificità uniche ed una qualità media che non ha nulla da invidiare a nessuno in Italia”, conclude Doriano Moncaro.

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