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CIBO E SALUTE

In Italia 3 milioni di persone con disturbi del comportamento alimentare, 30% in più con la pandemia

Se ne è parlato in un workshop, ad Orvieto, promosso dalla Fondazione Cotarella, incentrato sull’importanza di prevenzione e diagnosi precoce
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I disturbi alimentari nella foto di Annie Spratt via Unsplash

“In questo momento ci sono in Italia 3 milioni di persone malate di disturbi alimentari e la pandemia ha aggravato la situazione, con un 30% in più di nuovi casi, abbassato l’età alla fascia pre-adolescenziale (10-14 anni), si sono manifestati esordi tardivi di chi non è più un ragazzino e alzato la percentuale di soggetti maschili (+20%). È fondamentale fare prevenzione, diagnosi precoci e curarsi approfonditamente sia come salute pubblica che come società civile”: lo ha detto Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, che ha fondato e dirige la rete per i disturbi del comportamento alimentare della Usl 1 dell’Umbria, nel workshop “Alimentarsi di vita: il rapporto con l’ambiente, con la natura e con il cibo”, di scena, in questi giorni, ad Orvieto. Promosso dalla Fondazione Cotarella, ha posto l’accento sulla prevenzione e la lotta ad anoressia, bulimia e altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, ovvero il tema principale della Fondazione Cotarella.
“I disturbi alimentari sono una malattia dell’anima e un attacco al corpo perché si ha paura di vivere nel mondo - ha affermato Dalla Ragione - C’è ancora molto lavoro da fare soprattutto sulla prevenzione, dove i fattori di rischio sono troppi. Dobbiamo continuare a sensibilizzare come abbiamo fatto oggi grazie a Fondazione Cotarella e Animenta”.
La professoressa Anna Ogliari, professore associato di Psicologia Clinica, responsabile del Servizio di Psicopatologia dello Sviluppo al Centro Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Ospedale San Raffaele Turro, ha spiegato: “curarsi senza curarmi è una delle frasi che sento dire più spesso dai miei pazienti. Soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, i pazienti percepiscono una specie di forza nel controllo del corpo così che, inevitabilmente, la loro intenzionalità si scontra con la cura che, in qualche modo, toglie loro qualcosa. Ma è necessaria una cura per evitare che ci sia una sostanziale ripercussione su quella che è la persistenza della malattia. Bisogna trovare delle strutture che siano il più possibile inclusive e rispettose della patologia stessa e rivedere un concetto di cura che includa l’empatia, l’alleanza e l’alchimia tra l’equipe medica e il paziente. Guarire dalle malattie del comportamento alimentare si può, è una cura molto lunga che in media si sviluppa in 3 a 6 anni dalla presa in carico del paziente ma è ricompensante e li porta a una nuova fase di vita”.
Dopo due interventi molto interessanti dal punto di vista medico si è passati a quelli di chi la malattia l’ha vissuta in prima persona. Margherita Viccardi, nel Direttivo dell’Associazione Mi Nutro di Vita, ha raccontato la sua esperienza di mamma con la figlia Benedetta: “vivere accanto, che è il titolo del mio intervento, a una ragazza con disturbi alimentari è difficile. Non c’è un manuale, non ci sono risposte, alcune Asl non sono preparate e non sai dove trovare risposte e quale strada prendere. Bisogna, in questo caso, avere il coraggio di chiedere aiuto a chi può dartelo, per lei ma anche per noi genitori e per quella famiglia che vive la quotidianità della malattia. Queste associazioni, come quella di cui faccio parte, ti aiutano ad accettarla e affrontarla malgrado la rabbia e i pianti, ma anche a sostenerla da genitore e non da medico. Non è facile vivere accanto a un figlio malato di disturbi alimentari ma con il supporto e il confronto si può fare perché da queste malattie si deve poter guarire”.
In collegamento video Valentina Dallari, dJ e autrice di “Non mi sono mai piaciuta” e “Uroboro”, ha voluto parlare del Kintsugi - L’oro delle cicatrici: “in Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine. Questa filosofia, molto distante da noi, vuole dare la possibilità a chi, come me, si è ammalato di disturbi alimentari, di comprendere più a fondo sé stesso e di reinventarsi ridisegnando la propria esistenza. Uscire dalla malattia mi aiuta a curare le mie ferite più profonde perché sono convinta che dal dolore ne uscirà un fiore meraviglioso. Mi sento rotta e con una crepa dorata che simboleggia il mio percorso”.“Un racconto di speranza attraverso i social media”. Così Martina Domenicali, content creator e attivista per la salute mentale, narra come “i social sono stati uno strumento importante perché mi hanno permesso di raccontare la mia storia. Ho sofferto di disturbi alimentari per 6 anni, dai 14 ai 20, e sono guarita recentemente ribellandomi alla cronicità della malattia che ti limita mentre io volevo essere un soldato in prima linea per combattere, ripartire e vivere una vita viva e piena. I media sono un megafono per diffondere informazioni e i social possono essere usati per lanciare un messaggio importante di speranza. Ho deciso di usarli, visto che ho 100.000 follower, per aiutare i ragazzi e le ragazze a non sentirsi soli, per dimostrare che è possibile chiedere aiuto e ricominciare a vivere una vita meravigliosa malgrado le cicatrici. Tutto questo è stato possibile anche grazie alle persone che mi sono state accanto, in primis il mio “moroso”, una presenza silente ma fondamentale”.
Una storia di speranza che si ricollega anche alle parole di Federica Bartolini, vicepresidente Uisp Umbria APS, che ha ribadito quanto siano essenziali i progetti di inclusione e quanto sia importante un corpo sano e in salute, e a quelle di Aurora Caporossi, founder & presidente dell’Associazione Animenta, “un’associazione nata dalle storie di chi è guarito e che dà la speranza a chiunque di potercela farcela perché chi soffre di disturbi alimentari ha un profondo senso di solitudine. Attraverso le storie scopri tantissime cose, per esempio che il cibo è un sintomo della malattia ed è un meccanismo per far uscire il dolore e il disagio che si non si riesce a esprimere, ma anche il disturbo è identificativo con la persona che ne soffre. Nel mio percorso di cura è stato fondamentale riappropriarmi di un rapporto sano con il cibo e su questo è nato il rapporto con Fondazione Cotarella: da qualche mese abbiamo impostato il progetto dei laboratori di cucina presso alcuni ristoranti italiani dove, grazie al supporto di Paolo Vizzari che ci accompagna come narratore, i ragazzi malati di disturbi alimentari fanno un viaggio del gusto attraverso l’ingrediente e l’assaggio dei piatti creati dallo chef. Questa è un’esperienza importante per loro e ne abbiamo programmate altre nei prossimi mesi”.
Infine Ruggero Parrotto, direttore Fondazione Cotarella, che ha spiegato come “Fondazione vuole realizzare progetti reali di prevenzione e formazione con bambini, ragazzi e genitori, aiutando le persone a sentirsi normali, creando connessioni e sinergie, centri di accoglienza che parlino di natura, lavoro, argomenti altri dalla malattia. L’obiettivo è fare rete con serietà e costruire percorsi che possano supportare nel momento pre e post cura le famiglie e i malati di disturbi alimentari”.
Il workshop non poteva che essere concluso con Dominga Cotarella, presidente Fondazione Cotarella (da lei fondata nel 2021 con Marta ed Enrica, terza generazione della famiglia Cotarella) che ha voluto ribadire come la “Fondazione ha lo scopo concreto di aiutare i giovani e le famiglie a uscire dal tunnel. Per noi, che facciamo e vendiamo vino, questa è una sfida pazzesca, ma le sfide servono per motivare e ti fanno scoprire cose su te stesso che nemmeno immaginavi. Vincere la sfida è l’unico modo per rendere la nostra vita illuminante e l’obiettivo di Fondazione Cotarella è illuminare la vita dei giovani. Sono certa che ci riusciremo al 100%”.

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