Espressione di una terra e di un saper fare unici, il grande bianco delle colline dei Castelli di Jesi è pronto a dimostrare il proprio potenziale in termini di complessità e longevità. In una masterclass firmata dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini - Imt, guidato da Michele Bernetti e diretto da Alberto Mazzoni, e dal Comitato Castelli di Jesi, nei giorni scorsi a Vinitaly 2026 a Verona, ecco, quindi, presentate 15 Riserva del Verdicchio della denominazione dei Castelli di Jesi. Iniziando dall’annata 2023 per arrivare al 2018, i vini in assaggio hanno rivelato gradualmente stili e sfumature diverse, a partire da un vitigno, il Verdicchio di Jesi, “talmente loquace che nei primi anni parla quasi da solo: gli aromi della vinificazione e dei terziari emergono, infatti, solo molto tempo dopo, evidenziando finalmente le differenze tra i diversi vigneti e lo stile delle diverse aziende”, ha spiegato il giornalista Giuseppe Carrus, introducendo la masterclass che ha condotto insieme a Silvano Brescianini, storico produttore in Franciacorta con Barone Pizzini, ma anche nei Castelli di Jesi, dal 2002, con Pievalta.
“Con questa degustazione vogliamo valorizzare la Docg dei Castelli di Jesi - ha esordito Brescianini - denominazione che deve il suo nome ai comuni che la compongono e che hanno, appunto, tutti dei castelli medievali: borghi molto belli, anche premiati, raccolti tra i territori di Ancona e Macerata. I suoli della zona sono prevalentemente argillosi con resti di arenarie di origine marina, mentre tutte le colline sono attraversate dalle brezze fresche provenienti dai Balcani: fattore molto positivo, perché riesce ad attenuare le temperature, che tendono a salire man mano che si scende lungo lo Stivale”. Brescianini ha ricordato anche un fatto storico importante: proprio a Jesi nacque nel 1194 Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”. Re di Sicilia, Imperatore dei Romani e Re di Gerusalemme, fu una personalità poliedrica e affascinante, che rese il suo regno un centro di grande innovazione artistica e culturale, Marche comprese: “un’ulteriore conferma del fatto che dove i territori sono belli, i vini sono buoni, e si mangia anche bene”. E, tra dimore e castelli, ma anche spiagge splendide da visitare, in queste colline marchigiane c’è, in effetti, da apprezzare una grande tradizione culinaria, che è strettamente legata ai suoi vini. “L’arrosto di carni bianchi, solitamente di coniglio, è un piatto tipico del territorio e l’abbinamento indiscusso è il Verdicchio dei Castelli di Jesi, che ha sia sufficiente acidità per contrastare la grassezza del piatto, sia aromi abbastanza delicati da non sovrastare il sapore gentile della carne”, ha aggiunto Brescianini, prima di iniziare la degustazione dei vini in calice, raccontati negli assaggi WineNews.
Sartarelli, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Balciana Riserva 2023
Espressione classica di Verdicchio che non sembra avere quasi 3 anni sulle spalle: un vino solare, che ha trasformato la concentrazione della vendemmia tardiva e il calore estivo in maturità anziché eccesso alcolico, proprio grazie al vento che attraversa i Castelli di Jesi. Uve che provengono da impianti con qualche anno in più, che riescono a veicolare meglio i sali minerali. Al naso soprattutto mandorla dolce e pietra focaia, sostanzioso anche grazie allo zucchero e all’alcol in parte percepibili. Al sorso, insieme ad una spiccata sapidità e mineralità, ci sono note di frutta gialla in confettura e note ammandorlate.
Gaiospino, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Gaiospino Riserva 2022
Annata indubbiamente calda, ma non c’è al bicchiere in termini di alcol bruciante. Il naso è largo e dalle tonalità gialle, come polline e pesca in confettura; in bocca è morbido e vellutato, la trama è larga come al naso e si diffonde sapida, quasi salata, ed estremamente fruttata, con cenni minerali. Acquista acidità cedrata nel finale lunghissimo e leggermente amaricante.
Garofoli, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Serra Fiorese Riserva 2022
Più floreale e iodato, porta note di pietra focaia più marcata, poi frutta gialla e fiori bianchi. Il sorso ha un apporto acido più importante, che insieme alla sapidità crea una trama simil tannica, ben amalgamata al calore alcolico; chiusura fruttata e floreale e di mandorla cruda.
Sparapani Frati Bianchi, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Donna Cloe Riserva 2022
Qui la frutta matura è più in evidenza e la struttura più importante. Frutta gialla e fiori bianchi evidenziano più prontezza e sincerità nei toni primari. In bocca si rivela morbido, generoso, largo e minerale. Decisamente sapido e materico, aggiunge freschezza acida nel finale da tonalità agrumate insieme alla dolcezza del miele di acacia.
Venturi, Castelli di Jesi Verdicchio Qudì Riserva 2022
Un Verdicchio dal tocco erbaceo e uno spettro più aperto: c’è il carattere mediterraneo di macchia e di bosso, poi profumi più tenui, di frutto bianco, agrumi e lieve speziatura. Più durezza in bocca, maggiore tensione, dalla complessità accennata, ma non ancora espressa: la lama acida allunga il sorso portandolo vegetale e floreale fino a chiusura.
Vignamato, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Ambrosia Riserva 2022
Incredibile compiutezza olfattiva, con sensazioni primarie in evidenza. Fiori di acacia, erbe aromatiche, pera matura e albicocca, zenzero. C’è dolcezza già al naso che torna in una bocca aderente e astringente, completamente integro e teso in bocca, bilanciato tra durezze e morbidezze. Gastronomico.
Umani Ronchi, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Plenio Riserva 2022
Anche qui si conferma una compiutezza olfattiva evidente, ma più declinata su note bianche e minerali. Il sorso è meno largo, ma sempre morbido. Buona è la spina acida che sostiene anche tanta struttura di sorso. La progressione è lunga, dalle tonalità bianche e rocciose, con la dolcezza della pera finale.
Casalfarneto, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Crisio Riserva 2021
Questo Verdicchio ha un anno in più sulle spalle: inizia a manifestarsi l’evoluzione tenendo, però, ancora stretti i marcatori primari. Arrivano i primi cenni burrosi e lattici, anche in bocca. Perde in glicerina, risultando, comunque, sempre morbido, ma acquista più ricchezza di gusto. Un vino che si sviluppa più in lunghezza che in larghezza.
Poderi Mattioli, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Lauro Riserva 2021
Qui i terziari sono balsamici e speziati, e rendono il vino ancora più complesso, ma anche più appuntito. Il sorso somiglia di più al campione precedente, rimanendo, però, più sottile, agrumato di cedro nel centro bocca e vanigliato nel finale, con un ritorno di erbe aromatiche di macchia mediterranea.
Santa Barbara, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Tardivo Ma Non Tardo Riserva 2021
Inizia a sentirsi la mano del produttore - oltre il vino, il vigneto, il territorio e il tempo - che cerca di valorizzare una maturità esuberante fin dalla giovane età. Troviamo una dolcezza che non è stucchevole bensì di volume. Naso e bocca coincidono, ma resta integra la tensione in sottofondo: la frutta qui regala sia grassezza che spina acida.
Vicari, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Oltretempo del Pozzo Buono Riserva 2021
Vino più scarno che costruisce la sua evoluzione sulla verticalità: un Verdicchio Riserva che riesce a mantenere da una parte tensione acida, che porta freschezza, e dall’altra parte sapidità, che porta profondità. Erbe aromatiche e frutta bianca succosa, mandorla bianca e rocciosità, sono trasportati da un sorso veloce, teso, ma aderente, agrumato e generoso di sapori bianchi, senza cedere in stanchezza. Lunghissimo e acidissimo.
Villa Bucci, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Villa Bucci Riserva 2021
Merita un piccolo elogio, questo vino creato da Ampelio Bucci, un vero artigiano del vino in tempi in cui davvero erano pochi i bianchi italiani che meritavano il podio dei “memorabili” e che lui personalmente ha portato in giro, facendo conoscere al mondo i Castelli di Jesi e le Marche (oggi la cantina è di proprietà del Gruppo Oniwines della famiglia Veronesi).
Fine, composto, dal naso elegante e integro, giovanissimo al naso, con note di fiori di acacia, gesso, albedo, mandorla cruda, pesca bianca e note iodate. La bocca è viva e vibrante con tantissima materia, che scorre sapida e lungamente acida. La morbidezza non è accentuata, ma si rivela nella persistenza, che non sparisce subito ma aiuta a sommergere il palato di sapori e aromi.
La Staffa, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Selva di Sotto Riserva 2019
Annata di grande equilibrio anche in termini di quantità. Arrivano i riflessi dorati che, però, trattengono anche riflessi verdognoli. Il frutto bianco e la parte agrumata confermano l’integrità primaria del vino. Ci sono poi le erbe aromatiche, la pietra focaia e un tocco di spezie chiare. In bocca emerge, invece, la maturità del vino: sostanza materica, aderenza simil tannica, acidità dolce di agrumi canditi e sapidità iodata e balsamica.
Marotti Campi, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Salmariano Riserva 2018
Annata più temperata e generosa, la 2018 rivela un pizzico di maturità in più della 2019. Nocciola e frutta secca emergono dall’evoluzione della frutta primaria, con speziatura e parte iodata. Le tonalità sono gialle di ginestra ed elicriso. Il naso è più tenue rispetto alla bocca, dove la parte materica è evidente, energica e senza cedimenti, C’è, infine, una spinta alcolica evidente che allunga il sorso, contrastata da una spiccata acidità e una buona struttura sapida.
Tenuta di Tavignano, Castelli di Jesi Verdicchio Classico Misco Riserva 2018
È ancora un bambino, dall’animo elegante. Un vino incredibile, intenso e generoso, solare. Dove la pietra focaia lima la dolcezza della frutta gialla, del cedro e del miele di girasole, e dove il salmastro fa da filo conduttore allo sviluppo gustativo. In bocca è sia largo che teso, c’è piccantezza alcolica e marina, che accompagna il sorso fino alla fine, pulendo il palato e la gola.
La sensazione a fine degustazione è che le mani del produttori abbiano accompagnato il risultato dei diversi microterritori, senza risultare invasivi. La parte dolce che è emersa delle annate più giovani è da imputare all’emergenza climatica e ai caratteri tipici del vitigno da giovane, più che alla volontà dei produttori di lasciare un residuo zuccherino più generoso. “Il potere di invecchiamento che questi vini riescono a raggiungere è sempre sorprendente e ci ha dimostrato come sia il territorio a dettare legge. Il vino, infatti, non è fatto solo di vitigno, Verdicchio in questo caso, ma anche dalla geografia che lo circonda, dal tempo e delle genti che lo plasmano”, ha sintetizzato Carrus. “Il motivo per cui non parlo volentieri di Verdicchio, ma dei Castelli di Jesi è proprio questo”, ha aggiunto Brescianini, concludendo: “c’è da considerare, infatti, anche l’adattamento al territorio della pianta per generazioni, che rende, infine, unica l’espressione del vitigno di quel posto in quel posto. La differenza tra Jesi e Verdicchio ne è una prova, esattamente come lo è il Nebbiolo quando racconta il Barolo e il Barbaresco: è la mano del produttore che dà un filo conduttore ai suoi vini, date le variabili del tempo che influiscono sul vitigno. E insieme, tutte quelle mani, formano il territorio”.
Focus - Marche, l’unica regione “al plurale” d’Italia e leader nel bio, con il 40% dei vigneti certificati
Le Marche non sono solo l’unica regione “al plurale” d’Italia (che, ancora una volta, ha ospitato WineNews a Vinitaly 2026 a Veronafiere a Verona, ndr), ma anche la regione leader del vino biologico in Italia, con quasi il 40% dei vigneti certificato “organic”: sul podio c’è la provincia di Ascoli Piceno (dove insistono le produzioni Dop di Offida, Rosso Piceno, Falerio e Terre di Offida), con la superficie bio che incide per oltre il 60%, seguita da Ancona (zona di produzione del Verdicchio dei Castelli Jesi, Conero e Lacrima di Morro d’Alba) col 55%, Macerata (area del Verdicchio di Matelica, Serrapetrona, Colli Maceratesi) con la quota al 45%, e Pesaro Urbino (Bianchello del Metauro e Marche Igt) e Fermo (Falerio, Rosso Piceno, Passerina e Pecorino), che si attestano con oltre il 35% dei vigneti in biologico. Questi i dati diffusi dalla Regione Marche, che segnano un primato nazionale nell’incidenza bio sul vigneto, testimoniato al contempo da un trend di crescita degli operatori biologici nell’ordine del +71,5% nel decennio 2015-2024. Le Marche contano circa 7.000 ettari vitati a conduzione biologica su oltre 17.500 ettari di superficie vitata regionale, con addirittura il 44% degli imprenditori vitivinicoli marchigiani che hanno scelto la strada del bio, a conferma di una sensibilità diffusa verso la tutela dell’ambiente e la sostenibilità dei processi produttivi, elementi molto spesso vincenti sui mercati internazionali più evoluti come Nord Europa, Nord America, Giappone.
“Le Marche hanno creduto fin dall’inizio nell’agricoltura biologica, destinando a questo ambito il 35,7% della dotazione complessiva dell’attuale Complemento per lo sviluppo rurale - Csr, pari a 135,86 milioni di euro. È una scelta sostenuta da politiche economico-finanziarie importanti - ha dichiarato Enrico Rossi, vicepresidente e assessore all’Agricoltura della Regione Marche - che hanno dato alle imprese strumenti concreti per investire e crescere. Oggi il 29,6% della superficie agricola utile regionale è dedicato al biologico, a fronte di una media nazionale del 20,2%: un dato che ci colloca ai primi posti in Italia e già oltre l’obiettivo del 25% indicato dall’Unione Europea nella strategia Farm to Fork. Con questi numeri, il nostro compito è promuovere sempre di più l’immagine delle Marche come territorio unitario, capace di coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale, anche in chiave di attrattività enoturistica”.
“Un primato, in particolare nel settore del vino, che dobbiamo trasformare in migliore redditività per le imprese - ha aggiunto Mirco Carloni, presidente Commissione Agricoltura alla Camera - facendo in modo che il Distretto biologico delle Marche diventi elemento di strategia e visione collettiva, così da migliorare la redditività e la competitività delle imprese”.
Il vino marchigiano - con 21 varietà certificate Dop e Igp - si conferma, insomma, ambasciatore di un territorio attento agli aspetti ambientali, alla biodiversità e alla sostenibilità e si inserisce tra i segmenti di punta del più grande Distretto Bio d’Europa (sono 135.000 gli ettari in regime bio nelle Marche, con una crescita fra il 2015 e il 2024 del 113,5%), che può vantare complessivamente 35 certificazioni Dop e Igp.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026