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La Stampa / Specchio

Speciale Vino (pubblicato da "Lo Specchio de La Stampa" il 13 aprile 2002)

Dici Barolo e pensi al Piemonte, Chianti e vengono in mente i colli toscani, Cirò è sinonimo della Calabria e il Collio evoca il Friuli. Sono solo alcuni esempi del forte regionalismo che compone il tessuto dell'Italia dei vini e ne fa la ricchezza. Ma nella rivoluzione enologica italiana, che si vuole far partire dal 1986, come reazione alla scandalo del metanolo, si muovono da protagonisti anche personaggi, che pur partendo da un forte radicamento d'origine potremmo definire «Conquistadores delle vigne»: arrivano da fuori, investono, mettono a dimora barbatelle, bonficano cantine, creano marchi. Le zone, che vengono man mano «scoperte», vedono crescere la loro valenza enologica anche grazie agli apporti esterni: gli esempi, dalla Maremma al
Monferrato, dall'Abruzzo alla Sicilia, non mancano. Ecco una mappa di questi signori delle viti, uomini e donne che hanno creato una sorta di federalismo enologico con «cuore e portafogli» in varie aree della Penisola. Il più eclatante caso di «eno-feudatario» è un signore dall'elegante parlata veneta: Gianni Zonin da Gambellara. Gli Zonin da grossi commercianti, che
comperavano le uve e vendevano poi vini col loro marchio, sono divenuti anche proprietari di vigne con un investimento del 20% annuo sul fatturato
(77 milioni di euro nel 2001). Ora la «Gianni Zonin vineyards» conta 12 tenute in sette regioni, per un totale di tremila ettari, dei quali 1800 a vigne specializzate. E' l'azienda vitivinicola più grande d'Italia e la terza in Europa. Il patron ne segue le sorti arrivando dal cielo: si sposta infatti in elicottero e passa in poche ore dai problemi della Barbera coltivata al
Castello del Poggio, alle porte di Asti, a quelli del Nero D'Avola di Sicilia, rilanciato nel feudo dei Principi di Butera (è l'ultimo acquisto e
sarà inaugurato il 25 maggio), ma ha tenute anche in Toscana, Friuli, Oltrepo. Tutti i vini Zonin nascono sotto la guida di Franco Giacosa, winemaker piemontese con una precisa «mission» aziendale: «Garantire ai consumatori origine, tipicità e qualità senza esasperare i prezzi e
trasformarte le bottiglie in prodotti eslusivi alla portata di pochi». Qualità quotidiana e non solo. «Le nostre fattorie sono presidi di civiltà
rurale e oasi di tradizioni che vogliamo difendere» spiega Zonin, che in ogni tenuta tende a riprodurre il borgo agricolo, con case e servizi per i dipendenti. E non mancano gli interventi di restauro come al Castello
d'Albola, una delle più suggestive residenze rinascimentali toscane. Il marchio Zonin, attivo anche all'estero, ha esportato la coltivazione del
vitigno piemontese Nebbiolo in Virginia, nelle vigne della tenuta Barboursville. Tutti questi vini saranno presentati nei giorni del Vinitaly,
la grande kermesse veronese che si tiene dall'11 al 15 aprile. A Verona sarà invece inutile cercare, nel padiglione 38 del Piemonte, lo
stand-bunker di Angelo Gaja. Il mitico signore di Barbaresco ha dato forfait: troppi visitatori, lunghe liste d'attesa e un fastidioso «effetto
santuario» per lui e i suoi vini. E così niente Gaja al Vinitaly, anche se proprio in questi giorni nelle enoteche, è arrivata l'attesa novità: il Promis. E' un rosso ottenuto da uve merlot, syrah e sangiovese, coltivate
nella tenuta di Ca' Marcanda a Castegno Carducci, dove Gaja sbarcò nel 1996, tra la sorpresa dei toscani. Estirpò 16 ettari di vecchie vigne e mise a dimora vitigni «internazionali». Al centro del podere la cantina rivestita in pietra (progetto dell'architetto astigiano Giovanni Bo) che contiene, come in uno scrigno, una «barriqueria» affascinante, non solo per il
pavimento nero basalto. Qui sta nascendo anche il «Magari», un vino che, già nel nome, testimonia della scommessa toscana dell'Angelo Gaja, il quale ha messo piede anche a Montalcino. Alla Pieve di Santa Restituta produce
Brunello, rispettando la tradizione dell'uva sangiovese. E a pochi chilometri dall'«isola Gaja», lungo il carducciano viale di cipressi di Bolgheri, ecco l'azienda degli Incisa della Rocchetta (millenaria famiglia nobile, di origine piemontese, appassionata di vini e cavalli: da Ribot a Tornese), dove grazie ad un altro subalpino geniale (Giacomo Tachis) è nato il Sassicaia, capostipite dei «SuperTuscans» che hanno spopolato nel mondo. E gli intrecci proseguono: nella stessa zona hanno fatto compere (50 ettari) anche i fratelli Allegrini, storici produttori di Valpollicella. Ovvero: dal Veneto alla Toscana. Arrivano invece dalla California i nuovi proprietari dell'Ornellaia, altra famosa tenuta di Bolgheri, che produce le bottiglie giudicate, nel 2001, al top del mondo da «Wine Spectator», la «bibbia» degli appassionati d'Oltreoceano. Nell'operazione Ludovico Antinori ha ceduto a Bob Mondavi (a capo del gruppo americano quotato al Nasdaq di New York) il quale, è in joint venture con la Marchesi de' Frescobaldi, con tenute a Montalcino e nella zona del Morellino di Scansano. E i Frescobaldi, oltre che in Toscana, hanno ora investito nel Collio, acquisendo la tenuta Attems, vicino a Gorizia. Sono anche loro a quasi a mille ettari di vigne (che danno 7 milioni di bottiglie l'anno) e la campagna acquisti potrebbe continuare «però senza spirito colonizzatore, anzi cercando sempre di capire quale sia l'humus culturale enologico della zona in cui andiamo ad operare» spiega Vittorio Frescobaldi, il presidente del gruppo. Stessa filosofia per un'altra nobile Casata toscana: gli Antinori che sono nel vino da 27 generazioni. Il marchese Piero, con le tre figlie Albiera, Allegra e Alessia, ha allargato i confini e aggiunto alla decina di tenute nell'ex Granducato (la più celebre è il Tignanello, nel cuore del Chianti classico) il Castello della Sala ad Orvieto, terre in Puglia (Tormaresca) e la Prunotto ad Alba, uno dei marchi storici del Barolo. Albiera, delegata dalla famiglia a seguire l'investimento in Piemonte, ha acquisito terre anche nel Monferrato astigiano. Vi metterà a dimora anche l'Albarossa, un vitigno frutto dell'incrocio tra barbera e nebbiolo, studiato negli Anni Trenta del prof. Dalmasso. Alla felice incursione degli Antinori in Piemonte, hanno risposto oltre a Gaja, i Dezzani di Cocconato (hanno interessi anche a Pantelleria) allenandosi in Toscana con Mario Schwenn, estroso svizzero della tenuta Dievole: è nato così il Plenun, figlio dal matrimonio tra sangiovese e barbera. E dal Piemonte è arrivato anche Gianni Gagliardo, produttore di La Morra, ora socio della californiana Delia Viader nella tenuta Sughericcio, sopra Bolgheri. Investono lontano dalla zona d'origine anche famiglie contadine, che un tempo si sarebbero limitate ad allargare la proprietà attorno a casa. Un esempio: i Rivetti di Castagnole lanze, paese ai confini tra l'Astigiano e l'Albese, dopo la fama conquistata con il moscato «La Spinetta», hanno preso un podere da 70 ettari tra Pisa e Firenze, dove vinificheranno il sangiovese. «E' una bella scomessa cimentarci con un altro grande vitigno» spiega Giorgio, anche a nome dei due fratelli. E' di Castagnole Lanze anche Ezio Rivella, presidente dell'Unione Italiana Vini, enologo di fama, creatore della Banfi a Montalcino (una tenuta da 3000 ettari, con un investimento da 100 milioni di dollari voluto nel 1977 dagli importatori italo-americani del Lambrusco: i fratelli Mariani). Rivella non è tipo da godersi la pensione e a 69 anni manda avanti con piglio cinque aziende tra Maremma, Orvieto, Chianti, Montalcino ed ora è tornato in Piemonte dove produrrà Barbera nella cascina di famiglia: il Bel Sit. «Sono decine gli uomini d'affari che mi chiedono consigli per investire in vini e vigne, ma bisogna stare attenti, non è un mondo facile e i profitti non sono automatici» avverte Rivella. Per intanto i prezzi dei terreni sono saliti alle stelle. Nei territori più famosi di fatto nessuno vende e le quotazioni sono pressoché virtuali (un «sorì» del Barolo varrebbe almeno un miliardo ad ettaro). Ma i nomi famosi che si accostano alla viticoltura non mancano: da Sergio Cragnotti, presidente della Lazio che punta sul vino Nobile di Montepulciano a Nils Liedholm, mitico allenatore della Roma scudettata nel 1983, il cui figlio Carlo produce vini d'autore a Cuccaro nel Monferrato casalese. I fratelli bresciani Muratori, principi dei filati, hanno affidato un «Arcipelago» (è il nome dell'operazione) con quattro tenute tra Franciacorta, Maremma, Sannio, Isola d'Ischia a Giuseppina Viglierchio, presidente dell'Associazione Donne del vino. Moda ed enologia a braccetto anche per Mila Schon, il cui figlio Giorgio, dopo i successi delle corse in auto, piloterà ora la tenuta Colle Manora nel Monferrato. E va citato per l'impegno enologico anche il cantante Al Bano Carrisi che, nella sua Cellino San Marco, in Puglia firma bottiglie dalle etichette canore («Felicità»), ottiene premi con il «Platone», da uve negroamaro e primitivo, ed è ora impegnato come testimonial nella battaglia anti accisa sul vino (una tassa di 270 lire al litro) minacciata dall'Unione europea. E non vanno dimenticati nella mappa degli «enofeudatari», a dimostrazione
che il fenomeno tocca tutte le regioni, gli investimenti miliardari della Illva di Saranno (quella dell'amaretto) in Sicilia dove ora controlla la Florio di Marsala, la Duca di Salaparuta e la Corvo. Tasca D'Almerita, altro nome illustre dell'enologia siciliana, è invece sbarcato nelle Eolie a Salina per produrre Malvasia. La Gancia, marchio storico della spumatistica piemontese ha da anni una comproprietà con la pugliese Rivera di Andria. La milanese Campari, dopo la Cinzano, controlla ora anche la Sella&Mosca che con 500 ettari e 6 milioni di bottiglie è tra le più importanti realtà enologiche della Sardegna. Ha fatto acquisti al Sud anche il Gruppo Italiano Vini (Veneto) un colosso da 235 milioni di euro di fatturato con marche famose come la veneta Folonari, la toscana Melini, l'umbra Bigi, la laziale Fontana Candida e ora interessi anche al Salento, Alcamo «Rapitalà» in Sicilia e Terre degli Svevi in Basilicata. E anche la cooperazione si muove e così la cantina sociale trentina di Mezzacorona (spumante Rotari) investe a Sambuca nell'Agrigentino, su 270 ettari di terreni che furono dei Salvo, nome famigerato per l'antimafia, proprio accanto alla tenuta dei Planeta, altra tessera emergente di quel gran mosaico che è forza della straordinaria enologia italiana.

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