È dal 2015 che i Vivai Rauscedo - grazie alle conoscenze condivise con l’Università di Udine - lavorano alla creazione di nuovi viti resistenti di Glera, e dopo 7 anni di microvinificazioni a questa edizione del Vinitaly 2026 si sono valutati i risultati nel calice: otto assaggi da quattro nuovi cloni vinificati allo stesso modo, ma coltivati in due posti diversi (a Refrontolo nel centro delle Colline di Conegliano e Valdobbiadene e Rauscedo stessa), confrontati con il campione testimone di Glera VCR101. Si chiamano (attualmente) Glera R2, VCRR4, VCRR5 e VCR151199 e sono stati scelti tra 80.000 semenzali perché hanno sviluppato sufficiente resistenza alle principali patologie della vite (soprattutto peronospora e iodio), restando più affini alle caratteristiche nobili del vitigno originale e, allo stesso tempo, soddisfacendo le necessità produttive, geografiche e vendemmiali della denominazione. A presentare il progetto Diego Tomasi, direttore Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, e Yuri Zambon, direttore Vivai Cooperativi Rauscedo nella masterclass “Innovazione, sostenibilità, resistenza: le nuove coordinate della Glera del futuro”.
Le varietà presentate - ottenute attraverso incroci mirati e programmi di ricerca avanzata - mantengono una base genetica proveniente dalla Glera tradizionale, con l’obiettivo di preservarne identità, qualità e tipicità, introducendo al contempo caratteristiche di maggiore resilienza e adattabilità alle principali patologie fungine. “Quando hanno iniziato a manifestarsi l’oidio nel 1854, la peronospora nel 1878 e la fillossera nel 1863, la reazione immediata è stata di cercare soluzioni tra le alternative che già si avevano a disposizione. Si investì, quindi, nella vite americana (come l’Isabella, il Clinton e il Noah, che risultavano resistenti e produttive - ha raccontato Diego Tomasi - ma con pronunciati sentori di foxy non proprio piacevoli. Si passò, quindi, alla ricerca sugli incroci ibridi di uve da vino europee (Vitis Vinifera) con uve autoctone del Nord America”. Albert Seibel a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento produsse oltre 16.000 nuovi ibridi con quasi 500 varietà e 1.500 di questi furono iscritti a registro e andarono a costituire 140.000 ettari di vigneto nella sola Francia: praticamente un quarto del vigneto, rimanendo, comunque, importante anche negli impianti di tutta Europa e Brasile. Lo scienziato Georges Courdec, nel frattempo, a Montpellier e Parigi iniziò una ricca collezione di viti da tutto il mondo lavorando alla produzione di portainnesto resistenti alla fillossera.
“Ma anni e anni di studi e sforzi considerevoli - ha spiegato Diego Tomasi - portarono a poche manciate di viti utilizzabili per la Glera. Da settecento vinificazioni se ne salvarono meno di cinque: la resistenza era molto variabile e difficile da conciliare con la produzione e la qualità”. La ricerca, quindi, per lo più si ferma, trovando nuovo slancio solo nella seconda metà del Novecento all’Institut für Rebenzüchtung di Geilweilerhof in Germania. La Romania si rivela una grande produttrice di questi incroci diffondendoli per metà del suo vigneto (oltre 120.000 ettari). “Avvicinandoci al nuovo millennio si diffondono con più insistenza le istanze di sostenibilità ambientale. Studi europei rilevano che il vigneto richiede l’80% dell’uso di antiparassitari - ha continuato Diego Tomasi - coprendo, però, solamente l’8% della superficie coltivata”. Si cercano, quindi, nuovi strumenti che lavorino sulla genetica e partono così i primi studi che lavorano sui marcatori molecolari. Nel 1998 l’Università di Udine inizia un programma di miglioramento genetico, inaugurando la terza generazione di varietà resistenti e peronospora e oidio che però mantengono una proporzione preponderante di genoma del genitore nobile. Partendo da vitini come Tocai e Sauvignon Blanc, tra il 2006 e il 2012 si effettuano insieme a VCR i rilievi fenologici, agronomici e le microvinificazioni ai fini della caratterizzazione enologica raggiungendo nel 2019 un buon livello qualitativo.
Nel 2018 nasce la quarta generazione di vitigni resistenti di Glera di VCR, un progetto autonomo reso possibile grazie alle conoscenze maturate in 20 anni di prove insieme all’Università di Udine e dall’autorizzazione della Regione Veneto all’impianto di vigneti sperimentali nel 2024. “Non si tratta di piante geneticamente modificate in laboratorio, ma di incroci, appunto. Con il polline del donatore resistente si impollina la varietà nobile di Glera - ha precisato Yuri Zambon - mimando ciò che avviene spontaneamente in natura. Solo che noi lo indirizziamo: sono matrimoni combinati, insomma. La resistenza acquisita permette alla pianta di attivare le difese in presenza dei patogeni, ma non la rende immune: è per questo che un minimo di copertura (ridotta anche al 70%) con i trattamenti anticrittogamici è comunque necessaria per preservare la resistenza”.
I cloni proposti, nell’assaggio WineNews, sono tutti fratelli degli stessi identici genitori. Sono tutti stati sottoposti alla stessa identica microvinificazioni - quindi più sensibili a riduzioni o ossidazioni - effettuate in VCR. Hanno ricevuto la certificazione europea che ne attesta identità, tipicità e stabilità e ne sono state valutate la resistenza su oidio e peronospora, la produzione media rispetto allo standard della Glera e il tempo di maturazione rispetto allo standard della Glera. I cloni coltivati a Refrontolo si trovano su una collina col 20% di pendenza, composta da terreno magro e i trattamenti fatti sono stati 3 contro la media di 9-10.
VCR101 - Clone testimone di Glera, il più diffuso e commercializzato nel territorio
Tipico colore tenue, mentre la carbonica sottile fa intuire una certa densità materica. Il naso rivela più frutto che fiore: mela matura, pera, poi fiori di acacia e gelsomino, un accenno di pietra e di agrume in buccia. In bocca è secco e la bollicina decisa: la morbidezza fa spiccare note fruttate di mela, pera e albedo, c’è l’acidità della buccia di mela e la persistenza di un sorso pieno, che chiude su note di mandorla amara.
R2 - Clone coltivato a Refrontolo
Tre geni di resistenza alla peronospora e tre all’oidio (oggi massima resistenza possibile), con una produzione media inferiore, ed un’epoca vendemmiale leggermente anticipata.
Più definito nei profumi rispetto alla Glera, ma dal colore simile con bollicine più sottili e sparute. Al naso spicca più il fiore giallo, come margherita, iris e gardenia, poi nettarina e pera succosa, con un cenno vegetale di erba fresca. Decisamente più sapido che fresco in bocca, dove torna la frutta matura anche bianca; è pieno e largo, quasi masticabile.
R2 - Clone coltivato a Rauscedo
Più fresco già al naso con bollicine fini, ma numerose. Al naso freschezza di ananas, melone bianco e cedro, note gessose: sembra meno aperto, più riservato. La bocca è fresca, sapida e sottile, a tratti citrina eppure cremosa; sul finale affiorano fiori bianchi e note di mandorla cruda. Nel complesso è più simile al primo campione testimone.
VCRR4 - Clone coltivato a Refrontolo
Tre geni di resistenza alla peronospora e uno all’oidio, con produzione media alla Glera (200 qli ettaro), ed un’epoca vendemmiale in media alla Glera
Colore più delicato e tenue rispetto al R5, con bollicine più fini e veloci. Il naso è fine ed elegante di fiori di glicine, con sentori di albedo e pera, susina acerba, rosa bianca e melone bianco. In bocca è intenso, cremoso e sapido, roccioso e citrino da buccia di limone. Il palato rimane pulito ma pieno, leggermente ammandorlato.
VCRR4 - Clone coltivato a Rauscedo
Più importante negli odori, bollicina più grossa e lenta, a segnalare maggiore vischiosità. Al naso fiori gialli e zagara, cedro in buccia, ananas: è il più intenso e aperto di tutti i campioni. Il sorso è più largo e materico, fruttato e minerale, meno fine ma pieno, anche leggermente balsamico.
VCRR5 - Clone coltivato a Refrontolo
Due geni di resistenza alla peronospora e quattro all’oidio, con una produzione media alla Glera (200 qli ettaro), ed un’epoca vendemmiale leggermente anticipata alla Glera
Colore e bollicine identiche in spessore e velocità rispetto all’R4. Anche i profumi si somigliano, forse qui leggermente più fini di mela e pera, ciclamino e gesso, leggermente mentolato. In bocca è cremoso, astringente da cedro, con sapidità leggermente ammandorlato nel finale.
VCRR5 - Clone coltivato a Rauscedo
In questo caso i profumi sono netti di cedro, con fiori dolci di acacia e melone bianco, e una nota quasi salmastra. Il sorso è materico e roccioso, forse più corto, sapido e floreale finale.
VCR151199 - Clone coltivato solo a Rauscedo (ultimo dei figli dell’incrocio selezionato)
Due geni di resistenza alla peronospora e tre all’oidio, con una produzione media superiore (20-30 quintali in più), ed un’epoca vendemmiale in media alla Glera.
Bollicina fine e veloce, più colorato nel bicchiere. Naso di frutta matura, susina e pera e mela, melone bianco, pesca bianca, carambola, e lieve cenni di erbe aromatiche. In bocca è pieno, ammandorlato, materico, più vinoso che spumante, chiude su note di frutta gialla e fiore bianco, leggermente ammandorlato. Un clone “old style”, che ricorda il Prosecco di una volta.
Le varietà oggetto di studio sono attualmente destinate esclusivamente a fini di ricerca e non sono ancora impiegabili nella produzione di vini a denominazione di origine protetta. La sperimentazione in corso rappresenta, tuttavia, un passaggio fondamentale per comprendere il ruolo che queste soluzioni potranno avere nel futuro della denominazione, nel pieno rispetto della sua identità. “Il tema delle varietà resistenti rappresenta oggi uno degli ambiti più interessanti della ricerca viticola applicata - ha proseguito Diego Tomasi - si tratta di un percorso che richiede rigore scientifico e visione, perché l’obiettivo non è sostituire la Glera, ma comprenderne l’evoluzione possibile in un contesto di sostenibilità ambientale e locale. Questi nuovi incroci ci permettono di indagare soluzioni capaci di ridurre l’impatto ambientale mantenendo al centro il rapporto con gli abitanti del territorio. Questi cloni entreranno in commercio nel 2029 e l’intenzione è di iniziare ad inserirli nel territorio, tramite opportune variazioni del disciplinare autorizzate dalla Regione, per un 15%, coprendo soprattutto aree sensibili, come quelle vicino alle strade e alle scuole”.
L’interesse verso queste soluzioni è legato, in ultima analisi, alla loro capacità di contribuire a una viticoltura più sostenibile, in particolare attraverso la riduzione dell’impiego di trattamenti fitosanitari e il contenimento dell’impatto ambientale. “Disporre di una gamma di varietà resistenti - ha specificato Yuri Zambon - significa poter rispondere alle diverse esigenze dei territori e alle differenti espressioni enologiche, mantenendo al centro l’identità della Glera. Altri incroci da questi assaggiati oggi sono in fase di valutazione e altri ancora si faranno”.
La ricerca continua perché sono percorsi che durano quasi 20 anni tra l’ideazione e la messa in commercio. Tutto il processo, infatti, deve anche fare i conti con le interferenze dell’ambiente, che può aumentare o diminuire la risposta resistente delle piante alle malattie. È quindi importante mantenere aperto anche l’altro filone dell’editing genetico: questa strada permette, infatti, di attivare o silenziare specifici geni che rendono la pianta più resistente o meno sensibile, lasciandola, però, inalterata dal punto di vista aromatico in campo e in cantina.
La strada degli incroci, nello specifico, è positiva anche perché aumenta la biodiversità del vigneto: crea, infatti, nuove piante che si aggiungono a quelle già esistenti.
Da Rauscedo “lavoriamo ormai con quasi tutte le varietà autoctone italiane, tra 40 e 60 varietà diverse, con l’obiettivo di mantenerne inalterate le caratteristiche nobili dopo l’incrocio. Idealmente vorremmo dare ad ogni regione italiana alcune alternative resistenti per ogni loro vitigno tipico. Ma sperimentiamo anche su varietà spagnole e francesi e addirittura su varietà completamente nuove. Abbiamo, infatti, notato che se il risultato è enologicamente buono, la varietà viene comunque premiata dal produttore e dal consumatore. Sono quindi due le strade praticabili - ha concluso Yuri Zambon - nella ricerca da incroci: quella di creare varietà resistenti di vitigni autoctoni e quella di creare nuove varietà resistenti che esulano dai genitori locali”.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026