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CIBUS 2019

L’industria alimentare italiana tocca i 140 miliardi di euro, export a 32,9 miliardi di euro

Dal lato consumer, si ricercano sempre più alternative salutari e naturali, e i valori personali ed etici influenzano le decisioni d’acquisto

Il fatturato 2018 dell’industria alimentare italiana ha raggiunto i 140 miliardi di euro nel 2018, in crescita del +2% sui 137 miliardi di euro registrati nel 2017 (dati Istat), ed il settore food, così, si conferma trainante nell’economia italiana, nonostante i consumi alimentari interni nel 2018 abbiano confermato una perdurante stagnazione, con variazione di +0,6% in valore e -0,5% in volume (dati Federalimentari). L’export 2018 dell’industria alimentare, secondo le stime, ha raggiunto i 32,9 miliardi di euro (+3% sul 2017), di cui il 20% destinato ai paesi extra UE (Russia, Cina) che sempre più apprezzano il cibo made in Italy. Sono i numeri del comparto presentati a Cibus Connect 2019, di scena a Parma, nel workshop “From category management to supply chain strategy: the relationship between distribution and agrifood industry”, organizzato da PwC Italia.
“Particolare rilevanza assume la Cina, che rappresenta il quinto partner commerciale per l’Italia”, sottolinea Erika Andreetta, consumer markets consulting leader di PwC Italia, supportata dai dati, che sottolineano come la Cina rappresenti infatti circa il 5% del volume totale degli scambi italiani a livello internazionale, per un valore totale che supera di poco i 38 miliardi di euro. Lo scorso anno l’Italia ha registrato un record assoluto di esportazioni verso la Cina, raggiungendo la cifra inedita di 20,33 miliardi di dollari esportati, per un incremento del +22%, a fronte di un aumento dell’import dalla Cina del 10% (in valore, passato da 26,5 a 29,2 miliardi di dollari). L’interscambio complessivo ha raggiunto i 49 miliardi di dollari e l’Italia è il terzo partner commerciale europeo della Repubblica Popolare Cinese.
Fronte consumer, l’analisi “Global Consumer Insight Survey”, sempre di PwC, condotta su oltre 21.000 consumatori in 27 Paesi, mostra che i consumatori ricercano sempre più alternative salutari e naturali, inoltre i valori personali ed etici influenzano sensibilmente le decisioni d’acquisto. Il 37% dei consumatori ricerca prodotti con packaging eco-friendly; il 41% dichiara che evita il più possibile l’uso della plastica; più di due terzi del campione è disponibile a pagare un premium price per prodotti a km zero e prodotti localmente; il 42% pagherebbe un premium price per prodotti non food ecosostenibili; il 44% dei consumatori è attento all’origine e vuole sapere se il bene è stato prodotto eticamente (ad esempio “fair trade” or “cage free”).
Inoltre, il 34% dei consumatori si aspetta dal personale in store un’adeguata conoscenza dei prodotti, il 33% si attende metodi di pagamento semplici e rapidi, il 40% un percorso di acquisto in store veloce ed intuitivo. Fra i trend consumer legati alla digital disruption: il 51% dei consumatori global ha acquistato grocery on line negli ultimi 12 mesi e il 50% dichiara di preferire questo canale. Il 9% degli intervistati utilizza già un voice assistant con Artificial Intelligence per acquistare con frequenza settimanale o più spesso. Tale percentuale è destinata a crescere con la maggioranza di consumatori che ha espresso la volontà di acquistare tali devices: in primis il Brasile (59%) seguito da Cina (52%), Indonesia (49%), Vietnam (45%), Tahilandia (42%), Polonia (40%) e Italia (38%).
Dal punto di vista dei CEO, come emerge dalla “Annual Global CEO Retail & Consumer Survey”, i principali timori sono meno globali (come terrorismo, cambiamenti climatici) e più legati alla facilità di fare affari nei mercati in cui operano: eccessiva regolamentazione, incertezza politica, disponibilità di competenze chiave e conflitti commerciali. Questi dati si traducono, a livello strategico, nella prevalenza dell’approccio “inside-out” alla crescita, per cui i CEO si focalizzano su: efficienza operativa (77% global, 76% Consumer Goods e 70% Retail), crescita organica (71% global, 72% Consumer Goods e 74% Retail), lancio di nuovi prodotti o servizi (62% global, 69% Consumer Goods, 62% Retail).
L’84% dei CEO mondiali afferma che l’Artificial Intelligence è il vero game changer dei prossimi 5 anni. E per il 62% l’impatto dell’Artificial Intelligence sarà superiore rispetto alla rivoluzione di Internet. Manca però una roadmap per l’implementazione e la valorizzazione di una tecnologia così evoluta. A livello globale meno di un amministratore delegato su dieci ha implementato l’AI su vasta scala e il 35% dichiara di avere "progetti AI nei prossimi tre anni". Nell’industria retail l’utilizzo dell’AI è ancor meno maturo: circa il 40% dei CEO non ha intenzione di perseguire l’AI, il 20% si limita a poche applicazioni e solo uno su 20 ha implementato l’AI su vasta scala, mentre il 33% dichiara di avere “progetti AI nei prossimi tre anni”.

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