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VINO E TERRITORI

Lo Champagne, tra il climate change e la concorrenza del Prosecco, secondo Joseph Perrier

Riflessioni su uno dei territori top del vino mondiale, secondo Benjamin e Jean-Claude Fourmon, alla guida della storica maison

La concorrenza nelle vendite con il Prosecco che si fa sentire, soprattutto in mercati strategici, come il Regno Unito, e di cui si inizia a parlare in maniera palese, il cambiamento climatico che impone riflessioni importanti sul futuro, un mercato che, come per tutti, vive le difficoltà legate soprattutto alle tensioni internazionali, ma anche a dinamiche interne, con i grandi brand che cercano sempre più uve per aumentare la loro produzione e le loro potenziali vendite, creando una pressione sui prezzi che crea più di qualche preoccupazione: è la fotografia dello Champagne, raccontata a WineNews, da Jean-Claud Fourmon, e dal figlio Benjamin, che ha preso le redini della storica maison Joseph Perrier, fondata nel 1825, e guidata da sei generazioni proprio dalla famiglia Fourmon, con 21 ettari di vigneto, 800.000 bottiglie prodotte, di cui il 70% all’export (con la distribuzione in Italia, tra i mercati più importanti della Maison, seguita dalla Castello Banfi, ndr).

“La concorrenza sui mercati del Prosecco si sente - spiega Jean-Claude Fourmon - ed è un competitor da non sottovalutare. Ma c’è un altra questione importante: molte grandi aziende stanno alzando molto i prezzi delle uve da Champagne, soprattutto di quelle migliori, perchè hanno bisogno di comprare di più, per avere più prodotto e aumentare le loro vendite. Non c’è altra soluzione”.
Un aspetto chiave, in una filiera complessa, quella dello Champagne, che, secondo i dati del Comitè Champagne, vede il 73% della produzione di bottiglie (sui 300 milioni all’anno) in mano alle maison, ed il restante in capo ai “recoltant”, ovvero le maison che producono bottiglie solo con uve di proprietà, ed alle cooperative.
“Non è un segreto, per esempio, che realtà come Moet ed il gruppo Lvmh - spiega ancora Jean Claude Fourmon - stiano lavorando per incrementare le proprie vendite dai 60 milioni di bottiglie di oggi ai 100 milioni di bottiglie di Champagne nei prossimi 5 anni. Ma in Champagne, se vuoi aumentare le vendite, devi comprare più uva, e dal momento che la “torta” in questo senso è già ben ripartita, se vuoi di più dei pagare di più. E, quindi, c’è tensione sull’aumento di prezzo, con il rischio che quando le grandi maison avranno abbastanza uva e smetteranno di comprarla, i prezzi scenderanno di molto.
Non mi piace che ci sia questa tensione sui prezzi dell’uva, preferisco che ci sia una costanza, perchè le vendite di Champagne in generale non sono aumentate negli ultimi due anni, sono rimaste stabili sui 300 milioni di bottiglie. Capirei una pressione sui prezzi delle uve stessero crescendo, ma così non è”.
D’altronde, i dati parlano chiaro: secondo il ComitèChampagne, nel 2019, le spedizioni di Champagne si sono fermate a 301,9 milioni di bottiglie, in calo dell’1,8% sul 2017, con valori pressochè stabili, sui 4,9 miliardi di euro.
“Ma se si guarda ai grandi marchi, o meglio, ai marchi di Champagne che vendono qualità a prezzi elevati, questi continuano a crescere, penso a realtà come Veuve Cliquot o Lvmh, sia in volume che in valore. Sono soprattuto i prodotti entry level ad aver sofferto”, sottolinea Benjamin Fourmon, che, a proposito del presente e del futuro, spiega: “se il 2018 non è stato male, per noi, che puntiamo solo alla fascia premium, il 2019 è più complicato, per tutti, a causa di diversi fattori. Il primo è la Brexit: non dimentichiamoci che il Regno Unito è il primo mercato per lo Champagne, e vale dai 25 ai 28 milioni di bottiglie. E, inoltre, la Francia, che è il nostro primo mercato e che fino ad ora ha assorbito più o meno la metà della produzione, è diminuito di qualche punto percentuale ogni anno negli ultimi 10. Il secondo grande tema sono gli Usa, con il presidente Trump che un giorno sì e uno no, minaccia di tassare i vini francesi, e questo crea ovviamente preoccupazione”.

Come crea apprensione, ovunque, il grande tema del cambiamento climatico e di come fronteggiarlo. E, in Champagne, per esempio, c’è chi come Bollinger, ha iniziato a riscoprire vecchie varietà che potrebbe essere più adatte alle condizioni climatiche future.
“Nello Champagne, come è noto - ricorda Benjamin Fourmon - possiamo utilizzare 7 varietà di uva. Ci sono le tre predominanti, Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier, e poi ancora l’Arbanne, il Pinot Blanc, il Pinot Gris ed il Petit Meslier. Ma mi chiedo: perché non averne altre, se il cambiamento climatico lo richiederà? C’è una grande discussione su questo all’interno dello Champagne. Forse, dovremmo piantare altre uve o forse dovremmo piantare uve un pò più in alto, a più di 50 centimetri dal suolo, perché abbiamo raggiunto un livello di temperatura troppo alto durante la prima settimana o due settimane di giugno e luglio. Dobbiamo adattare il nostro stile, il nostro impianto di vigneti, le nostre uve nei prossimi 10 anni, attraverso uve diverse o vigneti più alti, o magari con i filari più lontani tra loro di quanto non siano oggi, tutto è possibile. In Champagne molte aziende stanno già lavorano su questo tema, perchè è chiaro che sia un tema fondamentale”.


Come fondamentale, del resto è la comunicazione ed il marketing, per il futuro dello Champagne. E se Joseph Perrier, anche per celebrare il passaggio generazionale in azienda, ha lanciato una limited edition di 1.500 esemplari magnum di “Tout de Blanc”, in partnership con la giovane artista Lauren Collin che ha firmato le bottiglie, sono sempre di più i grandi marchi di Champagne che puntano forte sul posizionamento di lusso estremo, con i grandi formati.
“Di certo c’è una strada che passa dal marketing - sottolinea Benjamin - per posizionarsi nei livelli top. Ma quello che noi vogliamo fare, per starci e rimanerci, è far crescere la qualità del prodotto, passo dopo passo. Certo il marketing è necessario, per competere con i nostri competitori e con i grandi marche, ma noi non siamo una “grand maison di Champagne”. Questa è la grande differenza, abbiamo storia e qualità, e credo che tre cose siano necessarie: avere buone uve e che siano di proprietà, che non è semplice, ed è possibile solo attraverso un duro lavoro e la selezione; avere un bravo chef de cave, ed avere tempo. E quando vuoi essere al livello top e vuoi rientrare alla svelta dagli investimenti, il tempo spesso non ce l’hai. Il futuro dello Champagne dipende da come coltiviamo l’uva, da come trattiamo i nostri terreni, da come riusciamo ad essere più sostenibili, a produrre senza impatto sull’ambiente. Questo è il futuro”.

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