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“Lo confesso: ho mangiato e bevuto di tutto, in ogni posto”: ecco il memoir del Gastronauta

L’ultimo volume scritto nel lockdown da Davide Paolini è un viaggio emozionale tra cibi e vini particolari, nel mondo e negli incontri più eclettici

“Una volta il nonno mi portò in un’osteria di Modena, nei pressi del Mercato Boario, dove scoprii quanto fosse gustoso il panino con la mortadella, che alcuni clienti abituali (allevatori, mediatori, commercianti), abbinavano a un flûte di Champagne. Allora l’alcol mi era proibito, ma nel corso degli anni quell’accostamento inconsueto mi ha suggerito un’idea divenuta poi una pratica assai diffusa nel mondo della ristorazione. Tempo dopo, a Reims, ero ospite a casa di Rémi Krug. Il patron della prestigiosa Maison di Champagne mi confessò che in quell’osteria veniva consumato il più alto numero di bottiglie della sua cantina al mondo”. È solo una delle storie più curiose ed appassionanti di “Confesso che ho mangiato”, vero e proprio memoir del “Gastronauta” Davide Paolini, tra i più importanti giornalisti gastronomici italiani e tra le voci più ascoltate anche ai microfoni di WineNews, scritto nel lockdown nella sua casa di Milano, ripercorrendo cibi, piatti e soprattutto persone e luoghi in cui “ho mangiato e bevuto di tutto” nel corso di una vita. Che è quella di un grande conoscitore, entusiasta e coinvolgente, del nostro mondo, per il quale “la lentezza è il sale di ogni viaggio” che è metafora della vita, e “il desiderio e la ricerca trovano appagamento negli odori di città, borghi e mari, così come nei colori di un paesaggio, nei rumori di un fiume, nel sapore di un piatto, nel profumo di un vino, nel piacere di nuovi incontri”.
Il lockdown ha costretto tutti ad un’esistenza sospesa e priva di contatti. Ma per chi, come Davide Paolini, “vive” nella dimensione del viaggio, l’isolamento è una condizione ancora più insopportabile. Come occupare il tempo dedicato alla scoperta? Come “riempire” lo spazio del viaggio, quando questo si riduce alla distanza che separa la camera da letto dallo studio? Una soluzione c’è: avvalersi della propria memoria per ripercorrere il già vissuto, riscoprendo emozioni e immagini lontane nel tempo e quasi dimenticate. Da qui prende avvio il lungo itinerario di un “Gastronauta” in un volume (Giunti Editore, gennaio 2022, pp. 272, prezzo di copertina 18 euro) che restituisce ricordi “reali” e soprattutto emotivi legati alla poesia delle “lasagne del Monsignore” del quale la nonna era la perpetua e dal quale aveva appreso le ricette più sfiziose “che sono ancora adesso tra i miei piatti preferiti”. Ma anche all’elogio del quinto quarto frutto degli insegnamenti del nonno, grande “conoscitore” di carni e salumi, al “caviale dei poveri” sulla spiaggia di Crucoli o al Moleche e la crème brûlée del mitologico Le Cirque a New York di Sirio Maccioni. E se i racconti di Paolini spaziano da una stupenda serata sul battello Empressive sull’Hudson conversando delle interpretazioni improvvisate della cucina italiana negli stati Uniti con Piero Selvaggio, Mauro Vincenti, Tony Mei e Lidia Bastianich, alla prima volta al ristorante elBulli di Ferran Adrià con la sensazione di trovarsi in un atelier, Mondavi, Coppola e Stag’s Leap sono solo alcune delle iconiche cantine, tappe del suo viaggio nel “sogno Californiano”. Ma l’autore racconta anche l’incontro a tavola con Manuel Vásquez Montalban, e svela il suo posto del cuore: Le Comptoir a Parigi, la brasserie dello chef Yves Camdeborde, un passato nelle cucine più prestigiose della capitale francese (Tour d’Argent, Ritz, Le Grillon), tra i contestatori della nouvelle cuisine, antesignano della “bistromanie”, “che propone una cucina bistrot rivisitata e accessibile a tutti, che nasce soprattutto tra i banchi del mercato dell’undicesimo distretto, un quartiere popolare dove le piccole aziende artigiane francesi espongono i loro prodotti”.
Uno straordinario percorso nella memoria gustativa delle narrazioni più belle ed evocative raccolte appositamente dal Gastronauta per Giunti per comprendere come dietro a un buon piatto o a un prodotto artigianale ci siano facce e storie significative e sempre appassionanti. Come si intuisce, già a partire dalla dedica del volume “a quel pesce dell’Avana, pescato alla foce di un fiume e cucinato sopra un fornello arrugginito di un vecchio distributore di benzina in disuso. Un pesce che non dimenticherò mai”.
L’invito? “Non bisogna limitarsi a gustare - scrive l’autore - ripercorrendo magari quello che si è già vissuto, ma piuttosto scoprire ciò che non si conosce, assaggiare con spirito nuovo il già centellinato, assaporare in primavera quanto già degustato in autunno, riscoprire quanto si pensava di conoscere”.

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