Un modello tutto italiano del bere alcolico consapevole, vino ovviamente incluso, fatto di educazione al consumo, in stretta sinergia - altra caratteristica “strutturale” del Belpaese - con il momento dei pasti, e che si distingue dal resto degli altri Paesi. Un modello virtuoso, definito come “The Italian Way”, e che emerge dalla prima ricerca sul tema promossa da Federvini e condotta dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma. Un report che, di fatto, conferma con evidenze empiriche un tratto da sempre riconosciuto identitario della cultura italiana e che racconta come il consumo di bevande alcoliche in Italia sia in larghissima prevalenza moderato, ritualizzato e profondamente legato al contesto sociale e alle abitudini alimentari, in sostanziale coerenza con le consuetudini della Dieta Mediterranea e della cucina italiana, recentemente eletta Patrimonio Immateriale Unesco. Un modello che integra tradizioni, cultura e vita sociale, questo il trend generale, anche se ci sono delle “devianze” seppur marginali. E se la ricerca promuove lo stile di vita italiano, di riflesso, ma non è una novità, segnala anche come i consumi stiano velocemente cambiando, un trend sintetizzabile con la frase “si beve meno, ma si beve meglio”, anche se, soprattutto da parte delle giovani generazioni, c’è un feeling da ritrovare e su questo possono aiutare la promozione ed i messaggi che si discostano, come avvenuto altrove, da una tendenza allarmistica, e che sono incentrati, piuttosto, sul bere consapevole.
Il modello italiano, affermato nello studio, presentato oggi a Roma alla Camera dei Deputati in occasione dell’evento “Consumo responsabile di bevande alcoliche: The Italian Way” by Federvini, dal professor Alberto Mattiacci, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese dell’Università La Sapienza di Roma, e responsabile scientifico dello studio, e dalla professoressa Fabiola Sfodera, associato di Economia e Gestione delle Imprese e chief analyst, racconta di un consumo di bevande alcoliche moderato, ritualizzato e culturalmente radicato, lontano dagli stereotipi. In Italia si è passati, dal 2000 al 2022, al -17% di consumo pro capite di prodotti a base alcolica, e il 77,5% degli uomini e il 57,6% delle donne li hanno consumati almeno una volta negli ultimi 12 mesi (fonte Istituto Superiore Sanità - Iss, 2023). Gli italiani hanno, quindi, ridotto il consumo di bevande alcoliche, dato confermato anche dalla percentuale, scesa dal 24,9% al 20,1%, degli adulti che lo fanno quotidianamente. Un cambiamento generazionale, ma anche di genere: la birra, infatti, supera il vino tra gli uomini nella fascia di età tra 18 e 64 anni (73,9% contro 69%), con gli aperitivi che si stanno affermando di più tra le donne (18-64 anni), e, quindi, dal 28,9% al 45,6% in 10 anni. Gli uomini, però, sono consumatori più assidui: negli ultimi 12 mesi il 77,5% ha consumato almeno una bevanda alcolica a differenza del 57,6% delle donne, per un divario che totalizza 20 punti.
Il consumo italiano degli alcolici appare ritualizzato, ogni bevanda ha il suo momento specifico: il vino (che per oltre l’80% si consuma “a tavola”) è un must a pranzo (40%) e cena (41%), cocktail (53%) e bollicine (34%) trovano la loro collocazione ideale durante l’aperitivo, amari (46%) e spirits (26%) sono prevalentemente scelti, anche se non solo, a cena. Ma se l’italiano ha i suoi riti, non va dimenticata una componente fondamentale, sottolineata dal professor Mattiacci, ovvero che l’Italia è un Paese turistico (e l’enogastronomia si pone come leva attrattiva). Nel 2024 oltre 1 turista su 3 era straniero e ciò ha un peso, ma pone anche delle differenze sui consumi non per forza tipicamente italiani. Basti pensare che si è registrato il +176% di soggiorni enogastronomici stranieri nell’ultimo decennio, 760.000 arrivi e 2,4 milioni di pernottamenti per una spesa complessiva di 396 milioni di euro nel solo 2024. Il 70% dei turisti indica l’enogastronomia come la motivazione primaria di almeno una delle loro vacanze più recenti. Nel complesso, l’Italia registra performance di consumo inferiori a molti Paesi europei, ovvero 8 litri pro capite, dato che è sotto la media Ocse (8,5 litri), ben inferiore a quello dei Paesi dell’Europa centro-orientale e di quelli iberici, dove i consumi oscillano tra gli 11 e i 12 litri.
In questo quadro, un dato rilevante riguarda la bassa incidenza di comportamenti a rischio, caratterizzata da una progressiva riduzione nella popolazione italiana, diminuita di 6 punti percentuale tra il 2007 e il 2023. Solo l’1,5% della popolazione italiana presenta un consumo di alcol classificabile come dannoso (il picco è nella fascia over 65) e il Belpaese resta il leader europeo come aspettativa di vita in Europa e il secondo al mondo per età media. Secondo Eurostat, infatti, l’Italia registra l’aspettativa di vita più elevata nel Vecchio Continente raggiungendo 84,1 anni, mentre la media Ue si attesta a 81,5 anni. L’Italia, con 0,5 litri pro capite, è anche agli ultimi posti come consumo non registrato, e quindi “sommerso”, tra i Paesi europei. Riguardo ai “consumatori a rischio”, viene anche osservata una riduzione nella popolazione, dal 21,3% nel 2007 al 15% nel 2023 con gli uomini che che passano dal 30,6% al 21,2% e le donne dal 12,1% al 9,2%.
Lo studio mette in luce, inoltre, che i prezzi delle bevande alcoliche in Italia sono del 16% inferiori alla media Ue: su un paniere “continentale” che costa 100 euro, in Italia vale 84 euro, meno di Germania (87 euro), Austria (90 euro) e Spagna (91 euro). A ciò va aggiunto che nell’Unione Europea le accise sull’alcol incidono in media per il 31% sul prezzo finale; nel 2022 il costo medio di 10 grammi di alcol puro era di 0,81 dollari nell’Ue, con differenze per categoria, l’Italia (0,76 - 0,92 dollari per 10 grammi), si colloca nella fascia medio-bassa, in linea con Portogallo e Spagna.
Capitolo giovani. Nell’indagine a cura dell’Università La Sapienza un’attenzione specifica è rivolta alla fascia tra i 18 ed i 24 anni, il cui profilo di consumo mostra un’evoluzione graduale con segnali di riduzione sia nella frequenza che nei comportamenti potenzialmente a rischio. Il 72% ha consumato almeno una bevanda alcolica negli ultimi 12 mesi con una prevalenza maschile (75%) sul consumo femminile (68%). Significativo è il dato sul consumo giornaliero, che in questa fascia d’età si attesta al 5,7%, a fronte del 31,3% degli over 75 (media tra il 45,4% degli uomini e il 17,1% donne), confermando una minore propensione al consumo abituale tra le generazioni più giovani. In questa fascia d’età gli aperitivi alcolici sono in crescita, passati da circa il 34% al 60%, e viene osservata una progressiva riduzione del gender gap che deriva dalla crescita dei consumi di vino e aperitivi tra le donne.
Nel ribadire la centralità dell’educazione e della sensibilizzazione come strumenti fondamentali per promuovere una cultura del bere consapevole, Federvini ha confermato il proprio impegno avviato nel 2022 con il programma “Comunicare il consumo responsabile” in collaborazione con il mondo accademico. Il progetto ha coinvolto sinora oltre 700 studenti di 9 atenei italiani: Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Verona, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Catania, Università degli Studi di Vicenza, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Luiss Guido Carli e Università degli Studi di Torino. Attraverso questo coinvolgimento diretto, i futuri professionisti della comunicazione diventano i primi ambasciatori di un messaggio consapevole verso i propri coetanei. Un progetto che ha visto due importanti partnership pubblico-private, in particolare con i Comuni di Roma Capitale e di Napoli che hanno ospitato due campagne di affissioni sui rispettivi territori.
Commentando lo studio, il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha accolto con soddisfazione i risultati della ricerca, sottolineando quanto fatto dal Governo negli ultimi anni per il comparto vino con prese di posizioni che hanno inciso a livello europeo. “Il bere responsabile è un tema millenario”, ha detto il Ministro, evidenziando, allo stesso tempo, come sono “cambiati i consumi in maniera radicale. Spesso per i giovani il vino è troppo costoso, ma a cambiare sono anche gli stili di vita”. Il momento è complicato, ma non è la prima volta che il comparto si trova ad affrontare situazioni del genere: “solo 101 anni fa il vino ha avuto la sua più grande crisi”, ma poi ne è uscito fuori con progetti e coesione. A causa di fenomeni come un mercato dove le regole non sono uguali per tutti, basti vedere i dazi, la svalutazione delle monete, dal dollaro americano allo yen giapponese, ai costi energetici in aumento, c’è tutto per “una tempesta perfetta”. Ma siamo anche in una fase di ripiegamento naturale, solo un anno fa l’Italia ha centrato il record dell’export del vino”, ha ricordato Lollobrigida, soddisfatto che “adesso c’è un tavolo del vino unitario” e convinto che “investire sulla promozione del consumo è una necessità”. Svelato anche il “mood” del Ministero dell’Agricoltura che accompagnerà il prossimo Vinitaly 2026 a Verona (12-15 aprile, Veronafiere), che sarà presentato domani a Roma: il vino al centro della cucina italiana Patrimonio Unesco.
“Oggi - ha commentato il presidente Federvini, Giacomo Ponti - abbiamo ulteriore evidenza di ciò che da sempre sosteniamo: esiste uno stile italiano del bere, fondato su moderazione, cultura e responsabilità. Un modello in cui il consumo è diffuso, ma consapevole, ritualizzato e significativamente legato ai pasti e alla convivialità. È proprio questo stile, basato su tradizione e cultura, a dimostrarsi più efficace rispetto a politiche restrittive e proibizionistiche che riemergono periodicamente a livello internazionale. Un modello, quello italiano, intorno al quale si è sviluppata nei secoli una filiera di imprese profondamente radicate nei territori, che contribuiscono all’economia e che rappresentano nel mondo un simbolo di qualità”.
Il professor Alberto Mattiacci ha ribadito che “il consumo italiano delle bevande alcoliche è un modello speciale, differente da quello di altri Paesi. È un consumo a connotazione culturale, equilibrato, e dove esistono anche delle devianze, come in tutti i fenomeni umani. È un modello dinamico, con comportamenti diversi. In generale, i consumi si basano sugli italiani residenti e stranieri che arrivano in Italia e questo va tenuto in considerazione. I consumi sono in diminuzione ed hanno come specificità un forte ancoraggio al pasto consumato. Si tratta di un consumo che manifesta dei tratti della nostra tradizione, la tesi dell’Italian Way è difendibile, sostanziale. Noi abbiamo lavorato due mesi e mezzo sui dati ufficiali, non sulle opinioni”.
Matteo Zoppas, presidente Ita-Italian Trade Agency, guarda agli scenari prossimi per il settore vino: “serve aumentare la percezione del valore del nostro prodotto che poi si trasforma, a lungo termine, nella disponibilità di pagare un prezzo migliore. In questo momento stiamo vivendo delle criticità, c’è un cambiamento di comportamento di consumo. Abbiamo delle opportunità importanti, una è riuscire a fare una maggiore promozione del vino made in Italy nel mondo per aumentare la predisposizione del cliente all’acquisto con un riposizionamento verso l’alto del nostro prodotto. C’è sempre un dibattito, non tutti preferiscono alzare il prezzo, ma quando c’è qualcuno che ha un prezzo più alto poi anche quelli che vendono ad un prezzo più basso vengono comunque avvantaggiati”.
Il deputato di Forza Italia e Segretario di Presidenza della Camera dei Deputati, Francesco Battistoni, ha evidenziato come “negli ultimi anni il nostro settore agroalimentare è stato sottoposto a molti attacchi provenienti dall’esterno, dal fenomeno dell’Italian Sounding fino a tentativi di etichettare alcuni prodotti come nocivi per la salute, sfiorando a tratti la follia. Grazie all’azione del Governo e dei ministri competenti, però, si è riusciti a difendere e valorizzare un comparto che rappresenta non solo una leva economica fondamentale, ma anche cultura, identità e tradizione del nostro Paese. Il vino, in particolare, è parte integrante dei nostri paesaggi e della nostra storia, e va promosso con responsabilità: il consumo consapevole, nella giusta misura, è un valore che dobbiamo trasmettere soprattutto ai giovani. Proprio per questo ritengo molto importante il progetto avviato da Federvini insieme all’Università La Sapienza, che punta a educare le nuove generazioni a un approccio equilibrato e informato”.
Raffele Nevi, portavoce Forza Italia, riguardo alla battaglia, contro gli allarmismi, condotta a difesa del vino da parte del Governo, spiega che “non dobbiamo mollare la presa, da qualche parte c’è sempre il tentativo di arrivare al proibizionismo come unica risposta ad un tema ben più complesso. Io sono particolarmente felice che sia stato fatto un lavoro veramente scientifico che ci servirà per costruire le condizioni affinché del vino e delle bevande alcoliche in generale si parli in altro modo, come un elemento straordinario della convivialità, dello stare insieme, della cultura e della tradizione del nostro Paese e dell’Europa intera”.
Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato alla Salute, alla luce dei risultati dello studio, afferma, infine, che “non esiste un’emergenza consumi in Italia. Rilancio con orgoglio un tema: l’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo, e l’elemento distintivo tra l’Italia e gli altri Paesi è la Dieta Mediterranea italiana in cui è contenuto anche il consumo consapevole e moderato di vino che diventa un momento di convivialità”.
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