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AMBIENTE

Tutelare il mare senza rinunciare al pesce: la ricetta di Slow Food tra co-gestione e oasi blu

Domani aprile la “Giornata del Mare”, ma per salvarlo non serve interrompere le attività di pesca: l’esempio dell’Oasi Blu di Ugento, in Puglia
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La pesca artigianale

Tutelare il mare e le risorse che custodisce è diventato un imperativo per l’opinione pubblica internazionale quando si parla di sostenibilità. Lo testimoniano il recente clamore suscitato dal documentario “Seaspiracy” e iniziative di sensibilizzazione come la “Giornata del Mare”, domani, o l’istituzione del “Decennio delle Scienze del Mare”, indetto dalle Nazioni Unite per sottolineare l’urgenza di intervenire sull’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030. Ma che significato ha la parola sostenibilità in relazione al mare? Davvero per tutelare il più importante serbatoio di biodiversità della terra, l’uomo deve interrompere l’attività di pesca, gli esseri umani smettere di consumare pesce, fonte primaria di proteine intorno alla quale si sono sviluppate nel corso dei millenni tecniche di pesca artigianali, economie costiere, culture e tradizioni gastronomiche? Secondo Slow Food è necessario fare una distinzione tra la pesca industriale, che risponde alle logiche dell’attuale sistema di produzione, distribuzione e consumo, e la pesca artigianale, che necessariamente nasce e si sviluppa intorno alle comunità locali con un approccio basato sulla conoscenza e il rispetto del mare.
“Esistono diversi esempi in cui i pescatori, il settore pubblico, la società civile e la comunità scientifica si sono uniti per gestire collettivamente le risorse, ma sono modelli che hanno bisogno di essere riconosciuti legalmente e con il necessario supporto economico per non rimanere iniziative meritevoli quanto estemporanee”, spiega Paula Barbeito, responsabile di Slow Fish, campagna di Slow Food che, da 16 anni, sensibilizza i cittadini a scegliere di consumare i prodotti ittici in maniera sostenibile, e omonima rete di pescatori che in tutto il mondo lavorano come custodi del mare. La chiave, secondo Slow Food, è la co-gestione: alcune forme sono attive da oltre mille anni, altre sono nate solo nell’ultimo decennio. Le Prud’homies del Mediterraneo in Francia sono riconosciute dalla legislazione nazionale (due di esse sono anche un Presidio Slow Food), ma generalmente esiste un vuoto normativo in merito a queste iniziative, a livello sia nazionale sia europeo. Un esempio perfetto di co-gestione moderna è l’area di pesca protetta di Os Miñarzos, in Spagna, che coinvolge oltre 190 pescatori, università e Ong, autorità locali e nazionali nella gestione di un’area di 2.000 ettari.
In Italia va in questa direzione l’istituzione della prima Oasi Blu nel mare di Ugento, in Puglia, uno specchio di mare noto ai ricercatori per via delle importanti aree di riproduzione anche a diverse miglia dalla costa e per le praterie di posidonia. Qui la pianificazione delle attività di pesca e i sistemi adottati mirano a favorire la conservazione e la gestione razionale delle risorse biologiche del mare. La storia dell’Oasi Blu di Ugento nasce 10 anni fa, quando i pescatori, tra cui Vincenzo Bruno, attuale presidente della cooperativa, hanno cominciato a mobilitarsi per difendere la loro area di pesca dall’attività aggressiva delle marinerie più grandi, che praticano lo strascico, e dai pescatori di ricci e datteri di mare. Quella dell’Oasi Blu di Ugento è un’esperienza unica, ma facilmente replicabile in altrettante zone di alta valenza naturalistica in cui sia presente una marineria della piccola pesca costiera. Il modello di co-gestione di Ugento è diventato un esempio da seguire per altre marinerie della piccola pesca pugliesi, che hanno già preso contatto con i soggetti pubblici e privati coinvolti nell’Oasi Blu. C’è ancora un ultimo passaggio affinché il mare di Ugento sia davvero un luogo di tutela.

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